GUERRA SUL COLOSSEO - ALEMANNO SCAVALCA LA SOPRINTENDENTE CHE VUOLE PROTEGGERE IL MONUMENTO E FA L’ACCORDO CON L’INUTILE E DIMISSIONARIO ORNAGHI - IL PROGETTO FARAONICO DI RESTAURO DI DELLA VALLE, GRAZIE ALLE OPACHE PROCEDURE DI GARA, SI È ARENATO AL TAR E AL CONSIGLIO DI STATO - MA IL MIGLIOR RESTAURO È QUELLO CHE NON SI DEVE FARE: BASTEREBBE L’UMILISSIMA MANUTENZIONE ORDINARIA…

Tomaso Montanari per il "Fatto quotidiano"

Il Colosseo è una rovina. Non è precisamente una notizia, ma il sindaco di Roma non riesce a farsene una ragione. Due giorni fa Gianni Alemanno ha attaccato frontalmente la soprintendente archeologica della capitale, Mariarosaria Barbera, accusandola di «creare una situazione di elevato allarme». Quest'ultima aveva il torto di essersi preoccupata dei frammenti di pietra che, specie con le piogge forti, si staccano e precipitano al suolo, rischiando di rendere davvero indimenticabile la visita di qualche turista.

Da qui l'esigenza di imporre una sorta di ‘zona rossa' che tenesse i visitatori fuori pericolo: ma siccome per Alemanno il Colosseo è soprattutto un grande spartitraffico (la battuta è di Antonio Cederna), non gli sembrava pensabile spostare nemmeno una fermata dell'autobus: e dunque Comune e Soprintendenza si erano accordati per la soluzione (indecente) di avvolgere il gigante in grandi reti di protezione.

E IL SINDACO ROVESCIÃ’ IL TAVOLO
Tuttavia, di fronte alla (comprensibile) gragnuola di critiche ricevuta dalle opposizioni, Alemanno ha rovesciato il tavolo e ha telefonato direttamente al capo dell'odiata soprintendente, il ben più malleabile ministro per i Beni culturali, Lorenzo Ornaghi.

E ha fatto bingo: dopo una «chiacchierata cordiale», i due politici hanno deciso di «affidare ad un tavolo tecnico presso il dicastero i temi relativi alla sicurezza delle aree circostanti l'anfiteatro Flavio, presieduto dal segretario generale [del Mibac] Antonia Pasqua Recchia». Tradotto dal burocratese, si tratta di una clamorosa sconfessione della soprintendente, alla quale il suo stesso ministro spara alla schiena, sottraendole di fatto la competenza sul principale monumento archeologico della città.

Questo grottesco teatrino apparirà ancora più sconcertante a chi ricordi il trionfalismo con cui Alemanno aveva annunciato, nel giugno 2011, il salvifico super-restauro del Colosseo sponsorizzato da Diego Della Valle. Ebbene, che fine ha fatto il progetto-pilota della nuova, risolutiva sinergia tra pubblico e privato? È mestamente arenato alla II sezione del Tar del Lazio, dove pende il ricorso delle imprese escluse dal restauro, mentre il Consiglio di Stato dovrà decidere sul ricorso del Codacons contro l'affidamento della sponsorizzazione a Mister Tod's. Insomma, il Comune e il Ministero avevano concepito un autentico capolavoro amministrativo.

Al di là dell'umiliante cronaca spicciola, questa vicenda è assai interessante perché permette di vedere con estrema chiarezza ciò che condanna il patrimonio storico e artistico italiano ad una fine così ingloriosa.

La prima cosa da dire è che se Roma fosse la capitale di un qualunque altro stato europeo, tutta l'area del Colosseo e dei Fori imperiali sarebbe stata pedonalizzata da decenni. E la riduzione delle vibrazioni e delle emissioni di scarico sarebbe un passo decisivo per la conservazione e la sicurezza dell'anfiteatro: oltre che per la vivibilità e la godibilità di uno dei luoghi più sacri della civiltà occidentale. Ma quest'ultima ovvietà è, d'altra parte, difficilmente comprensibile ad un'amministrazione che tollera il circo equestre dei ‘gladiatori' che staziona di fronte al Colosseo.

IL FALSO MITO DEL "RESTAURO-EVENTO"
In secondo luogo, il miglior restauro è quello che non si deve fare: quello che viene prevenuto dall'umilissima manutenzione ordinaria. Un'operazione per cui è difficile trovare un paperone in cerca di visibilità globale, e che è invece il precipuo compito delle soprintendenze. E qua veniamo al punto centrale.

Che Ornaghi abbia delegittimato la soprintendente di Roma cedendo alle sguaiate pressioni di Alemanno è gravissimo, ma non è una novità. Il fatto che il Colosseo perda pezzi è, infatti, la diretta, necessaria conseguenza dei micidiali tagli ai fondi e al personale che i governi di ogni colore hanno inferto per decenni al sistema delle soprintendenze, umiliando e svuotando il sistema di tutela migliore del mondo e pensando semmai alla giostra degli eventi.

Ciò che è quasi impossibile far capire alla classe politica italiana, e spesso anche ai giornali e all'intera classe dirigente, è che i danni straordinari del patrimonio si prevengono con la cura ordinaria e con la competenza tecnica degli addetti ai lavori, non con i restauri-evento.

In piena età barocca, il grande scrittore Emanuele Tesauro scriveva che il Colosseo simboleggiava una Roma che «non cessa di ritorcer gli occhi alle deboli vestigia delle sue fuggite potenze, e vi mira sparse per terra le marmoree sue viscere». E che «in quello anfiteatro invece di gladiatori, l'arte con la natura combatte». Oggi, dopo quattrocento anni siamo invece ridotti a guardare sparsi per terra i frammenti di pietra che cadono dal monumento, e a veder combattere l'assenza della politica con l'assenza della tutela.

 

 

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