VOGLIO UNA VITA DISORDINATA: BOBO MARONI DA DEMOCRAZIA PROLETARIA ALL’AMPOLLA DI BOSSI – I “RAID” IN AUTOSTRADA INSIEME A UMBERTO (UNA VOLTA PER POCO NON CI SCAPPO’ IL MORTO) – NEL ’94 SLOGGIO’ A MALINCUORE DAL VIMINALE – L’AIUTINO A LADY GIORGETTI, COINVOLTA IN UNA FACCENDA DI FINANZIAMENTI ILLECITI – “SCAMBIO DI FAVORI” CON WOODCOCK? – TANTI VOTI E UNA VOTINO: MA SE LA CURVACEA “BADANTE” DI BOBO TRASCURA I GIORNALISTI, DI CHI SI CURA?...

Giancarlo Perna per "il Giornale"

Conquistando la segreteria leghista, Bobo Maroni ha pareggiato i conti con Umberto Bossi. Gli amorosi sensi tra i due erano cessati da quando Umberto ha ripudiato l'ex pupillo gettandolo nello sconforto. Bobo aveva nascosto il magone dietro gli orripilanti occhiali rosso-neri che inalbera da qualche tempo per darsi un'aria scanzonata, anche a rischio di passare per squinternato.

Ma rideva per non piangere, come il pagliaccio di Leoncavallo. La rivincita di ieri - preparata con puntiglio - mette fine alla frustrazione.

Ecco, dall'inizio, la storia di amore e odio. Roberto Ernesto Maroni è nato (57 anni fa) e cresciuto nella quieta Varese, in una famiglia pia e democristiana, con una mamma ordinata e meticolosa la quale esigeva che nel salotto incerato si entrasse solo con le pianelle. Bobo, per soprammercato, era anche bravo, studiava nel Liceo classico Caroli e non aveva fronzoli. Una vita piatta da spararsi. Roberto evitò la sciagura con una sciaguratezza: si iscrisse sedicenne a Democrazia proletaria e per otto anni fu veterocomunista.

Nel 1979, fece di peggio: incontrò il trentottenne Bossi, quattordici anni più di lui, si prese una cotta virile e lasciò la rivoluzione proletaria per quella padana. La mamma, invece, andò sulle furie vedendo il figlio bighellonare con quell'esagitato in canottiera che un giorno faceva l'operaio, l'altro il paramedico e blaterava d'indipendenza del Nord, di avi celtici e del dio Po. Fagocitato dal nuovo amico, Bobo cominciò una vita disordinata.

L'attività principale era andare nottetempo a spennellare sui cavalcavia gli slogan dei cosiddetti lumbard, cioè loro due, più Giuseppe Leoni, Francesco Speroni e qualche parente. La cosa avveniva così. Tra le urla della mamma, Bobo prendeva l'auto di famiglia, caricava Umberto con i secchi di vernice e via sull'autostrada. Al primo cavalcavia, Bossi scendeva con gli attrezzi e iniziava, nell'oscurità, a dipingere il Sole delle Alpi. Bobo, per non farsi beccare dalla Stradale, filava via, usciva al primo casello, tornava indietro, riprendeva Bossi e lo scaricava al cavalcavia successivo.

Così fino all'alba. Una volta, mentre Bobo stava facendo il giro, Umberto non si accorse dell'arrivo di una pattuglia. Un agente gridò: «Fermo o sparo». Umberto scappò. Quello tirò. Seguì un macabro silenzio. Temendo di averla fatta grossa, i poliziotti si dileguarono a tavoletta. Quando Roberto ripassò, Bossi uscì dal nascondiglio, salì di corsa e, per l'agitazione, rovesciò nell'abitacolo i secchi di vernice condannando l'auto alla rottamazione e se stesso all'ostracismo da parte di mamma Maroni.

Tra queste avventure, Bobo era diventato avvocato e manager legale della Avon, la multinazionale Usa della cosmesi. Molti anni dopo, con l'amicizia già agli sgoccioli, Bossi per irridere Maroni davanti ai cortigiani diceva: «Questo qui vendeva rossetti, l'ho allevato io». Bobo non batteva ciglio, ma affilava il coltello. Prima di questo, e per molti anni, Roberto fiorì al sole di Umberto.

Lasciata l'avvocatura per la politica, nel 1992 divenne deputato. Nel 1994, a 39 anni, fu ministro dell'Interno nel primo governo Berlusconi. Quando Bossi fece il ribaltone tradendo il Cav, Bobo, che al Viminale si trovava bene, si arrabbiò col capo. Per un po', tenne il punto. Ma, troppo debole per camminare da solo, tornò presto all'ovile, la coda tra le gambe. Fu messo alla prova.

La Lega alla fine degli anni Novanta era secessionista e pullulava di Camicie verdi e Guardia nazionale padana. Bobo, per riconquistare i favori del cacicco, si mise alla testa degli armigeri. Quando la magistratura reagì mandando gli agenti a perquisire la sede leghista di via Bellerio, Maroni si avventò su di loro. Nel parapiglia si vide, per la prima volta al mondo, un ex ministro di polizia addentare il polpaccio di un poliziotto. Bobo ne ebbe due conseguenze: il naso rotto e una condanna a otto mesi, ridotta a quattro in Appello, per resistenza e oltraggio.

Negli anni Duemila, Maroni fu un signor ministro nei governi del Cav. Prima del Lavoro, poi di nuovo dell'Interno, contribuendo a migliorare l'immagine boscimane della Lega. Ma quegli anni sono gli stessi della caduta in disgrazia presso Bossi e della catena di eventi che l'hanno portato alla Segreteria. Tutto parte dall'ictus dell'11 marzo 2004.

Fragile e non più autonomo, Umberto fu preso in consegna dalla moglie, Manuela, e dai suoi fiduciari, riuniti nella combriccola del cerchio magico. Bobo, considerato fin lì l'erede, ne fu escluso proprio per questo. Per Manuela, la Lega era affare di famiglia e Maroni il maggiore ostacolo ai suoi disegni nepotistici. Roberto soffrì a lungo di non potere avvicinare Umberto e vide con sgomento che il suo mentore, intortato dal cerchio, diventava aspro e sospettoso verso di lui.

Poi, passò al contrattacco. Il Viminale è il posto giusto per influenzare la vita degli enti locali. È da quel seggio che Bobo ha conquistato i sindaci del Nord che sono il nerbo della Lega.

Così, in tre anni, l'80 per cento del partito è passato con lui e ha iniziato a considerare Bossi un vecchio arnese. Per ragioni diverse, perfino un uomo chiave del cerchio magico, Giancarlo Giorgetti, è recentemente confluito tra i maroniani lasciando con un palmo di naso Manuela & Co. Si dice che Giorgetti debba gratitudine a Maroni per un pasticcio in cui era incappata la moglie. La signora, cavallerizza, è stata coinvolta in una faccenda di finanziamenti regionali illeciti, per avere gonfiato il numero degli allievi di un corso di equitazione per disabili. Una parolina ben piazzata - dicon - ha limitato i danni e lady Giorgetti se l'è cavata con una condannina a due mesi e la restituzione di una somma.

Poi c'è stata la faccenda del deputato Pdl Alfonso Papa. Preso di mira dall'originale pm anglo-napoletano Woodcock (non ne azzecca una), Papa è finito cento giorni in galera perch´ i deputati leghisti, per ordine di Maroni e contro le indicazioni di Bossi, hanno votato l'autorizzazione alla gattabuia. Dato il pm, non c'era da dubitare che fosse una patacca, tanto che Cassazione e Riesame ha accertato l'ingiusta detenzione. Maroni però ha spiegato che del merito se ne infischiava, ma voleva la galera per dare un segnale di «legalità». Sta di fatto che ha dato una mano a Woodcock, il quale, dopo un po', ha aperto l'inchiesta sul tesoriere Belsito e le miserie della famiglia Bossi, con cui ha consegnato la Lega a Maroni. Un do ut des, tra l'ex ministro e il pm del Somerset?

Nessuno lo dice, c'è chi lo pensa. Per completare il periplo di Bobo, aggiungiamo che è sposato da trent'anni e ha tre rampolli. La moglie, la riservatissima Emilia Macchi, sua compagna di liceo, ha un cognome glorioso poichè è la figlia di un fondatore dell'Aermacchi. Mai una parola su di lei, qualche sussurro su di lui per via della portavoce, Isabella Votino, giovane, graziosa e onnipresente, ma inutile nei rapporti con i giornalisti che ignora, tanto da essere ribattezzata portasilenzi. Di qui la malizia: se trascura la stampa, di chi si cura?

 

Maroni Giovane RockMARONI E UN GIOVANE RENZO BOSSI jpegMARONI E UN GIOVANE RENZO BOSSI jpegUMBERTO BOSSI E ROBERTO MARONI ELETTO SEGRETARIO DELLA LEGA NORD jpegBOSSI E MARONIBOSSI E MARONI AL CONGRESSO DELLA LEGA jpegROBERTO MARONI E UMBERTO BOSSI SI STRINGONO LA MANO Una foto di archivio di Roberto Maroni assistito da Roberto Calderoli e Umberto Bossi dopo gli incidenti di via Bellerio ROBERTO MARONI CON LA SCOPA PADANA Giancarlo Giorgetti - Copyright PizziBOSSI UMBERTO

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