renzi merkel

VADO AL MASSIMO - RENZI E’ CONVINTO CHE IL PARLAMENTO VOTERÀ LA FIDUCIA AL JOBS ACT SENZA SGAMBETTI: DOPO TANTO ABBAIARE, I ‘SINISTRATI’ SI SONO MESSI IN RIGA - MA IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO VOLA E RISCHIAMO UNA PROCEDURA D’INFRAZIONE (CON MULTA)

Francesco Bei per “la Repubblica

 

RENZI POLETTI
RENZI POLETTI

Sminuzzata l’opposizione interna, divisi i sindacati, Matteo Renzi parte oggi per Milano sicuro che a Roma tutto andrà liscio come l’olio. «Non penso ci siano rischi. Saranno pochissimi quelli che non diranno sì. Anche perché — ripeteva ieri sera ai fedelissimi — è chiaro che se il Senato non vota la fiducia, io faccio subito le valigie». Visti i numeri di palazzo Madama e l’assenza di alternative, si tratta di un’ipotesi dell’irrealtà. Nelle ultime telefonate tra il capogruppo Luigi Zanda, Poletti, Guerini e Boschi, la dissidenza viene circoscritta a «due o tre persone».

 

RENZI POLETTI
RENZI POLETTI

Che oltretutto non voteranno contro il Job’s Act ma si limiteranno a non partecipare al voto. Nulla di preoccupante insomma. E se anche si fosse manifestata un’opposizione più numerosa, tale da mettere a rischio il governo, Forza Italia aveva riservatamente fatto capire agli emissari di palazzo Chigi di essere pronta a «bilanciare » con altrettante assenze quelle del Pd. Pur di non provocare una crisi di governo.

 

Luigi Zanda Luigi Zanda

Dunque oggi pomeriggio, più o meno negli stessi minuti in cui Renzi a Milano siederà accanto a Merkel e Hollande per la conferenza stampa congiunta al termine del summit europeo sul lavoro, il Senato inizierà la chiama per il voto sulla riforma del lavoro. «Una rivoluzione copernicana», nel giudizio di Renzi, che servirà soprattutto a rafforzare la posizione negoziale italiana in Europa e dimostrare di avere «le carte in regola». Perché la vera partita per il premier non è quella contro Civati e Mineo, ma quella iniziata nell’Ue fin dal vertice di giugno.

 

pierluigi bersanipierluigi bersani

Ormai le carte sono sul tavolo. La Francia ha deciso provocatoriamente di sforare il tetto del 3% quasi rivendicandolo. Una sfida aperta alla Germania e alle regole del Fiscal compact destinata a portare all’apertura di una procedura d’infrazione. Ma anche l’Italia con il Def ha scelto di non rispettare il percorso stabilito dai trattati, rispettando la soglia del 3 per cento nel rapporto Deficit/pil ma allontanando il pareggio di bilancio di due anni.

 

Il tutto mentre il debito pubblico continua a correre. Dunque lo spettro di una procedura d’infrazione, con le multe del caso, oscura anche l’orizzonte italiano. Eppure il premier, ed è questa la novità, nei ragionamenti di queste ore sembra aver messo nel conto anche questa ipotesi. Senza troppe preoccupazioni.

GIUSEPPE CIVATI FOTO LAPRESSE GIUSEPPE CIVATI FOTO LAPRESSE

 

«Se anche aprissero una procedura contro di noi — l’hanno sentito dire a palazzo Chigi — non sarebbe un dramma. Certo, Padoan preferirebbe evitarla, ma se succedesse non cadrebbe il mondo».

 

Secondo il presidente del Consiglio sarebbe un caso diverso da quello francese. A Parigi la situazione è considerata molto più grave. E quindi il “richiamo” per noi sarebbe di entità più ridotta. E se mai dovesse accadere, «non sarà prima di aprile». Quindi «non ci saranno effetti immediati». Nel frattempo la delega sul lavoro sarà approvata e i decreti delegati saranno stati emanati, rispettando una delle principali richieste che sia l’Ue che Mario Draghi hanno rivolto al governo.

Massimo D Alema Massimo D Alema

 

Quanto alla partita interna al Pd, Renzi ormai è sicuro di aver “pacificato” la minoranza. «Gli interventi di Bersani e D’Alema all’ultima direzione mi hanno fatto gioco perché hanno esagerato », ha spiegato ai suoi. Adesso l’opposizione sembra messa con le spalle al muro, bloccata dalla paura di portare il dissenso fino alle estreme conseguenze (e alla crisi di governo). In qualche modo lo riconosce lo stesso Bersani, in un articolo scritto per il quotidiano on line “ideecontroluce”, in cui rievoca la vocazione nazionale del Pci: «Ci è rimasto in vena questo concetto di responsabilità nazionale, che è ineludibile per un comunista italiano, e che ci ha fregati».

 

Una «responsabilità nazionale» che impedisce crisi al buio, anche se nell’emendamento che il governo presenterà stamane non ci sarà una sola riga sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto. La conclusione della direzione del Pd (reintegro in caso di licenziamento disciplinare) sarà sussunta in un intervento in aula del ministro Poletti, che si limiterà a promettere di tener conto delle richieste della minoranza dem quando si andrà a scrivere i decreti delegati. Un impegno politico, niente di più.

nicola fratoianninicola fratoianni

 

E il Parlamento a quel punto non avrà più voce in capitolo, dato che il parere delle commissioni sui decreti delegati non è vincolante. Insomma, sulla vicenda del Job’s Act, ancor più che sulla riforma costituzionale, Matteo Renzi ha sbaragliato le opposizioni interne. Anche gli “avversari” dell’Ncd glielo riconoscono. «Io devo stare zitto per non compromettere il risultato finale — confida l’alfaniano Maurizio Sacconi — ma devo dire che Renzi mi ha stupito.

 

All’inizio non avevo alcuna fiducia, pensavo fosse solo un bluff, ma mi sono dovuto ricredere. Mi sbagliavo: del resto all’inizio anche su Tony Blair non avevo una grande opinione e poi si è visto quello che ha fatto». Se Renzi suscita l’ammirazione di Sacconi, nell’ala sinistra del partito accende sentimenti opposti. E ai renziani non è sfuggito ieri pomeriggio, nel cortile di Montecitorio, il lungo faccia a faccia tra Pippo Civati e il coordinatore di Sel Nicola Fratoianni. Primi passi verso un nuovo soggetto politico?

 

 

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