SE A OTTOBRE LA CASSAZIONE CONFERMA LA CONDANNA, BERLUSCONI DECADE DAL SENATO

Paolo Colonnello per "la Stampa"

Decisione secca e senza appello: l'istanza sul conflitto di attribuzione sollevata davanti alla Corte Costituzionale tre anni fa da Silvio Berlusconi in merito a un legittimo impedimento negato durante il primo processo Mediaset, è stata respinta dalla Consulta ieri sera.

A questo punto Berlusconi rischia seriamente di vedersi confermata la condanna a 4 anni di reclusione (3 dei quali condonati dall'indulto del 2006) più cinque anni d'interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale sui diritti televisivi Mediaset anche nel giudizio di Cassazione previsto ad ottobre.

Il che comporterebbe l'automatica decadenza dallo scranno senatoriale e dunque la dissolvenza dello scudo parlamentare anche per gli altri processi ancora in corso: da Ruby a De Gregorio.

A meno che, trattandosi di una causa di fronte a un giudice di legittimità e non più di merito, l'ultimo baluardo schierato dalla difesa del Cavaliere, ovvero il cassazionista Franco Coppi, entrato in campo al posto dell'avvocato Pietro Longo, non riesca a far valere qualche cavillo o vizio procedurale in quello che più in generale gli avvocati definiscono «il diritto di difesa negato», punto centrale del ricorso in Cassazione di oltre 300 pagine presentato proprio ieri mattina, qualche ora prima cioè che si venisse a conoscere il verdetto della Consulta.

Segno che ormai il collegio difensivo di Berlusconi non poneva più alcuna speranza sulla sentenza dei giudici costituzionali, prevista a metà dello scorso aprile e poi rimandata fino a ieri pomeriggio.

«Spettava all'autorità giudiziaria - scrivono i giudici supremi senza lasciare spazio a nessuna ambiguità interpretativa - stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all'udienza penale del primo marzo 2010 l'impegno dell'imputato presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno» che invece «egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all'udienza».

Una decisione «fuori da ogni logica giuridica», tuona l'avvocato Ghedini, e «che di contro non sorprende visto i precedenti della stessa Corte quando si è trattato del presidente Berlusconi». Dunque, l'ultimo paracadute invocato dal Cavaliere e da tutto il Pdl per allontanare lo spettro di una sentenza che nel combinato disposto della condanna e della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici significa l'espulsione diretta dalla vita politica di Berlusconi, ha rifiutato di aprirsi costringendo il Cavaliere ad avvitarsi in caduta libera verso la sentenza di Cassazione prevista per il prossimo autunno.

Un processo che dopo i 4 giudizi di merito che hanno portato alla pesante condanna per la frode sui diritti televisivi (gip, gup, primo e secondo grado) è destinato a diventare l'ultimissima trincea della difesa guidata questa volta dalla rinomata fama giuridica di Coppi: sarà un lavoro di fino, alla ricerca del più piccolo vizio procedurale e che non rinuncerà a coltivare ancora una volta la questione del legittimo impedimento negato.

«La tesi centrale - spiega Coppi - è quella della non colpevolezza di Berlusconi e della sua totale estraneità alle accuse contestategli, della mancanza dell'elemento psicologico del reato e dunque del dolo, della non configurabilità, in punto di diritto, del reato stesso».

Anche se, di fronte a una sentenza costituzionale cui va aggiunto il verdetto della stessa Cassazione che un mese fa ha respinto la legittima suspicione e la richiesta di trasferimento dei processi milanesi a Brescia, i margini di manovra appaiono quanto mai risicati.

Perché solo un errore di diritto oppure di interpretazione sul reato formale potrà annullare l'ultima sentenza e far ricominciare il processo dall'appello, spostando «la notte più in là», fino a una prescrizione che nel luglio del prossimo anno manderebbe processi e condanne definitivamente in soffitta.

 

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