LA “NOTTE DEI LUNGHI TROMBATI” (NON SOLO LETTA E AMATO) - UNO SPIFFERA, TRAMA, DICHIARA. FA SPIFFERARE, TRAMARE E DICHIARARE. POI SPUNTA SEMPRE IL MARIO MONTI DI TURNO, CHE SBUCA DAL PORTONCINO DEL QUIRINALE LEGGE LA LISTA E IL TUO NOME NON C’È - OGGI LE VITTIME SI CHIAMANO LUPI, FRATTINI, BUTTIGLIONE, VERONESI, BONINO, MA IN PASSATO SI RICORDANO DRAMMATICHE TROMBATURE LAST MINUTE CON TANTO DI MINACCE DI SUICIDIO (L’EX SENATORE SARDO SALVATORE LADU)…

Tommaso Labate per "Il Riformista"
http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/414440/


Frattini, Buttiglione, Lupi e altri ancora. Sono le ultime vittime della più infernale macchina partorita dal tandem politica-giornalismo: il totoministri.

Uno ci spera, ci lavora, finisce sui giornali. Spiffera, trama, dichiara. Fa spifferare, tramare e dichiarare. Poi spunta sempre il Mario Monti di turno, che sbuca dal portoncino del Quirinale e legge «la lista» che si abbatte su di loro come la giustizia dell'Ezechiele 25,17, il finto passo della Bibbia che Tarantino inventa per Pulp Fiction. «Con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno».

Loro sono le vittime della «notte dei lunghi trombati». Quelli che dovevano starci, al governo. E che poi sono "saltati". Franco Frattini se la sentiva in tasca, la riconferma. E non tanto perché il titolare della Farnesina aveva dimostrato, all'epoca di Lamberto Dini, di riuscire a stare anche in un governo tecnico. Anche Mariastella Gelmini ci aveva provato, alla fine della settimana scorsa. Le voci (amiche) di Palazzo si rincorrevano dolci, soavi, vellutate.

«Alfano ha convinto Berlusconi a sostenere Monti». Ergo, «quelli a lui più vicini saranno di nuovo ministri». E poi niente, puff, svaniti. Come la nomination di Maurizio Lupi a un dicastero di prima fascia, l'Istruzione. E «il pressing della Chiesa», e «l'accelerazione di Cl», «è così», «vedrete». Le voci rimbalzano nei resoconti d'agenzia, a volte sui giornali. Fino a quando si scopre che colà si sono voluti ministri Riccardi e Ornaghi - cattolici, cattolicissimi - e un'altra infornata di abiti blu e tailleur eleganti torna in naftalina.

Perché altro che Gianni Letta e Giuliano Amato, su cui s'è davvero trattato fino alla fine. Le vittime dell'ultimo totoministri sono state altre. Umberto Veronesi, che agli amici aveva confidato le speranze di andare al ministero della Salute, uscito di scena dopo un paio di articoli di Avvenire. Pietro Ichino, che per un certo numero di ore ha puntato al Welfare. Rocco Buttiglione, che i suoi davano per «certo, certissimo» ai Beni Culturali. E pure Emma Bonino, che adesso tratta il suo amico Monti con un po' di carota («È la persona più appropriata») e un po' di bastone («La luna di miele finirà presto»).

E dire che, nel crepuscolo della Seconda Repubblica, la «trombatura» è molto meno dolorosa rispetto all'epoca in cui da Piazza del Gesù partiva una macchina con una lista che veniva poi stravolta strada facendo. Successe anche dopo la fine della Dc. Come sa benissimo Salvatore Ladu, ex senatore sardo vicino a Franco Marini. Che il 22 dicembre 1999 si presentò all'ingresso del Quirinale convinto che da lì a pochi minuti avrebbe giurato come ministro delle Politiche comunitarie del governo D'Alema bis.

E che invece se ne tornò verso casa disperato, in lacrime, perché la compagna di partito Patrizia Toia gli aveva fregato il ministero sul filo di lana. Gli amici che lo sorressero in quel momento difficilissimo, tutti della corrente mariniana, ricordano ancora le minacce di suicidio che il malcapitato proferì durante il più duro tragitto in macchina della sua esistenza. Minacce a cui, per fortuna, Ladu non diede seguito. Anche perché, meritoriamente, poi venne recuperato come sottosegretario.

Altro che uomini che entrano in conclave papi e ne escono cardinali. In politica capita che un minuto prima sei ministro e un minuto dopo niente. Come l'ex diccì-ppi calabrese Donato Tommaso Veraldi, ex parlamentare europeo. All'epoca dei governi di centrosinistra, Veraldi era stato più volte sul punto di diventare ministro delle Infrastrutture. Soltanto in una di queste, però, fece il passo più lungo della gamba.

Fu quando, sempre ai tempi del governo D'Alema, prima di recarsi al Colle per il giuramento raccolse gli amici attorno a un paio di bottiglie di champagne. «Auguri al ministro!», «Cin Cin!», «Viva la Calabria!». Qualche ora dopo gli stessi amici, visibilmente alticci, si piantarono attorno a lui, tutti armati della stessa, identica, frase di circostanza: «Sarà per la prossima volta, Dona'».

Ma tutto questo è acqua fresca se si pensa al supplizio inflitto a un altro dc di rango, Mauro Favilla. L'ex sindaco di Lucca, nel giorno del giuramento di uno degli ultimi governi Andreotti, arrivò a sedersi nel salone del Quirinale insieme al resto dei ministri. I fotografi gli dedicarono più d'un clic, come si conviene con un politico che sta per diventare titolare delle Finanze. E invece, prima dell'inizio della cerimonia, qualcuno lo chiama. Prima è un sussurro. «Favilla».

Poi qualcosa di più. «Favilla! Favilla!». Finchè Favilla non si alza e imbocca un corridoio laterale col funzionario del Colle che ha appena destato la sua attenzione. Lo stesso che stava per comunicargli la più ferale delle notizie. Proprio nell'istante in cui, voltantosi, Favilla ebbe giusto il tempo di capire che la poltrona aveva già trovato un altro occupante. E il ministero delle Finanze, di conseguenza, un altro inquilino.

 

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