1- POCHI MESI DI PALAZZO CHIGI E ANCHE SUPERMARIO E’ FINITO INTOSSICATO DAL VIRUS DEL POTERE. GONFIO DI SÉ, SI SENTE GIA’ CANDIDATO PREMIER E CONFIDA: “MI CHIEDO QUALE SIA IL MOMENTO GIUSTO PER DARE UNA DISPONIBILITÀ” (ANNUNCIO A SETTEMBRE!) 2- IN REALTA’ L’ANNUNCIO MONTI L’HA DATO IERI: “GLI SPREAD RESTANO ALTI PER L’INCERTEZZA SU QUELLO CHE SUCCEDERA’ NELLA POLITICA ITALIANA DOPO LE ELEZIONI DEL 2013” 3- IL PRIMO AGITPROP DEL MONTIS BIS NON SONO CERTO BERSANI E CASINI, CHE VEDONO ALLONTANARSI RISPETTIVAMENTE PALAZZO CHIGI E QUIRINALE, BENSI’ SILVIO BANANONI 4- “MONTISMO BERLUSCONIANO”! ALTRO CHE ELEZIONI ANTICIPATE, IL BANANA VUOLE MANTENERE UN RUOLO DETERMINANTE IN UN SISTEMA DOVE NESSUNO PRENDA IL SOPRAVVENTO. E LA GRANDE COALIZIONE CON MONTI PREMIER E’ IL SUO ASSO NELLA MANICA 5- IL RAPPORTO RISERVATO E PREFERENZIALE TRA MONTI E BERLUSCONI VA AVANTI DA UN PEZZO

1- MONTISMO SENZA LIMITISMO
Marco Galluzzo per il Corriere della Sera

Il giardino dell'hotel Le Pigonnet è un luogo discreto e riservato, molto ben curato, che accoglie prevalentemente gli ospiti dell'albergo. Ad un piccolo tavolo, da solo eppure perfettamente a suo agio, una coppa di champagne e un bicchiere d'acqua a fargli compagnia, Valery Giscard D'Estaing sorride. Ottantasei anni portati magnificamente.

L'ex presidente francese saluta Mario Monti, brevemente. Ha lo sguardo sereno di chi si può permettere un distacco olimpico dalle cose del mondo. Lo ha già governato. Il presidente del Consiglio ha invece la scorta che lo segue, lo staff di Palazzo Chigi che ne segnala la presenza: è in carica. E agli altri ospiti del giardino rivela qualcosa che può cambiare il corso della politica italiana come della sua vita: sta pensando di restare oltre il 2013, o almeno di proporsi, ma non ha ancora deciso il momento giusto per comunicarlo.

Sotto le tende bianche che arredano il giardino il presidente del Consiglio ha diverse conversazioni: incontra Pascal Lamy, Organizzazione mondiale del Commercio, si intrattiene con i diplomatici del consolato italiano, ha un appuntamento di lavoro con il ministro dell'Economia francese, Serge Moscovici, si ferma a cena, fra gli altri, con Franco Frattini e il magistrato Pietro Grasso, gli unici due italiani, oltre a lui, che intervengono durante i lavori del Circolo degli Economisti francesi.

A tutti coloro che lo incontrano Monti è costretto a rispondere in modo diplomatico. Fronteggia la solita domanda, sul futuro dell'Italia, dopo di lui. È la domanda dei mercati, quella che poco distante dall'Università, negli uffici di rappresentanza di Crédite Agricole, i banchieri francesi pongono a Franco Frattini. Un anno fa in quegli stessi uffici c'era Mario Monti, si chiedevano previsioni al futuro premier.

Oggi invece è lui che fa una domanda ai suoi interlocutori: «Mi chiedo quale sia il momento giusto per dare una disponibilità». Nei grandi divani del giardino arriva il profumo della lavanda, le conversazioni private del premier raggiungono un numero di persone superiore a quello del necessario riserbo, su un argomento delicato. Monti chiede e ascolta, gli viene suggerito di attendere, per un eventuale annuncio: settembre magari, quando il governo sarà al riparo dalla crisi, ormai prossimo alla fine della legislatura.

A chi è con lui Monti trasmette il senso di un'ansia: «Penso che se dessi oggi una disponibilità non farei del bene al mio governo». Ma il concetto segnala che esiste una tentazione, di rompere gli indugi: oggi sarà a Bruxelles per negoziare i dettagli tecnici del meccanismo di stabilizzazione degli spread, ma tutti sanno che un annuncio di quel tipo, l'opzione di proseguire il suo mandato, sarebbe forse più stabilizzante di qualsiasi Fondo salva Stati.

L'incertezza rende nervosi i mercati, lo dice del resto lui stesso, per la prima volta in pubblico, dopo l'intervento nell'aula magna dell'università di Scienza del diritto e dell'economia della Provenza. E l'insicurezza sul timing di un annuncio si lega a molte cose: le conseguenze sui partiti della sua strana maggioranza, le ricadute sullo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi, la voglia di non essere lui a fare un passo in avanti, il timore che il Paese non possa permettersi una seconda estate di incertezza, almeno con la speculazione che continua a imporci tassi di finanziamento del debito che oscillano intorno al 6%, costi che avranno conseguenze sui conti pubblici del prossimo anno.

Uscire dalla crisi economica significa anche uscire dall'incertezza politica: questo sembra pensare il presidente del Consiglio, mentre condivide alcune riflessioni, sul proprio futuro politico, a sorpresa immaginato ancora a Palazzo Chigi, fra le piante e le lavande dell'hotel Le Pigonnet.

2- E LA GRANDE COALIZIONE TENTA I LEADER
Francesco Verderami per il "Corriere della Sera"

Se si fa, non si dice. Perciò è scontato che nel Pdl e (soprattutto) nel Pd venga fermamente smentita l'ipotesi di lavorare a una grande coalizione per il 2013. D'altronde non avrebbe senso parlarne prima delle elezioni, sarebbe come invalidare anzitempo la partita.

Ma la prospettiva che il montismo succeda a Mario Monti non è sfumata, anzi. Più va avanti l'esperienza del governo tecnico, più aumentano le probabilità che la «strana maggioranza» possa ricostituirsi in Parlamento dopo la contesa nelle urne. Al momento non ci sono prove ma solo indizi, ed è attraverso l'analisi delle trattative sulla legge elettorale che si possono raccogliere degli elementi. Ecco perché è importante la mediazione in corso tra Pdl, Pd e Udc sulla riforma del sistema di voto: la tattica che stanno adottando disvela infatti dettagli sulla loro strategia politica.

Lo stallo di questi giorni non inganni, è tipico di una vertenza che sta arrivando a conclusione, tanto che gli sherpa impegneranno il weekend per lavorarci sopra. Altrimenti i leader dei tre partiti non si direbbero convinti di poter raggiungere un'intesa già la prossima settimana, Alfano non la metterebbe in conto, Bersani non sosterrebbe che «ormai dovremmo esserci», e Cesa non si farebbe scappare di essere «molto ottimista». Non c'è dubbio che i nodi ancora da sciogliere sono determinanti per disegnare il futuro sistema politico, ed è proprio dietro quei nodi che si può scorgere l'ombra della grande coalizione.

Il braccio di ferro sul premio di maggioranza ne è l'emblema. C'è un motivo se il Pd preferirebbe assegnarlo alla coalizione vincente, mentre Pdl e Udc vorrebbero affidarlo al partito vincente. Ed è chiaro come mai Bersani spinga per un premio comunque alto (15%), mentre Alfano e Casini puntino a tenerlo basso (10%). «Il 15% per noi è inaccettabile, Pier Luigi», ha detto il segretario del Pdl al capo dei democrat durante il loro ultimo colloquio. «Abbassando la soglia, si prefigura l'instabilità», è stata la risposta: «E tu, Angelino, dovresti convenire che sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti. Perché se non si organizzano i due campi in contesa e andiamo in ordine sparso, Grillo potrebbe spazzarci via tutti».

Ecco spiegata l'importanza della discussione «tecnica» sul premio di maggioranza, che disegna gli scenari «politici» del dopo-voto e lascia intuire il cambio di strategia in corsa del Pdl. A dire il vero non è la prima volta che Bersani - dopo aver incontrato Alfano - ha pensato di aver chiuso il patto, rimesso poi in discussione da un vertice a palazzo Grazioli.

L'opzione delle preferenze, per esempio, sembrava ormai abbandonata. E invece il Pdl ha preso a spalleggiare l'Udc, convinto - come ha spiegato Casini - che «i candidati nei collegi danno l'idea di persone paracadutate sul territorio, mentre le preferenze consentono di contrastare meglio il grillismo».

«Con le preferenze - ha obiettato Bersani - aumenterebbero le spese elettorali, si aprirebbe un varco pericoloso, ci sarebbe il rischio del malaffare e ci ritroveremmo con le inchieste della magistratura».

Ma il cuore della trattativa è il premio di maggioranza. È da lì che si intuisce come il «montismo berlusconiano» abbia preso piede. Altro che elezioni anticipate, il Cavaliere vuole mantenere un ruolo determinante in un sistema dove nessuno prenda il sopravvento. E la grande coalizione è lo strumento idoneo all'occorrenza. Di più, è Monti il suo asso nella manica nonostante le tensioni del Pdl con il governo. Il rapporto riservato e preferenziale tra l'attuale premier e il suo predecessore sfugge ai riflettori e alle dinamiche di Palazzo.

E Berlusconi sarebbe pronto a sconfessare anche se stesso pur di non uscire dal centro del ring. Come ricorda il segretario del Pri, Nucara, «fu Berlusconi a indicare Monti come commissario europeo, a proporlo come governatore di Bankitalia, a tentarlo con il ministero dell'Economia, e soprattutto a lanciarlo come candidato al Quirinale prima che ci arrivasse Napolitano».

Puntando su Monti, inchioderebbe Casini e manderebbe gambe all'aria ogni manovra fin qui ipotizzata. La grande coalizione insomma è più di una suggestione. Ma per farla non bisogna dirla, e se del caso è necessario smentirla. Perciò il Cavaliere fece finta di prendere le distanze dal progetto «Tutti per l'Italia» che Giuliano Ferrara lanciò mesi fa sul Foglio. Era troppo presto. E ora che sul Giornale Vittorio Feltri evoca Indro Montanelli per scrivere che sarebbe meglio «turarsi il naso» e guidare «tutti insieme» il Paese, ecco comparire un altro indizio.

Perché non c'è dubbio che il fondatore del Pdl sia tornato a dettare l'agenda del partito, bloccando le primarie, facendo mostra di essere un allenatore che si allena per rientrare in campo. «Io rappresento tutte le anime del partito», ha detto l'altra sera davanti al suo gruppo dirigente.

E la storia che una svolta grancoalizionista possa indurre l'area degli ex An ad abbandonare il Pdl, non sta in piedi. Ci pensa La Russa a far giustizia delle voci circolate negli ultimi tempi: «Nessun tipo di riforma del sistema di voto su cui stiamo discutendo presuppone di per sé la grande coalizione. Certo, sarebbe per me e per molti di noi inaccettabile precostituire o addirittura dichiarare la grande coalizione come obiettivo. Se invece questa formula di governo venisse imposta per effetto del risultato elettorale, sarebbe un'altra cosa». Più chiaro di così.

Il «montismo berlusconiano» è ben incardinato nel centrodestra, il presidente del Senato Schifani non manca occasione nei suoi colloqui di ripetere che «l'emergenza dettata dalla crisi non cesserà purtroppo il giorno dopo le elezioni». L'idea della grande coalizione nel Pdl si alimenta anche dei segnali che giungono dal campo avverso. Pare che Berlusconi abbia letto più volte l'intervista rilasciata al Corriere da D'Alema e abbia avuto la sensazione che contenesse un messaggio subliminale.

 

 

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