PER LE NOMINE RENZI DOVRÀ SPENNARE LA GALLINA PADOAN - IL MINISTRO DELL’ECONOMIA FA DA SPONDA AI LETTIAN-DALEMONI CHE SPINGONO I LORO PROTÉGÉ COME MARTA DASSÙ E FILIPPO ANDREATTA

Andrea Greco e Roberto Mania per ‘La Repubblica'

Ritorna sottotraccia il duello Renzi-Letta. Ritorna con la partita, ormai agli sgoccioli, sulle nomine per i vertici delle aziende partecipate dal Tesoro, dall'Eni all'Enel, passando per Finmeccanica. Perché se il premier ha fatto capire che intende cambiare i manager che da molti anni (forse troppi) sono alla guida dei gruppi pubblici, dall'altra il mondo dalemiano- lettiano, con i rispettivi candidati, ha trovato un sensibile ascolto dalle parti di Via XX settembre, sede del ministero retto da Pier Carlo Padoan che della Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D'Alema è stato direttore.

D'altra parte è stato Padoan a portarsi al ministero un pezzo della squadra di Enrico Letta: dal capo di gabinetto Roberto Garofoli, già segretario generale di Palazzo Chigi, a Fabrizio Pagani ora capo della segreteria tecnica ma prima consigliere economico dell'ex presidente del Consiglio.

Entro domenica prossima, 13 aprile, dovranno essere presentate le liste in vista delle assemblee di maggio. E leggendo l'elenco dei candidati del Tesoro, e dunque del governo, si capirà chi avrà avuto la meglio. Certo il Tesoro - per quanto è trapelato in questi giorni - ha sostanzialmente assecondato le proposte degli "head hunter": più che per gli amministratori delegati e i presidenti sui quali la parola di Renzi sarà determinante, sui candidati ai board delle società.

Ed è lì che si trovano alcuni nomi riconducibili a D'Alema ed Enrico Letta: da Marta Dassù, già sottosegretario agli Esteri ed ex consigliere di D'Alema, inserita nella lista per il consiglio di Finmeccanica, a Filippo Andreatta, figlio di Beniamino che con Letta ha avuto un fortissimo legame, in lista per l'Enel.

E poi altri nomi che riportano al passato più che a un ricambio, non solo generazionale: Alberto Pera, avvocato, per diversi anni segretario dell'Antitrust, Marco Mangiagalli, direttore finanziario dell'Eni dal ‘93 al 2001, il generale dell'Aeronautica Claudio Debertolis, Vincenzo Manes, imprenditore che è stato socio di Guidalberto Guidi, padre dell'attuale ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

Si vedrà come andrà a finire. Di certo lo scontro tra rinnovamento e conservazione comincia davvero a prendere corpo. I vecchi manager resistono. Paolo Scaroni, ad dell'Eni dal 2005, esattamente come Fulvio Conti all'Enel pensano ancora di poter diventare presidenti dei rispettivi gruppi. Eppure essi stessi avevano sostenuto che quel passaggio non fosse auspicabile. Uno dei paradossi nella saga delle nomine pubbliche.

Per capirlo bisogna tornare al 21 febbraio (Eni) e all'11 marzo (Enel) quando sui siti dei due gruppi furono pubblicati gli «Orientamenti del cda agli azionisti» sulla composizione dei cda venturi, approvati da tutti i consiglieri uscenti. La prassi è auspicata dal Codice di Autodisciplina (art.1.C.1) che regolal a corporate governance delle quotate. I due documenti di Eni ed Enel, simili, in una manciata di pagine affrontano temi come dimensione del cda, curricula e competenze richiesti agli amministratori, diversità di genere e anagrafica. E chiedono un presidente «indipendente alla prima nomina».

Più precisamente, i consiglieri dell'ente petrolifero hanno scritto: «Il presidente dev'essere persona di spessore, autorevole, preferibilmente indipendente al momento della prima nomina». Ancor più secca la raccomandazione Enel: «Il presidente dev'essere indipendente al momento della prima nomina».

Tuttavia Scaroni e Conti, non hanno più quella prerogativa, come la definisce il Codice: «Sono indipendenti gli amministratori che non intrattengono, né hanno di recente intrattenuto neppure indirettamente relazioni con l'emittente tali da condizionarne attualmente l'autonomia di giudizio».

Chi conosce quei dossier spiega che al tempo in cui i due cda preparavano gli «orientamenti», sia Scaroni sia Conti puntavano diretti alla conferma come ad. Poi la caduta del governo Letta, l'arrivo di Renzi e (per Eni) l'escalation della crisi russo-ucraina hanno complicato le cose. Così da qualche settimana i due puntano tutte le carte su "piani B" con oggetto le presidenze. Ma se l'operazione riuscisse, in Eni o in Enel, contraddirebbe quelle riflessioni diramate dai cda uscenti. Potrebbero, Scaroni e Conti, difendersi sostenendo che l'orientamento del Codice e dei cda non è vincolante, quindi il voto assembleare non sarebbe impugnabile.

 

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