ROMITI RIVELA DI COME NEL ’93 (IN PIENA TANGENTOPOLI) FU SPINTO DAL POOL DI MANI PULITE A COLLABORARE PER NON FINIRE IN MANETTE - FACCI: FORSE È LA VOLTA CHE UN PEZZO DELLA STORIA DELLA FIAT E DI TANGENTOPOLI SI PUÒ RACCONTARLA DAVVERO - ROMITI SCARICÒ LE RESPONSABILITÀ SULLE SOCIETÀ CONTROLLATE E FU RIMANDATO A CASA. IL POOL AVEVA I SUOI COLPEVOLI…

Filippo Facci per "Libero"

Cesare Romiti ha scritto «Storia segreta del capitalismo italiano» (Longanesi, prefazione di Ferruccio de Bortoli) e racconta un sacco di cose, ma colpisce in particolare il passaggio dove rivela - scriveva ieri il Corriere - che «sono stati i magistrati del pool di Mani Pulite a "suggerirgli" di scrivere la lettera-articolo sul «Corriere della Sera» nella quale il 24 aprile 1993 si rivolge agli industriali invitandoli a collaborare con i giudici». Interessante davvero, perché se è vero che «la storia la si racconta, non la si cambia» (parole dello stesso Romiti) forse è la volta che un pezzo della storia della Fiat e di Tangentopoli si può raccontarla davvero.

TINTINNIO DI MANETTE
Proviamoci. Si torna dunque alla primavera 1993, periodo di passione anche per la Fiat: il 17 aprile si diffusero voci su un possibile arresto di Cesare Romiti. Gianni Agnelli, nello stesso momento, parlava al Teatro la Fenice di Venezia (che presto sarebbe andato a fuoco) e il suo discorso fu interpretato come un segnale: «Anche da noi», disse, «si sono verificati episodi non corretti».

E qui, secondo una leggenda giornalistica, accadde qualcosa. Un paio d'ore dopo, i pm Colombo e Di Pietro uscirono dall'ufficio e si chiusero in un angoletto coi loro cellulari. C'è un cronista che lo giura ancor oggi: avrebbe udito un «fermate gli arresti» mentre un altro cronista sentì distintamente «fermate l'arresto».

Ma i pm hanno smentito. Alla fine comunque erano tutti contenti: Davigo disse che c'era stato «un segnale positivo» e altri quattro manager Fiat, già latitanti, rientrarono con dei voli privati. Solo l'avvocato Carlo Taormina non era tanto contento: «Il mio cliente Giuseppe Ciarrapico», disse con prosa non proprio indiretta, «è in galera: perché Romiti no?».

Il procuratore Capo, Francesco Saverio Borrelli, rispose: «I legali della Fiat hanno espresso disponibilità a collaborare». Taormina replicò ancora: «Il codice non prevede soluzioni del genere, un arresto o è motivato o non lo è. Alla base di ogni collaborazione, inoltre, vi è sempre un accordo: quale?».

IN ELICOTTERO
Il 21 aprile 1993 un elicottero sorvolò Milano segnalando la propria posizione praticamente ogni secondo. Atterrò e il prezioso passeggero fu chiuso in questura, completamente isolata per l'occasione. Giunsero delle volanti a sirene spiegate: era il Pool. Questo per interrogare un semplice teste: Romiti. Il numero due della Fiat lodò dapprima Enrico Berlinguer (la questione morale) e poi disse che le responsabilità delle tangenti Fiat erano tutte addebitabili agli amministratori delle società controllate (dunque non a lui) e parlò di un conto estero di nome Sacisa.

Disse ai magistrati: «In altre circostanze saremmo diventati amici». Il clima si distese. Di Pietro fece persino il burlone: telefonò all'avvocato della Fiat e gli disse davanti a tutti: «Guardi che per Romiti le cose si mettono male». E risate. Anche di Romiti. Ecco, però due giorni prima, come risulterà, Romiti aveva fatto bruciare delle carte: il manager Antonio Mosconi metterà a verbale che «A Vaduz (Liechtenstein, ndr) dovevano scegliere chi doveva attribuirsi i fatti... hanno deciso di distruggere tutto il resto del conto Sacisa, in modo da dare ai magistrati qualche informazione per farla contenta e chiudere il conto con la Procura... ritengo che tutto ciò sia stato coordinato e disposto da Romiti, in quanto fu lo stesso Romiti che dette ordine in tal senso».

Ma tutto questo, allora, non si sapeva ancora, e Romiti era tutto preso dalla sua opera di distensione con la procura: su esplicita richiesta del Pool, apprendiamo oggi. Già, perché qui arriviamo al «suggerimento» dei magistrati che il 24 aprile sfociò in questo titolo cubitale del Corriere della Sera: «Aiutiamoli questi giudici, stanno ripulendo l'Italia».

L'esortazione di Romiti, notare, giungeva a un anno e mezzo dall'inizio dell'inchiesta, dopo una quindicina di arresti in casa Fiat, dopo la minaccia del commissariamento e dopo la fuga di quattro dirigenti latitanti. Romiti, quel mattino, si presentò in procura con Corriere della Sera in mano e presentò un memoriale che accennava a «degenerazioni politico-istituzionali non addebitabili alla volontà degli imprenditori».

Al chiaro compiacimento del Pool si opporranno le perplessità del gip Italo Ghitti, cui non piaceva per niente quella collaborazione. Nei fatti, Romiti non era neppure indagato e i pm accettarono che le responsabilità fossero state attribuite ai dirigenti subalterni. La maggior parte dei giornali scrisse della deposizione di Romiti definendola «una svolta» (il generale è roba da far impallidire il filo-berlusconismo del Tg4) e fece eccezione qualche altra uscita di Carlo Taormina («Devo rilevare disparità di trattamenti rispetto ad altri personaggi», disse) ma soprattutto l'articolo «latitante, ripassi domani» scritto da Frank Cimini sul Mattino il 28 aprile.

Fu querelato assieme al suo direttore: «La tesi era che alcuni grandi imprenditori prima facevano accordi con i politici per avere i soldi e poi facevano accordi con i magistrati per non andare in galera. L'articolo non piacque ai pm milanesi che
mi citarono in giudizio».

Il 29 aprile 1993, in compenso, il Corriere della Sera titolò così: «Il Mattino: l'editore non vuole più Pasquale Nonno». L'editore era Stefano Romanazzi, in stretti rapporti d'affari con la Fiat. Pasquale Nonno lasciò la direzione trenta giorni dopo.

Ma per scoprire che la deposizione di Romiti era stata ridicola non sarebbe occorso molto tempo. Il 21 gennaio 1994, al valico di Ponte Chiasso, i finanzieri infatti fermarono il manager Fiat Ugo Montevecchi con una valigia di carte: stava cercando di far rientrare qualche scampolo documentale dello stesso conto Sacisa che Romiti aveva ordinato di bruciare dopo averlo fatto trasferire da Lugano a Vaduz. Nella valigia furono trovate anche delle altre carte che lasciavano intuire l'esistenza di un altro conto che Romiti aveva celato agli inquirenti.

RIUNIONE A VADUZ
Per capirne di più, i magistrati tornarono a torchiare il manager Antonio Mosconi, che cedette: Romiti, disse, sapeva e disponeva del conto Sacisa e aveva predisposto una riunione a Vaduz per far bruciare un po' di carte. Inoltre, a Milano, aveva presentato un memoriale che era una collezione di omissioni. Mosconi stava prefigurando una serie di esemplari inquinamenti probatori, roba da arresto. Il Pool arrestò Romiti?

No, la Fiat licenziò Mosconi. Il manager Francesco Torri sostituì Mosconi e diventò amministratore delegato. E il 13 dicembre venne liquidata un'altra lingua lunga: Giorgio Garuzzo, licenziato da Giovanni Agnelli in persona. L'altro manager Paolo Mattioli, invece, condannato a due anni e mezzo, non fu licenziato: il suo nome fu stampigliato nella gerenza del quotidiano «La Stampa». Il dignitoso primato di chi ha maggiormente premiato i silenti e punito i delatori, in Mani pulite, fu conteso tra la Fiat e il Pds.

 

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