“IL GOVERNO DEL POPOLO, GUIDATO DALLA ‘FIGLIA DEL POPOLO’, È STATO BOCCIATO DAL POPOLO” – “LA STAMPA”: “NON DA UNA MINORANZA, MA DALL’ITALIA PROFONDA, OLTRE GLI STESSI CONFINI DEI RECINTI PARTITICI, VEDI QUEI TANTI GIOVANI CHE, IN ALTRE CIRCOSTANZE, HANNO DISERTATO LE URNE (E MAGARI SONO QUELLI SCESI IN PIAZZA PER GAZA)” – “SI APRE UNA FASE NUOVA, CHE GIORGIA MELONI SI TROVA AD AFFRONTARE DA LEADER NORMALIZZATA, SENZA PIÙ TOCCO MAGICO E NARRAZIONE. PER ORA, SI REGISTRA LO CHOC: POCHE INTERVISTE, ZERO ANALISI SULLE RAGIONI DELLA SCONFITTA, NESSUN ACCENNO DI AUTOCRITICA E IL FUOCO DELLA RESA DEI CONTI CHE COVA SOTTO LA CENERE DEL SILENZIO…”
Estratto dell’articolo di Alessandro De Angelis per “La Stampa”
giorgia meloni ammette la sconfitta al referendum sulla giustizia 4
È maturata con Giorgia Meloni che è scesa in campo, politicizzando il voto. Si è manifestata […] con un’affluenza record quasi a livello, appunto, da elezioni politiche.
E lo scarto, consistente pur non essendo una slavina (come ai tempi di Matteo Renzi), è comunque superiore alle peggiori previsioni che giravano nel governo.
Che si era preparato a uno scenario di partecipazione più bassa e a meno punti di differenza tra il “no” e il “sì”. Per poi poter dire: le politiche, quando vota davvero il popolo, sono un’altra cosa, quindi avanti come se nulla fosse.
Per queste ragioni, la prima, vera, sconfitta politica di Giorgia Meloni non è né banale né indolore. Rappresenta una potente rottura narrativa per il melonismo e per il centrodestra a trazione sovranista.
Che si è nutrito della retorica del popolo nella fase dell’assalto al cielo e l’ha brandita come una clava nei primi anni di governo. Anni in cui, proprio in nome di quella legittimazione popolare si è quasi irriso qualunque punto di vista alternativo. E non solo sulla riforma della giustizia.
VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA - VIGNETTA GIANNELLI
Ora il “governo del popolo”, guidato dalla “figlia del popolo” (il titolo dell’adorante pamphlet di Italo Bocchino), è stato bocciato dal popolo.
Non da una minoranza, ma dall’Italia profonda, oltre gli stessi confini dei recinti partitici, vedi quei tanti giovani che, in altre circostanze, hanno disertato le urne (e magari sono quelli scesi in piazza per Gaza).
La sconfitta muta radicalmente il clima: all’estero, in Italia, e nella coalizione. I giornali stranieri, gli stessi che finora avevano registrato la stabilità dell’Italia, anche rispetto agli altri governi europei (vero punto di forza della premier), titolano oggi sulla bocciatura di Giorgia Meloni.
In Italia, dopo anni di una non sfida interna, torna l’idea della contendibilità del potere. E l’immagine della premier che, da sola, ci mette la faccia in un video dello sconforto, con un suo vice (Salvini) a Budapest per sostenere Orban e l’altro che si appalesa solo sul far della sera, dà l’idea di ciò che accadrà nella coalizione.
Non solo sulla legge elettorale, dossier che si complica. In attesa di capire se e quando Marina Berlusconi prenderà un’iniziativa, c’è da scommettere che è destinato a mutare lo schema del centrodestra monarchico. Diventerà una coalizione più normale, con più discussione – discussioni, non rotture – e meno «signor sì».
In definitiva, il risultato chiama in causa i fondamentali del melonismo: la sua classe dirigente (Nordio e Delmastro resteranno lì? ), la postura incline al primato del racconto (e della ricerca dei nemici) sul governo (piuttosto immobile), il modo in cui viene affrontato il tema Trump, come destabilizzatore del mondo e tassa alle pompe di benzina. Tutti fattori che, assieme alla difesa della Costituzione, hanno alimentato i tanti “no”.
giorgia meloni al seggio per il referendum sulla giustizia foto lapresse2
Insomma, da oggi si apre una fase nuova, che Giorgia Meloni si trova ad affrontare da leader normalizzata, senza più tocco magico e narrazione (compresa la demonizzazione dei giudici su tutto).
Qui si vedrà se ha la stoffa, l’umiltà e la duttilità di un nuovo inizio. Per ora, si registra lo choc: poche interviste, zero analisi sulle ragioni della sconfitta, nessun accenno di autocritica e il fuoco della resa dei conti che cova sotto la cenere del silenzio.
La linea del «non è successo nulla» è destinata a durare poco. Vedremo se l’ansia da onnipotenza sfregiata produrrà una sindrome da ultima spiaggia.
Sicuramente qualcuno suggerirà di andare al voto anticipato, temendo che il prossimo anno diventi una via crucis, dove c’è tutto da perdere: la possibile sconfitta di Orban, un Mid-Term da «allacciate le cinture», fine dei soldi del Pnrr, il che equivale a dire recessione. Previsione del cronista: andrà avanti.
Il punto è se, davanti alla prima crepa, Giorgia Meloni sarà capace di un vero rilancio politico. […]
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giorgia meloni al seggio per il referendum sulla giustizia foto lapresse3
giorgia meloni donald trump
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