macron

UNO SGAMBETTO CHE BRUCIA - GENTILONI ESCLUSO DAL NEGOZIATO DI MACRON SULLA LIBIA. E PALAZZO CHIGI ACCUSA IL COLPO – IL FRANCESE STRAPPA UNA TREGUA A SERRAJ E HAFTAR SULLA PELLE DEI MIGRANTI: LI VEDE SFILARE IN NIGER DIRETTI IN ITALIA, E POI LI BLOCCA A VENTIMIGLIA. FA IL PIACIONE CON I PORTI NOSTRI… - SERRAJ OGGI A ROMA

 

1. TUTTI INTORNO ALLO STESSO TAVOLO A SPESE NOSTRE

Adriano Scianca per La Verità

 

Emmanuel Macron ce l' ha fatta sotto al naso. E in qualche modo ben ci sta, dato che gli esponenti del governo italiano erano stati tra i primi a esultare per la sua elezione, in nome di una collaborazione europea che il nuovo inquilino dell' Eliseo si sta ben guardando dall' applicare. Intanto, però, mette la mani sulla Libia.

 

MACRON SERRAJ HAFTARMACRON SERRAJ HAFTAR

Ieri, a Parigi, c' è stato l' incontro tra il premier del Consiglio presidenziale di Tripoli, Fayez Sarraj, e il comandante dell' esercito nazionale libico, Khalifa Haftar. I due sono anche stati immortalati dai fotografi mentre si stringevano la mano. Arbitri, il capo di Stato francese e il nuovo inviato speciale dell' Onu per la Libia, Ghassan Salamé.

 

I due leader dello Stato nordafricano hanno stretto un accordo e si sono impegnati per un cessate il fuoco in Libia e per lo svolgimento di elezioni appena possibile. Nel castello di La Celle, a Saint-Cloud, alle porte di Parigi, l' iniziativa unilaterale di Macron sembra quindi aver avuto successo.

 

haftar serrajhaftar serraj

Il presidente francese di è incontrato prima con Sarraj, poi con Haftar, infine con entrambi. Due le emergenze principali sul tavolo: la lotta al terrorismo e il traffico dei migranti. Questioni troppo complesse per essere risolte da due Stati poco più che embrionali e per di più in conflitto fra loro, come quelli guidati da Sarraj e Haftar. Insomma, alla Libia serve uno Stato vero. A Parigi, Macron ha voluto fissare una road map per arrivarci. Il cessate il fuoco siglato, è stato precisato, non include la lotta al terrorismo, che quindi continua.

 

Più surreali e irenistiche appaiono le promesse circa l' instaurazione di una perfetta democrazia liberale e il rispetto dei diritti umani, il tutto in un contesto ancora largamente dominato da logiche tribali. Ma quelli sono specchietti per le allodole per l' opinione pubblica che ha bisogno di vedere in Macron un idealista sognatore.

 

gentiloni macron sui migrantigentiloni macron sui migranti

L' essenziale della questione riguarda la stabilizzazione del Paese, onere che la Francia si è volentieri intestato, in modo da estendere, a spese nostre, la sua sfera d' influenza nel continente nero. La Libia potrebbe comunque aver trovato la strada per uscire gradualmente dal caos in cui è scivolata in seguito alla fantomatica «primavera araba» e alla sciagurata azione militare francese che, nel 2011, fece fuori Mu' ammar Gheddafi per consegnare il Paese a predoni e terroristi. Chi ha destabilizzato, ora si erge con grande faccia tosta al rango di stabilizzatore.

 

Intorno al tavolo, loro, i due uomini più o meno forti dello scacchiere libico: Fayez Mustafa Al Sarraj e Khalifa Belqasim Haftar. L' architetto e il generale. Il rampollo della famiglia di dignitari che brigava già sotto re Idris e il controverso militare dal passato avventuroso. Tutti e due con Gheddafi, prima. Poi, di nuovo in pista contro e dopo di lui. Ora si spartiscono la Libia, in un complicato gioco di equilibrismi interni e esterni.

 

GENTILONI MACRONGENTILONI MACRON

I due si erano già incontrati il 2 maggio, ad Abu Dhabi, ma il summit era stato un fallimento, tant' è che era persino mancata una dichiarazione congiunta: ognuno aveva fatto il suo comunicato e poi via per la propria strada. Ora la musica sembra essere cambiata. In Francia si è parlato di un dialogo «inclusivo»: il riferimento è, ovviamente, al coinvolgimento di Haftar, l' uomo forte sostenuto dalla Russia e sin qui privo di qualsiasi riconoscimento internazionale a Occidente. A ben vedere è lui il vero vincitore di questi colloqui.

 

Libia Guardia CostieraLibia Guardia Costiera

A essere rimessi in discussione sono gli accordi di Skhirat, quelli che il 17 dicembre 2015 consegnarono il Paese a Sarraj. Un patto sin qui considerato intoccabile, ma ora già superato dagli eventi. Sembra infatti che si vada verso una ridefinizione del consiglio presidenziale in cui Haftar si troverebbe a fianco di Sarraj. Anche le elezioni previste per il 2018 sono una vecchia richiesta del generale, a lungo rifiutata dal leader di Tripoli. L' ennesimo smacco per la Ue, che aveva puntato tutto su Sarraj ma la cui linea è stata alla fine sconfessata da uno dei suoi partner più influenti, che ha del tutto autonomamente scompaginato le carte.

 

rotta migranti passa per Seguedinerotta migranti passa per Seguedine

Ma prima ancora che anti europea, l' azione transalpina è soprattutto anti italiana. Il protagonismo francese nella nostra ex «quarta sponda» ha non poco indispettito il nostro governo. «I nostri amici e partner italiani sono strettamente coinvolti in questa iniziativa», si sono affrettate a precisare alle agenzie di stampa alcune fonti vicine a Macron. Coinvolgimento di cui, francamente, si fatica a trovare riscontro nella realtà diplomatica delle ultime ore. Il doppio gioco africano di Parigi è del resto reso palese anche dal reportage di Repubblica, che ieri ha reso noto come la rotta principale utilizzata dagli immigrati per raggiungere la Libia sia quella che attraversa il Niger, passando dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine, il tutto a due passi da una vasta base militare francese.

legionari francesi a seguedinelegionari francesi a seguedine

 

Lì, nel 2016, sono transitati 291.000 immigrati, su lunghe colonne di camion e pickup, sotto l' occhio benevolo dei Mirage da ricognizione, talvolta salutati con cordialità dai legionari francesi, che non muovono un dito né per fermare gli immigrati, né per arrestare chi li conduce. Quanto all' apertura dei porti francesi, sappiamo bene come «l' umanitario» Macron abbia già risposto picche. E a rimanere con il cerino in mano resta l' Italia, che fino al 2011 aveva commercialmente in mano il governo di Tripoli ed era riuscita a fermare gli sbarchi. Poi sono arrivati i francesi.

 

 

2. UN’ESCLUSIONE CHE PESA SU PALAZZO CHIGI

Marco Conti per Il Messaggero

 

migranti a seguedinemigranti a seguedine

L' Italia accusa il colpo. Malgrado le rassicurazioni, i ringraziamenti e la firma posta sotto una dichiarazione che nel concreto aggiunge poco alle precedenti. Sfruttando la grande popolarità internazionale - non ancora appannata dal recente giudizio dei suoi elettori - Macron ottiene la foto che voleva e alla quale il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez al-Serraj e il comandante dell' Esercito nazionale libico Khalifa Haftar non hanno avuto la forza di sottrarsi.

 

IL LATO

Un blitz, quello di Macron, fatto a spese del Paese che più cita e ringrazia al termine dell' incontro. E l' Italia ieri non c' era nel castello di La Celle-Saint-Cloud a ricevere Sarraj e Haftar e a discutere con l' ennesimo inviato delle Nazioni Unite, il libico Ghassam Salamè, che ha cominciato la sua missione non dal lato sbagliato, ma dimenticandone uno. Eppure l' Italia è riconosciuta a livello internazionale, soprattutto da Washington e Bruxelles, come il primo interlocutore nella soluzione della crisi libica.

libia divisione cirenaica tripolitania fezzanlibia divisione cirenaica tripolitania fezzan

 

Invece ha appreso più o meno per caso che si stava organizzando un vertice alle porte di Parigi con i due principali interlocutori della crisi libica. Uno Serraj, riconosciuto dall' Europa e dalle Nazioni Unite. L' altro, Haftar, sostenuto da Egitto, Emirati, Russia e dalla stessa Francia che negli anni ha aiutato il generale, che a Parigi chiamano maresciallo, a metter su un esercito ben armato ed equipaggiato.

 

Oltre al successo di immagine, ottenuto con la foto della stretta di mano e una dichiarazione tra il banale e l' ambizioso, resta la constatazione di come in Libia si continui a procedere in ordine sparso. Ognuno tenta la sua mediazione, più o meno in buona fede, mentre i vari inviati delle Nazioni Unite succedutisi in questi anni sembrano preoccupati più del loro futuro che di quello del Paese che fu di Gheddafi e che un altro presidente francese in cerca di rilancio, decise di bombardare.

 

GENTILONI SERRAJGENTILONI SERRAJ

Descrivere la situazione in Libia solo come una lotta tra due fazioni è sbagliato. Ma ieri a Macron interessava non tanto dimostrare di sostenere ciò, quanto mettere Haftar sullo stesso piano di Serraj. E l' operazione è riuscita e difficilmente l' arrivo di Serraj stamani a palazzo Chigi per incontrare Paolo Gentiloni, ripristinerà la distanza che i francesi hanno voluto annullare.

 

Difficile valutare quanto peso abbia in queste vicende il grado di stabilità politica interna che un Paese è in grado di sfoggiare. Se non fosse che il blitz francese di ieri ricorda molto quello del 2011, quando Sarkozy approfittò delle debolezze dell' allora esecutivo spedendo i suoi aerei su Tripoli pochi minuti dopo aver ricevuto all' Eliseo l' allora premier Berlusconi.

MINNITI CON I CAPI TRIBU DELLA LIBIAMINNITI CON I CAPI TRIBU DELLA LIBIA

 

IL SOGNO

Oggi Paolo Gentiloni, incontrando il premier libico, cercherà di capire su cosa poggi l' entusiasmo mostrato ieri dal presidente francese al termine degli incontri avvenuti alle porte di Parigi. Quattro, per l' esattezza. Prima con Haftar, poi con Serraj, a seguire con Ghassan Salamé e infine con tutti e tre gli ospiti. Macron ha ottenuto ciò che voleva proponendosi come mediatore globale, ma non servirà molto tempo per comprendere che buona parte degli impegni ribaditi ieri nella dichiarazione-decalogo esaltata da Macron, son difficili da realizzare senza il coinvolgimento degli altri attori che impediscono, a Tobruk come a Tripoli e Misurata, l' avvio di un processo di pace e di stabilizzazione interna.

LIBIALIBIA

 

Ma ciò forse non interessa a Macron quanto il voler ribadire che la Francia viene prima non solo dell' Italia, ma anche dell' Europa che ai Ventisette dovrebbe imporre il rispetto delle regole (vedi Fincantieri-Stx) oltre che delle scelte geopolitiche adottate d' intesa con Washington.

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