L’ITALIA? UNO STATO DI NECESSITA’ – RICCHI SEMPRE PIÙ RICCHI, LA CRISI L’HA PAGATA SOLO IL CETO MEDIO CHE SPROFONDA NELLA POVERTÀ (SPECIE AL SUD) – L’ULTIMA ITALIA EGUALITARIA È STATA QUELLA DEI PRIMI ANNI ’80!

Maurizio Ricci per "la Repubblica"

L'Italia non è mai stata così divisa. Agli economisti di destra piace dire che la marea alza e abbassa le barche, gli yacht come i gozzi, tutti allo stesso modo e così avviene nell'economia. Ma non è vero. Cinque anni di crisi - la crisi più lunga dal dopoguerra - hanno segnato la società italiana.

Gli indici con cui le statistiche misurano le disuguaglianze sociali crescono inesorabilmente dal 2007, l'ultimo anno prima della recessione. E il modo in cui questo è avvenuto mostra che la teoria della marea non tiene.

Ricchi più ricchi
La crisi non ha reso i ricchi meno ricchi. Se la sono cavata egregiamente, con appena qualche piccolo tremolio, che non ha compromesso le quote in più di ricchezza nazionale, guadagnate negli anni e nei decenni precedenti, a scapito del resto del Paese. E' all'altro capo della scala sociale, però, che è avvenuto lo sfondamento. Anzi, lo sprofondamento.

In confronto a quei ricchi, infatti, i poveri, a cominciare dalle classi medie in declino, sono diventati più poveri. Soprattutto al Sud, dove erano già più poveri. L'allargarsi della forbice è anche più vistoso se non si considera solo come i 4 milioni di italiani ricchi (e, in mezzo a loro, i 40 mila straricchi) hanno cavalcato gli ultimi anni di crisi, ma se si guarda a come i più fortunati hanno saputo gestire e utilizzare il lungo ristagno che, dagli anni ‘90, imprigiona l'economia italiana.

I 40 mila dello 0,1 per cento
L'ultima Italia egualitaria è ancora quella dei primi anni ‘80. Nel 1983, calcolano Paolo Acciari e Sauro Mocetti in uno studio ("Una mappa della disuguaglianza del reddito in Italia") pubblicato dalla Banca d'Italia, i 4 milioni di contribuenti, che costituiscono il 10 per cento più ricco degli italiani, assorbivano il 26 per cento del reddito nazionale.

In realtà è di più, dato che lo studio analizza le dichiarazioni dei redditi e, dunque, non tiene conto dell'evasione e neanche dei redditi fuori Irpef, in particolare gli interessi sui depositi, le cedole dei titoli, i dividendi azionari, insomma, le rendite finanziarie in genere che, per i ricchi, pesano.

Acciari e Mocetti sono, però, convinti che, anche se il livello assoluto non è affidabile, il movimento dei redditi può essere disegnato dalle dichiarazioni Irpef. Dieci anni dopo, dunque, nel 1993, il 10 per cento più ricco intasca il 30 per cento del reddito dichiarato, lasciando il 70 per cento a tutti gli altri.

E' il momento in cui l'economia italiana si ferma, smette, sostanzialmente, di crescere per non ripartire più, fino ad oggi, accontentandosi di allargarsi ad un ritmo paragonabile a quello di Haiti o dello Zimbabwe, lontano dal resto dell'occidente. Ma questo non impedisce ai 4 milioni di italiani più ricchi, quelli con un reddito sopra i 35 mila euro, di ritagliarsi una fetta di torta sempre più grande: al 2003, sono arrivati sopra il 33 per cento.
Nel 2007, alla vigilia della crisi, sono saliti ancora, sopra il 34 per cento. In meno di
25 anni, la fetta del 10 per cento è cresciuta di quasi un terzo.

Superstipendi e superpensioni
Ma ai 40 mila superstipendi, superpensioni, superparcelle, superrendite, che costituiscono lo 0,1 per cento dei redditi trasparenti all'Irpef e per i quali bisogna dichiarare dai 250 mila euro in su è andata anche molto meglio. Nel 1983, questa categoria di maxiredditi assorbiva meno dell'1,50 per cento del totale delle dichiarazioni.

Nel 1993, già sfiorava il 2 per cento. Ma il passo lo hanno allungato dopo, a ristagno iniziato: nel 2007, la quota dei 40 mila straricchi era salita oltre il 3 per cento. In pratica, in 25 anni è raddoppiata. E la crisi? A queste altitudini è un venticello, che non compromette la presa delle classi più agiate sulla torta nazionale. Fra il 2007 e il 2009, la quota del 10 per cento più ricco scende dal 34,12 al 33,87 per cento.

Geografia dell'ineguaglianza
La capacità dei più ricchi di intercettare quote crescenti di reddito è il segnale più vistoso
di una società ineguale, ma ne fornisce una immagine parziale. Il 10 per cento più ricco diventa più ricco, ma che succede nell'altro 90 per cento? Da questo punto di vista, la crisi sembra aver segnato una netta cesura. Il processo di progressiva ascesa dei ceti medi che, sgranandosi lungo la scala sociale, riduceva gli indici di disuguaglianza si è bruscamente interrotto con il 2007.

L'indice nazionale, ora, è in risalita, ma la mappa che Acciari e Mocetti hanno disegnato, secondo gli indici statistici di disuguaglianza, provincia per provincia, consente di vedere che l'impatto è assai diverso nelle diverse zone del Paese, fino a suggerire una geografia anche politico-elettorale. La disuguaglianza è nettamente inferiore nel Centro-Nord. Ai minimi, anche se a livelli non propriamente scandinavi, in realtà come Lodi, Biella, Vercelli ma, in generale, in buona parte dell'Italia padana e delle regioni rosse del centro.

La linea Roma-Pescara
Una situazione che muta di colpo sulla linea Roma-Pescara, sul confine di quella che era
l'area di intervento della Cassa del Mezzogiorno, soprattutto se si tiene conto anche della disoccupazione. Qui, quasi tutta la Sicilia, la Calabria e, soprattutto, Campania, Molise, il grosso della Puglia, in buona sostanza, l'Italia meridionale, con l'eccezione della Basilicata, registra tassi di ineguaglianza paragonabili a quelli della Turchia.

Nel Nord, il quarto più povero della popolazione dispone del 5,7 per cento del reddito complessivo. Nel Sud, questa quota crolla al 3,7 per cento. Una frattura geografica che si affianca e si somma a quella nazionale ricchi- poveri e che rende ancora più incerto il cammino di uscita dalla crisi.

 

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