SCONTRO NEL GOVERNO TRA SINISTRI (FORNERO) E BERLUSCONES (PASSERA-CATRICALA') - IL DUO DI LETTA E DI GOVERNO HA GIA' OTTENUTO LA TESTA DEL PRODIANO MALINCONICO. ELSINA HA PROVATO A REAGIRE, TENTANDO DI OTTENERE LE DIMISSIONI DI MARTONE DOPO LA DICHIARAZIONE "SFIGATA". MA SENZA SUCCESSO - E VISTO CHE SULLO SFONDO C'È IL CAMBIO DELLA GUARDIA IN CONFINDUSTRIA (LA "COLOMBA" SQUINZI IN POLE POSITION), MONTI POTREBBE ABBANDONARE LA VIA DELLA CANCELLAZIONE DELL'ART. 18….

Tommaso Labate per il Riformista

C'è uno scontro nel governo, che ruota attorno a Elsa Fornero. E un confronto dentro Confindustria, che riguarda la successione a Emma Marcegaglia. E poi una vecchia telefonata di Monti a Bersani. Sono tre indizi che vanno verso un'unica direzione: l'articolo 18 rimarrà fuori dalla riforma del welfare.

Abrogarlo? Mantenerlo in toto? Oppure, come sosteneva ieri Repubblica, non applicarlo ai neo-assunti, lasciandolo invece in vigore per i lavoratori che ne sono già tutelati? La telenovela sull'articolo 18, che va avanti ormai da due mesi, potrebbe concludersi col finale meno scontato. Quello che però anche l'ala ipermontiana del Pd - di cui fanno parte Enrico Letta e Walter Veltroni - considera a oggi il più probabile. «Alla fine», dice un autorevole esponente dei Democratici, uno di quelli che più s'è speso per far nascere il governo Monti, «non succederà nulla. Quella norma dello Statuto dei lavoratori uscirà molto presto dalla trattativa tra l'esecutivo e i sindacati».

La possibile «moratoria» a cui il governo potrebbe ricorrere non dipende tanto dall'unità dei sindacati sul dossier. Non riguarda quindi la posizione di Susanna Camusso, che nel rispondere ieri all'editoriale di Eugenio Scalfari è tornata a sottolineare che «gli anni di Luciano Lama sono lontani» e che «oggi il problema è la precarietà». Né il sostegno che sia la Cisl («Le voci sull'articolo 18 inquinano il clima», ha messo a verbale Raffaele Bonanni) sia la Uil («Il tema più spinoso non è l'articolo 18 ma la disoccupazione», firmato Luigi Angeletti) hanno offerto al leader del sindacato di Corso d'Italia. No. La via della prudenza, che potrebbe diventare la «linea di Monti», ha ben altre radici.

La prima rimanda allo scontro che all'interno dell'esecutivo si sta giocando attorno al ministro del Welfare. Fornero, che qualche giorno fa s'è guadagnata l'appellativo di «fontana che piange» dal sottosegretario Polillo, è impegnata in una serie di duelli dall'esito tutt'altro che scontato.

Lo scontro con Corrado Passera, che «Elsina» (il copyright è del suo ex compagno di classe Cesare Damiano) ha reso esplicito con una dichiarazione irritata («Gli dirò di essere meno ottimista»), è il segnale che dentro il governo è in corso una piccola resa dei conti. Tra l'ala più progressista (Fornero) e quella più vicina al centrodestra (lo stesso Passera e Catricalà), tanto per essere chiari.

Le avvisaglie ci sono già da settimane, da quando il tandem Passera-Catricalà era salito sulle barricate con l'obiettivo di ottenere (obiettivo poi raggiunto) le dimissioni del prodiano Carlo Malinconico, accusato per l'ormai celeberrima vacanza pagata dall'imprenditore Piscicelli. E non è stato solo questo l'unico terreno di scontro.

Fonti della maggioranza sostengono che Fornero, qualche giorno fa, abbia cercato di ricambiare il favore all'ala più vicina al centrodestra provando a chiedere (senza ottenerle) le dimissioni di Michel Martone, reo di aver archiviato alla voce «sfigati» gli universitari che a ventott'anni sono ancora senza laurea.

Le tensioni nell'esecutivo, che riguardano da vicino il ruolo della titolare del Welfare, bastano da sole a sconsigliare interventi hard sull'articolo 18 che, come ha detto il ministro Fornero a Otto e mezzo, «non deve essere preminente ma nemmeno un tabù»? Forse no. E quindi ecco che entra in scena anche la contesa confindustriale sulla successione a Emma Marcegaglia.

Una contesa in cui il favorito Giorgio Squinzi - forte del sostegno (come recitava ieri un informato articolo dell'Unità) «di Assolombarda, dei romani di Aurelio Regina, dei genovesi di Edoardo Garrone, dei bolognesi di Gaetano Maccaferri, di buona parte dei varesini e dei meridionali capitanati da Montante, Lo Bello e Coppola», nonché della presidente uscente - si presenta alla sfida con Alberto Bombassei senza chiedere l'abolizione dell'articolo 18.

E così gli indizi, d'improvviso, diventano due. La guerra nel governo, che riguarda da vicino Fornero. E l'indicazione del probabile successore alla guida di Confindustria, che sembra contrario a intervenire sull'articolo 18. C'è una terza storiella, che risale alla mattina del 18 dicembre 2011. Alla domenica, insomma, in cui il ministro del Welfare rilascia a Enrico Marro del Corriere della Sera l'intervista in cui per la prima volta apre alle modifiche sullo Statuto dei lavoratori. Quel giorno, stando a più ricostruzioni, fu Monti in persona ad alzare il telefono per rassicurare Pier Luigi Bersani. E a dire al segretario del Pd che «quelle parole» non rispecchiavano «la linea dell'esecutivo».

Da allora è passato poco più di un mese. E la telenovela continua. Anche se quel finale di cui nessuno parla potrebbe presto sorprendere l'enorme platea di chi trattiene il fiato in vista del nuovo round di colloqui tra governo e sindacati. Da cui potrebbe uscire quella linea che anche un sostenitore dell'abolizione dell'articolo 18 come Sergio Chiamparino, che tra l'altro è molto amico di Elsa Fornero, affidò prima di Natale a un'intervista al Riformista: «È ovvio che quando c'è un simbolo politico di mezzo è sempre difficile avviare una trattativa. A questo punto è meglio concordare di lasciare l'articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l'articolo 18 è meno importante di quel che appare». Disse proprio così, l'ex sindaco di Torino. «Lasciare l'articolo 18 fuori dal tavolo».

 

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