1. SISTEMATI PER LE FESTE DI PIETRO E INGROIA, ORA IL QUIRINALE MIRA A TRAVAGLIO 2. CASCELLA, EX PORTAVOCE DI NAPOLITANO: “LA VICENDA D’AMBROSIO? BISOGNA CHIEDERE A TRAVAGLIO SE NON HA PROBLEMI DI COSCIENZA, PER IL MODO IN CUI HA FATTO INFORMAZIONE. MI CHIEDO COME SUL ‘’FATTO’’ FACCIANO A CONVIVERE CON LA PROPRIA COSCIENZA E DEONTOLOGIA PROFESSIONALE, CHE NEL CASO D’AMBROSIO È STATA VIOLATA” 3. TRAVAGLIO REPLICA: “NOI SIAMO A POSTO CON LA NOSTRA COSCIENZA, AVENDO ESERCITATO IL DOVERE DI CRONACA, IL DIRITTO DI CRITICA E DI REPLICA. CHISSÀ SE PUÒ DIRE ALTRETTANTO CHI USÒ D’AMBROSIO COME SCUDO UMANO E PARAFULMINE. MA IN ITALIA, OLTRE AL PRINCIPIO DI RESPONSABILITÀ, È STATA ABOLITA ANCHE LA VERGOGNA”

Marco Travaglio per "Il Fatto"

In questi tempi bizzarri accadono cose davvero strane. Càpita persino di ricevere lezioni di giornalismo e deontologia da Pasquale Cascella, giornalista di cui sfuggono i pensieri e le opere, ma non le parole e le omissioni. Giornalista dell'Unità a targhe alterne, Cascella fu portavoce di Napolitano presidente della Camera, poi di D'Alema premier (quando Palazzo Chigi divenne - Guido Rossi dixit - "l'unica merchant bank dove non si parla inglese"), poi di Violante capogruppo Ds alla Camera, poi di nuovo di Napolitano presidente della Repubblica. Dunque è Cavaliere di Gran Croce, Gran-d'Ufficiale e Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica, e ora candidato del Pd a sindaco della natìa Barletta.

Ieri il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand'Uff. ha rilasciato un'intervista al prestigioso programma radiofonico La Zanzara: "La vicenda D'Ambrosio? Bisogna chiedere a Travaglio se non ha problemi di coscienza, per il modo in cui ha fatto informazione, non credo sia un modo di fare giornalismo. È stato un attacco mirato alla persona, a Napolitano. Mi chiedo come alcuni facciano informazione sul Fatto, come facciano a convivere con la propria coscienza e deontologia professionale, che nel caso D'Ambrosio è stata violata".

Questo monumento dell'informazione libera e indipendente si riferisce al magistrato Loris D'Ambrosio, come consigliere giuridico di Napolitano, sorpreso l'anno scorso dalle intercettazioni disposte dai giudici di Palermo sui telefoni di Nicola Mancino ad attivarsi, su richiesta dell'ex ministro indagato per falsa testimonianza, per deviare le indagini sulla trattativa Stato-mafia con pressioni sul procuratore antimafia Grasso e sui Pg della Cassazione Esposito e Ciani.

Il Fatto, come tutti i quotidiani, pubblicò le telefonate, depositate e non più segrete. Criticò, come pochi quotidiani, le intromissioni del Quirinale in un'indagine in corso. E, come nessun quotidiano, diede la parola a D'Ambrosio con un'ampia intervista. D'Ambrosio disse di non poter rispondere sul ruolo di Napolitano mandante delle sue mosse (come emergeva dalle sue parole intercettate), perché era tenuto a un presunto "segreto" e a un'imprecisata "immunità" presidenziale.

Ma s'impegnò a farlo se il capo dello Stato l'avesse svincolato. Il che purtroppo non avvenne: al posto suo intervenne Cascella per opporre il silenzio stampa. Il Fatto inviò le domande direttamente a Napolitano. Il quale rispose, con un dispaccio recapitatoci da un messo in motocicletta, che non intendeva rispondere. Però fece poi sapere che D'Ambrosio gli aveva offerto le dimissioni e lui le aveva respinte confermandogli "affetto e stima intangibili".

Anche quella fu una risposta ai nostri interrogativi, incentrati su una questione cruciale: quando D'Ambrosio svelava a Mancino di aver parlato a Grasso, Esposito e Ciani in nome e per conto del "Presidente" che "ha preso a cuore la questione" e "sa tutto", millantava credito o diceva la verità? Il fatto che Napolitano gli confermasse fiducia significa che D'Ambrosio non millantava: obbediva agli ordini.

Dunque tutto ciò che ha fatto, conseguenze comprese, è responsabilità di Napolitano (e Mancino). Forse tutto sarebbe ancor più chiaro se il Colle avesse divulgato il contenuto delle quattro telefonate Napolitano-Mancino, anziché scatenare la guerra termonucleare ai pm di Palermo per farle distruggere, a maggior gloria dell'inciucio.

Non contento, quando D'Ambrosio morì d'infarto, Napolitano tentò di scaricare la colpa su chi l'aveva criticato. Ora il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand'Uff. Cascella ci riprova. Ma sbaglia indirizzo. Noi siamo a posto con la nostra coscienza, avendo esercitato il dovere di cronaca, il diritto di critica e di replica. Chissà se può dire altrettanto chi usò D'Ambrosio come scudo umano e parafulmine. Ma in Italia, oltre al principio di responsabilità, è stata abolita anche la vergogna.

 

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