A VOLTE RITORNANO - 32 ANNI FA IL PRIMO SCANDALO DEL CALCIOSCOMMESSE - PER IL CAPO DELLA POLIZIA MANGANELLI QUELLE SCENE MALAVITOSE, CHE SCONVOLSERO IL MONDO DEL CALCIO FINO A QUEL MOMENTO CONSIDERATO VERGINE, SI RIVEDRANNO - ALLORA LA VITTORIA DEL MONDIALE FECE SCORDARE TUTTO - E OGGI? CAMBIANO LE PERSONE (NON PIÙ WILSON E GIORDANO, MA BENASSI E MAURI), I FATTI RESTANO GLI STESSI (E IL LAZIALE MAURI GIOCA)...

Malcom Pagani per il "Fatto quotidiano"

Marino Lombardo, difensore del Pescara, si immedesimò nel ruolo. A metà ripresa parlò al laziale Vincenzo D'Amico, l'avversario di giornata, da avvocato (d'ufficio) di una causa persa. "Sono venuti a prendervi". Lì, in mezzo al campo. Perché tutti sapevano. E tutti aspettavano. Agenti in borghese, verdi alfette di Polizia e Finanza. Uscite bloccate, presidi all'esterno e stupore. Alle 17 del 23 marzo 1980, in Abruzzo come a Genova, Roma, Perugia, Lecce e Avellino, tra pianti, svenimenti, tentativi di fuga e ultime docce rubate, il calcio finì dentro. Undici arresti.

Atleti e (Colombo del Milan) presidenti. Emilio Fede al Tg1, con le foto in bianco e nero di Albertosi e Paolo Rossi sullo sfondo e dietro il sipario, il calcioscommesse eretto e poi demolito dal dettagliato racconto di due commercianti romani, Trinca e Cruciani, frequentatori dei pallonari d'allora tra una cena e un assegno, come oggi, 32 anni dopo, gli epigoni non si sono stancati di fare. Accadrà di nuovo, ha detto il capo della Polizia Manganelli. Si preparano fermi e prime pagine.

E al posto di Wilson, Manfredonia, Girardi, Merlo e Giordano, le figurine di oggi. Quarantuno indagati. Nomi come Luciano del Chievo, Ferrario del Parma, Benassi del Lecce e Mauri della Lazio. Santificato dal derby ma inquieto, nella speranza di non finire in croce. Rispetto ad allora, senza riuscire a intuirne il guadagno, c'è un relativo pudore. Il silenzio che precede, democratico, retorica e choc. E a nessuno, nonostante il generale scetticismo mediatico sulle inchieste di Cremona e Bari, vengono in mente le verticalizzazioni infelici d'epoca tentate da Evaristo Beccalossi: "Invece di arrestare le Br, vengono a prendere noi".

Era la prima volta. Si respirava un clima diverso. L'illusoria purificazione definitiva. Così, temendo la reazione popolare ci si nascose finché fu possibile. Una teoria di "io non c'entro" iniziata con Albertosi: "Diventerò ricco con il danno morale che questa vicenda mi procura. Sporgerò querela. Sono tranquillo perché mi sento assolutamente pulito", proseguita con il linguaggio da mattinale di Pino Wilson: "Rispondo solo a domande tecniche, per qualsiasi altro interrogativo o problema rivolgetevi ai miei superiori gerarchici" e incorniciata da un anacronistico Ferruccio Valcareggi: "Non crederei neanche se vedessi con i miei occhi".

Dovette sforzarsi. Per settimane (nell'anno di Bologna e Ustica) lo scandalo conobbe una puntata al giorno. Si colpiva alla base l'ora d'aria degli italiani e l'idea stessa di una riserva incontaminata. Sergio Campana, presidente dell'Associazione calciatori tracciò la linea: "I colpevoli non potrebbero mai sperare in un nostro appoggio", ma il resto del convoglio faticò a seguirlo.

Quelli in testa, come il tecnico del Bologna (squadra coinvolta, allo zenit del vizio) Marino Perani: "È come il caso del doping, una bolla di sapone che presto si sgonfierà" e gli altri a ruota. Increduli. Sorpresi. Gli intoccabili di un tempo guardati a vista dai Carabinieri e finiti a far mattina tra una briscola e un tresette con i detenuti di Regina Coeli. Nel 1980 l'inchiesta fu svelata dal Corriere dello Sport. Ventiquattr'ore dopo, il giorno due, Oreste Del Buono, inviato a osservare Milan-Inter, sul Corriere della Sera non aspettò conferme. "Una partita da malavita. Malavita sugli spalti, dove nella nebbia dei fumogeni si è attaccato a coltellate.

Ma malavita anche in campo dove un gruppo di sfaticati ha giocato a chi giocava di meno e sbagliava di più. Malavita, malavita, malavita. Nessuna definizione meglio indicata. Lazzaroni, mangiapane a tradimento, imbroglioni. Il calcio merita davvero di trasferirsi tutto o quasi in tribunale". Lo accontentarono. L'intervista di Beha a Montesi della Lazio (soldi ricevuti nel gennaio 1980 per alterare un Milan-Lazio con il calciatore che poco prima dell'inizio accusa un sospetto malore e non scende in campo) spianò la corsa a distinguo, tentativi di insabbiamento ed evasione dalla realtà.

Negarono tutti e Massimo Giacomini, allenatore del Milan, perse la testa per conservare quella del sistema: "Sui tifosi della Lazio ha ragione Montesi quando dice che sono un po' stronzi". In mezzo a tanto fumo, le ombre più annerite trovarono la via d'uscita. Dure condanne sportive e lato penale bianco come la fedina dei protagonisti, usciti dall'inchiesta alla vigilia di Natale. Poi vennero Bearzot, le notti di Pontevedra, le urla di Martellini e Zoff con la Coppa del Mondo al cielo. Amnistia per tutti. Oblìo. Lavacro. L'acqua è ancora sporca. In 32 anni nessuno l'ha cambiata.

 

STEFANO MAURIbruno giordanoIl capo della polizia Antonio Manganelli OLIVIERO BEHA BEARZOT c e f fc bab ad bf a

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