GUSTAVO L’INGENUO – UNA SBRODOLATISSIMA ARTICOLESSA, DAVVERO LESSA, E’ LA RISPOSTA DI ZAGREBELSKY ALLE LEGNATE DI SCALFARI – COME TESI DIFENSIVA, L’INGENUITà: “LA LINEA DI CONDOTTA CUI MI SONO ISPIRATO NON È DEI FALSI, MA DEI VERI INGENUI. IL COMPITO DI CHI SI DEDICA A UNA PROFESSIONE INTELLETTUALE È D’ESSERE, PER L’APPUNTO, UN VERO, CONSAPEVOLE E INTRANSIGENTE INGENUO”…

Gustavo Zagrebelsky per La Repubblica

Eugenio Scalfari, col suo scritto di domenica scorsa, mi offre l'occasione di riprendere, sul nostro giornale, alcuni punti del mio articolo "incriminato", incriminato per avere invitato il Presidente della Repubblica a riconsiderare l'opportunità del conflitto d'attribuzioni sollevato nei confronti di uffici giudiziari di Palermo. Non nego che quello scritto, tanto più per l'autorevolezza di colui da cui proviene, mi ha toccato nel profondo.

Poiché le ragioni sono sì personali, ma anche generali, tali quindi da poter interessare chi abbia seguito la vicenda, ritorno sull'argomento. Con una necessaria, e ovvia, premessa: siamo, come accennato, nel campo dell'opportunità. I giudizi di opportunità sono sempre discutibili, perché dipendono da molte ragioni e uno dà più peso ad alcune e altri ad altre. Se la ragione fosse una sola, saremmo nel campo della necessità che non si discute. Ma l'opportunità è sempre discutibile. Dunque, affrontiamo gli argomenti, in spirito discorsivo.

Qui c'è la forza e la ricchezza del nostro giornale. Dividerò le considerazioni che seguono in una parte generale e una speciale.
La parte generale è quella che più mi mette in difficoltà. A proposito "di eterogenesi dei fini" - conseguenze non intenzionali di atti compiuti intenzionalmente - nel mio scritto, non vi sarebbe stata nessuna "eterogenesi", perché le conseguenze - la strumentalizzazione in vista di un "attacco" al Capo dello Stato - sarebbero state non solo da me previste, ma addirittura volute.

L'insinuazione è che io faccia parte d'una operazione orchestrata per "delegittimare" il Capo dello Stato. Mi permetto di dire a Scalfari che ho avvertito come una ferita (e spiegherò perché), tanto più ch'egli aggiunge di sperare che il suo dubbio sia dissipato, temendo che questa speranza "si risolva in una delusione".

Le cose non stanno così. Ho condiviso e condivido molte delle cose dette e fatte dal Capo dello Stato, come egli sa per averne ricevuto testimonianza, con calde parole ch'egli certo ricorderà, in una pubblica occasione svoltasi qualche mese fa a Cuneo. Ma su altre cose ho delle riserve. Che cosa c'è di strano? Una cosa approvi e un'altra disapprovi - sì, sì; no, no, il resto è opera del maligno - e lo dici in piena libertà, come si conviene in un Paese libero. Avrei dovuto tacere o dire il contrario?

Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo - in sostanza, un ipocrita - perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d'essere, per l'appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l'unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi.

È una questione d'integrità professionale, almeno così come la vedo. Vogliamo forse che "per opportunità" si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si pensano vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?
C'è per me un "libro di formazione". Non sembri una citazione fuori luogo o fuori misura. Scritto nel 1923, in circostanze più drammatiche delle attuali, contiene una lezione indimenticabile. È Il tradimento dei chierici di Julien Benda (ripubblicato da Einaudi). Non è una citazione esornativa, "da professore".

È un invito. Tratta degli uomini di pensiero che in quel tempo - e in tutti i tempi - si astennero dal prendere posizione, tacendo o dicendo cose che andavano contro le loro stesse convinzioni, e questo fecero "per opportunità". La loro colpa non fu di avere detto cose sbagliate, ma di non avere detto le cose ch'essi stessi ritenevano giuste. Facciamo le debite proporzioni, ma riflettiamo sul corto-circuito che si verifica quando nel campo del pensiero si insinua l'idea che ciò che pensiamo, per opportunità, o anche per "responsabilità", si possa o debba tacere.

Forse che l'attività intellettuale non deve anch'essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l'attività intellettuale non ha anch'essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c'è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, "ingenua", non legata al potere e al consenso - la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pólis.

Sarebbe una deviazione, se l'attività intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo così, c'è la sua utilità, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura? Scrivendo queste cose, mi ritornano in mente gli anni '50. Chi appartiene alla mia e alla precedente generazione, comprende facilmente il riferimento. Se ci sarà l'occasione potremo ritornare su quella storia fatta di contrapposte accuse di "defezione", che nessuno e, di certo meno che mai Eugenio Scalfari, rimpiange.

Sulla parte speciale credo di muovermi con più facilità. Nel mio scritto, ho sostenuto che questo conflitto, per i suoi caratteri, non ha precedenti. Scalfari dice di no, ma poi spiega: vi sono politici e loro fiancheggiatori che, nel caso in cui la Corte dia ragione al Capo dello Stato, "palpitano" per poter accrescere i loro "attacchi eversivi" all'una e all'altro; nell'improbabile caso contrario, se al Capo dello Stato venisse dato torto, sempre gli stessi gli chiederebbero "immediate e infamanti dimissioni".

Non è questa una situazione eccezionale, drammaticamente difficile? Riflettiamoci seriamente e freddamente. La Corte è un giudice e noi pretendiamo ch'essa giudichi secondo diritto, seguendo "l'etica della convinzione" che le è propria. Ma sappiamo bene che, messa di fronte a un "fiat iustitia, pereat mundus", nessuna Corte costituzionale indietreggerebbe nell'applicare l'"etica delle conseguenze" che, indubbiamente, interferisce con le ragioni solo giuridiche.

Nella specie, il "pereat mundus" è la crisi costituzionale che sia Scalfari sia io paventiamo. Qualunque Corte costituzionale la prenderebbe in considerazione come male supremo da evitare. Per questo dicevo che l'esito del conflitto è scontato. Dire queste cose non è indebita interferenza sulla decisione della Corte, come crede Scalfari, ma è teoria della Costituzione. Leggendo che le Corti hanno il diritto d'essere protette da situazioni siffatte, per poter decidere nella "tranquillità del diritto", non c'è da essere sconcertato "d'una scorrettezza", come Scalfari dice d'essere, perché quella espressione viene da lontano, da un dibattito internazionale tra illustri costituzionalisti.

Scalfari, poi, mi fa dire che la Corte non avrebbe i poteri per risolvere il conflitto proposto, perché, dando ragione al Capo dello Stato, introdurrebbe un'innovazione della Costituzione. In verità, non ho detto questo ma che, per quanti danno alla parola "irresponsabilità" un significato più ristretto di "inconoscibilità" o "intoccabilità" - per quelli (e ce ne sono) che pensano così - l'accoglimento del ricorso sarebbe un'innovazione della Costituzione.

L'interpretazione che facesse coincidere i significati, sia pure a proposito di una piccola, ma cruciale questione, avrebbe effetti di sistema difficilmente controllabili su tutto l'impianto dei poteri costituzionali, così come si è finora concepito. E, se è vero che, nel caso in questione, la Corte si trova in quel cul de sac di cui dice lo stesso Scalfari, la domanda è se non è sommamente inopportuno che ciò avvenga, e in queste circostanze.

Poi, è verissimo, che la Corte dispone di tutti gli strumenti tecnici necessari per decidere come vuole (le sentenze additive e interpretative, però, di per sé non c'entrano: riguardano i giudizi sulle leggi, non i conflitti): dai principi, nel nostro caso il principio d'irresponsabilità presidenziale, si possono trarre regole specifiche per decidere i singoli casi, superando anche (ma qui non è il caso di scendere nei dettagli giuridici) contraddizioni o lacune legislative. Ma la questione non è di strumenti tecnici, ma - ripeto - di prudenza e responsabilità nel chiedere di attivarli.

L'ultima cosa che non ho detto è che il Capo dello Stato avrebbe frapposto "un insormontabile ostacolo alla ricerca della verità". Ho detto invece che il ricorso, per effetto delle circostanze che non si controllano, è venuto ad assumere il significato d'un tassello in un disegno critico della magistratura, che finisce per indebolirne l'opera. Il che, guardando ciò che succede, mi pare incontestabile.

Sullo sfondo di tutto ciò, c'è una questione che emerge con chiarezza nelle considerazioni "pertinenti anche se non inerenti" che chiudono l'articolo di Scalfari. Esiste nel nostro Paese uno scontro aperto e, apparentemente, senza mediazioni. Da un lato, coloro che sostengono con convinzione che la magistratura (se non tutta, molte sue parti) esorbiti dai suoi poteri perché persegue il fine di sottomettere la democrazia o la politica al processo penale.

Dall'altro, quelli che pensano che non si tratti affatto di questo, ma semplicemente di ampi settori del mondo politico che, avendo costruito le proprie fortune sull'illegalità, temendo l'azione giudiziaria, vogliono limitare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. I primi parlano di "guerra" dei magistrati contro la politica, di "giustizialismo", ora di "populismo giuridico"; i secondi, specularmente, di "guerra" dei politici
contro la magistratura, di "assalto" alla giustizia.

Se davvero stato di guerra ci fosse (ecco la riserva cui accennavo all'inizio), allora anche le idee dovrebbero schierarsi, perché in guerra non solo tacciono le leggi, ma anche suonano le trombe che chiamano i cervelli all'adunata. Ai primi, però, bisognerebbe dire che i secondi non sono affatto tutti "antipolitici", come vengono definiti con una parola violenta e disonesta, che non fa che creare ostilità contro "i politici" che la pronunciano; ai secondi, occorrerebbe dire che la critica distruttiva della politica non sappiamo dove ci potrebbe portare: ma non certo verso il regno della giustizia (e della democrazia).

Coloro che sognano rivalse contro i magistrati dovrebbero chiedersi da dove nasce il risentimento contro "la politica" ch'essi impersonano e dovrebbero vedere che molti loro propositi non sono che altrettanti boomerang che alimentano le fila di chi sta dall'altra parte. Credono davvero che i diversi "riequilibri", in questo clima di scontro, siano saggi propositi e non conati controproducenti?

Il ricorso del Capo dello Stato ha aperto un "conflitto" giuridico ma, inevitabilmente, ha finito per essere inglobato, come suo episodio, in questo "conflitto" politico (astuzia perversa delle parole!). L'invito a ricercare una limpida soluzione della questione nella sede processuale ordinaria e a riconsiderare quindi l'opportunità di quel conflitto, nasce da qui.

 

Gustavo Zagrebelsky foto La Presseeugenio scalfari EZIO MAURO FOTO AGF REPUBBLICA jpegMARCO TRAVAGLIO ANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO jpegNICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO FRANCESCO MESSINEO PROCURATORE CAPO DI PALERMO jpegLA SEDE DELLA PROCURA DI PALERMO

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