SHANGHAI, AGOSTO 1939: PORTE CHIUSE AGLI EBREI - LA DECISIONE DI VIETARE I VISTI D'INGRESSO NELL'UNICO LUOGO PER LORO SICURO FU IL SEGNALE DELLA CATASTROFE IMMINENTE (MA NESSUNO ALZO’ UN DITO)

Luigi Offeddu per il "Corriere della Sera"

Lettera riservata spedita ai colleghi del corpo diplomatico, il 16 agosto 1939, dal console generale italiano a Shanghai, Giuseppe Brigidi: «La proibizione, da parte del Consiglio municipale della città, di ogni ulteriore ingresso nell'insediamento internazionale ai profughi dall'Europa (gli ebrei, ndr ) è una misura assolutamente necessaria per l'ordine pubblico. Come i passi per prevenire ogni ulteriore immigrazione... Questo Real Consolato non mancherà di informare il governo italiano sull'opportunità di prevenire ulteriori imbarchi dai porti italiani... Ho l'onore di essere, "Sir", il vostro obbediente servitore G. Brigidi, console generale facente funzioni del Regno d'Italia».

Tutti d'accordo, risposero i colleghi del nostro diplomatico: i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna (già alla vigilia della guerra con la Germania nazista), e via dicendo. A Shanghai, vivevano allora circa 23 mila ebrei, soprattutto tedeschi, austriaci, polacchi: era l'unico luogo al mondo, alla vigilia dell'Olocausto, in cui potessero rifugiarsi senza dover combattere troppo per ottenere un passaporto o un visto d'entrata.

Là c'erano sovraffollamento, povertà, a volte anche problemi «di ordine pubblico», come dicevano i diplomatici occidentali. Ma Shanghai era lo scudo dall'imminente Olocausto. Quell'estate, d'accordo con gli alleati tedeschi, gli occupanti giapponesi imposero il blocco.

E gli altri Paesi si adeguarono in pochi giorni, dopo la lettera-circolare dei consoli. Presentata una debole protesta al Consiglio municipale, una dopo l'altra, le varie concessioni internazionali sbarrarono proprio quei cancelli che un giorno avevano spalancato. Così il nido Shanghai divenne un ghetto chiuso. Per volere di chi allora vinceva, certo. Ma con il consenso a mezza voce di coloro che il nido l'avevano costruito e protetto.

L'oasi di Shanghai, così scriveva ancora nel gennaio 1940 il Consolato generale tedesco nei suoi verbali, era nata «grazie allo spunto liberale inglese e alla generosità francese». Quanto all'Italia, erano sue le navi - dal «Conte Verde» al «Conte Biancamano», da Genova e Trieste - che avevano consentito gran parte dell'esodo.

La storia dunque conosceva, almeno ufficialmente, i nomi dei «buoni»: francesi, inglesi, italiani, e cinesi, per esempio quei diplomatici cinesi che fino all'ultimo continuarono a rilasciare visti. Ma negli archivi del Ministero degli Esteri tedesco, a Berlino, ci sono ancora oggi dei documenti che raccontano altro. Spesso portano la dicitura «segreto» o «non per la stampa», e spiegano come «buoni» e «cattivi» possano assomigliarsi.

Per esempio, il 18 maggio 1933, a 4 mesi dall'ascesa al potere di Hitler e quando già molto si conosceva nel mondo delle sue violenze, ecco una lettera riservatissima di A. Cecil Taylor, dall'ambasciata britannica, al collega ambasciatore tedesco Oskar Trautmann: «La lega cinese dei diritti umani mi ha inviato questo articolo sugli ultimi eventi in Germania. Mi hanno chiesto di ripubblicarlo. Te lo mando, magari per i tuoi archivi: questa roba ha il tono di certe fonti anti-tedesche...».

Pochi anni dopo, quanto già si intuiva dell'Olocausto all'orizzonte? E' una domanda mille volte ripetuta. Ma il 2 novembre 1940, ecco una risposta inequivocabile da Martin Fischer, console generale tedesco a Shanghai, in una lettera al suo Ministero: «Anche nel caso di un perseguimento coerente della nostra meta, l'eliminazione (testuale: «ausmerzen», ndr ) progressiva dell'ebraismo dal popolo tedesco, non bisogna farsi frenare da considerazioni umanitarie». E il Ministero, ancora più netto: è chiara «la necessità di una soluzione radicale della questione ebraica. L'ultimo obiettivo della questione ebraica è l'allontanamento di tutti gli ebrei viventi (sic) dall'Impero».

In quegli stessi mesi, il 18 marzo 1939, così un altro console italiano, Luigi Neyrone, fotografava Shanghai: «Tutte le navi dall'Italia sono prenotate fino a giugno... Negli uffici della Comunità internazionale si accalcano ogni giorno 200 persone, fra cui donne che allattano e mendicano. Vi sono stati già 3 suicidi. Gabriel Lax, commissario capo di polizia a Vienna, qui dorme su una branda...».

E' una «shond khay», una vita da schifo, dicono le lettere in yiddish spedite ai familiari in Europa (e spesso già inghiottiti dai Lager). Eppure, è vita che continua: 250 musicisti ebrei suonano nei caffè e negli alberghi, si stampano 17 giornali, ci sono 162 sarti e un detective, al Club degli Artisti si rappresenta «Il marito che ride», e la «coscienziosa cartomante Jda Wolff» offre i suoi servizi alla casa 111 di Ward Road Lane o anche «su richiesta a domicilio».

Ma concerti e chiromanti non allontanano la paura. Fin dagli inizi. Il 14 marzo 1934, un certo Mei Paqi scrive al Consolato generale tedesco di Shanghai. In realtà si chiama Mario Paci, italiano, è il grande orchestrale che ha portato la musica classica europea in Cina, e dirige l'Orchestra municipale di Shanghai: «Ho assunto per il prossimo concerto sinfonico - scrive al console - un musicista tedesco molto eminente, Klaus Pringsheim. Il padre suonava Wagner, un fratello è stato allievo di Mahler. Le chiedo di aiutarmi ad assicurargli una buona accoglienza...».

Ma quello e altri concerti non ebbero «buona accoglienza», perché Pringsheim era ebreo. Nota successiva dello stesso Consolato: «Vari ebrei suonano in quell'orchestra. Alla fine non c'è stata ovazione perché il console la riteneva eccessiva. E niente corona d'alloro al direttore: solo una di colore neutro, e con la scritta "I tedeschi di Shanghai"».

La paura viaggia anche con il ridicolo. Il 24 novembre 1936, a Tientsin, il Club internazionale delle Donne organizza un tè di beneficenza. Su ogni tavolo, la bandiera di un Paese; la signora Kleye, tedesca, porta una bandiera con la svastica delle Ss. Protestano il medico Ernst P. Mannheim e la moglie Ruth («ebrea che denigra le altre tedesche del Reich», spiega un rapporto del Consolato, che già aveva proposto per lei e il marito il ritiro del passaporto).

Ma il vessillo viene ugualmente esposto. Dieci minuti dopo, durante un brindisi, sparisce. Chi è stato? Il rapporto consolare n. 44A1/37 del 4/1/37 addita Ruth Mannheim, e accoglie le accuse di frau Kleye. Che aggiunge: «Frau Mannheim ha un giovane cane setter che tiene al guinzaglio: è venuto verso di me annusando e lei gli ha detto, "guai a te se annusi ancora un tedesco": non ho potuto non notare quest'offesa. Questi sono emigranti che si comportano in modo provocatorio». Invece il marito riceve posta. Una lettera anonima: «Tu Mannheim, se ti esprimi ancora una volta in modo così sprezzante sulla mia patria allora ti ammazzo così crepi miseramente, tu parassita ebreo puzzolente». L'Olocausto era dietro l'angolo.

 

GRUPPO DI EBREI RIFUGIATI IN CINASINAGOGA A SHANGHAIhitler e mussolini davanti a paolina bonaparte galleria borghese HITLER A COLORI FESTA PER I CINQUANTA ANNI DEL FUHERER FOTO DI HUGO JAEGER PER LIFE MAGAZINE HITLER AL SALONE DELL AUTO DI BERLINO FOTO DI HUGO JAEGER PER LIFE MAGAZINE HITLER EVA BRAUN COLORI FOTO BUNKER HITLER ADOLF HITLER

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