IL TERRORISTICO TESTO INTEGRALE DELLO SCRITTORE ED EX CAPO DEL SERVIZIO D’ORDINE DI LOTTA CONTINUA, ERRI DE LUCA, CHE HA FATTO FUGGIRE CASELLI DA MAGISTRATURA DEMOCRATICA

1. SCONTRO SU ERRI DE LUCA - L'ADDIO DI CASELLI SCUOTE MAGISTRATURA DEMOCRATICA
Massimiliano Peggio per "La Stampa"

Per Erri De Luca la giustizia è un'Euridice da inseguire fino all'inferno, un amore che la migliore gioventù degli Anni di Piombo era disposta a conquistare persino «imbracciando le armi». Per il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, la giustizia si nutre solo di tribunali e non di violenza. «Un valore assoluto senza se e senza ma».

È stata la rievocazione della «giustizia armata» della generazione rivoluzionaria, accolta come contributo culturale nell'agenda annuale edita da Magistratura Democratica, a convincere Caselli a lasciare la corrente progressista dei magistrati, di cui faceva parte fin dalla sua costituzione negli Anni Sessanta. Nell'agenda, dedicata quest'anno al tema «Diritti e Persone», destinata a molte scrivanie, ci sono altri 14 contributi, tra i quali quelli di Milena Gabanelli, Gianrico Carofiglio, Alessandro Bergonzoni.

La decisione di Caselli è maturata un mese fa, con una lettera, dove ha raccolto il suo disaccordo sui pensieri di De Luca. Disaccordo cresciuto dopo le dichiarazioni dello scrittore in difesa della lotta No Tav in Val di Susa. Lo strappo, prima che diventasse pubblico, si è consumato nel privato per settimane, con i colleghi dell'esecutivo nazionale e le toghe torinesi.

«La scelta di Giancarlo Caselli di lasciare Md- scrive oggi l'esecutivo - ci addolora profondamente. Giancarlo è una parte importante della storia del nostro gruppo e un uomo cui il Paese intero deve gratitudine per il coraggio, la rettitudine, il rigore e le straordinarie capacità che ha dimostrato in tutta la sua carriera di magistrato, anche in tempi in cui ciò costava, oltre che fatica e sacrificio, gravissimi rischi personali».

A schierarsi con Caselli c'è un altro storico magistrato, Armando Spataro, che però chiede a Caselli di ripensarci. «Sono rimasto allibito dalle parole di De Luca - scrive - Non sono iscritto a Md, ma se lo fossi non mi dimetterei: sarei incazzato nero e chiederei un'immediata convocazione di un'assemblea di Md per permettere a chi ha deciso quella pubblicazione di scusarsi di fronte a tutti».

I contributi letterari e la formula innovativa dell'agenda sono stati decisi dal comitato nazionale, dopo un input torinese. E adesso c'è chi parla di strappo generazionale. «Sono davvero dispiaciuto - spiega il giudice torinese Roberto Arata, membro del comitato esecutivo - Ma quando si fa un'iniziativa editoriale di questo tipo le persone contribuiscono gratuitamente con i loro scritti.

La scelta è dettata dal prestigio culturale, e De Luca ha scritto pagine bellissime sul rapporto tra giudici e immigrazione. Nel momento in cui abbiamo ricevuto il suo contributo è scaturita una discussione. Lo pubblichiamo? Lo censuriamo? Alla fine è prevalsa la decisione di pubblicarlo con un commento». Così, in stampa, è comparsa la precisazione: «Alcuni passaggi si prestano a interpretazioni ambigue, che non vogliamo in alcun modo avallare». E oggi i vertici di Md aggiungono: «Siamo convinti che la scelta di Caselli non sia giustificata».


2. D'AMBROSIO: "IN QUEGLI ANNI TERRORISMO, NON GUERRA CIVILE"

Paolo Colonnello per "La Stampa"

Gerardo D'Ambrosio fa un salto sulla sedia: «Ma come "guerra civile"? E che significa "condanne sommarie"?». L'ex mitico capo della procura milanese di Mani Pulite, l'ex magistrato della strage di piazza Fontana, della morte di Pinelli, della lotta alle Brigate Rosse e alle trame dell'eversione nera, dal salotto di casa dove a 83 anni si gode ormai la sua pensione, sorride amaro alle parole dello scrittore ed ex capo del servizio d'ordine di Lotta Continua, Erri De Luca, che, sull'agenda di Magistratura Democratica, ha firmato quindici righe dense, poetiche ma storicamente mistificanti, sulla storia degli Anni 70.

Causando, di conseguenza, le dimissioni del capo della Procura torinese Giancarlo Caselli, proprio tra i fondatori dalla corrente di sinistra della magistratura. Un gesto di rottura polemico che D'Ambrosio, anch'egli storica «toga rossa», ma mai di Md, comprende ma non condivide.


Perché, dottor D'Ambrosio?
«Perché le dimissioni se da una parte sono un segno molto elevato del dissenso dall'altro rimangono un gesto rinunciatario. Certe cose bisogna combatterle dall'interno, soprattutto quando si tratta di revisionismo storico».

Una «guerra civile», secondo De Luca, con «tribunali speciali» e «condanne sommarie».
«Io non conosco De Luca. Conosco però gli Anni 70, per averli vissuti in prima linea. E posso dire che tutto fu, tranne che una guerra civile. Da una parte c'era una contestazione molto diffusa.

Dall'altra c'era il terrorismo che pure non aveva niente a che vedere con le proteste di piazza ma anzi le strumentalizzava e rappresentava una forma di lotta estremamente violenta nei confronti delle istituzioni e delle persone, inermi per lo più. Come magistrati avevamo il dovere di combatterlo e lo abbiamo fatto, altro che tribunali speciali e condanne sommarie. Non fu affatto una guerra civile e capisco bene l'amarezza di Caselli».

Ritrovare su una pubblicazione di Md un'altra storia non deve essere stato piacevole.
«Scegliere di pubblicare quello scritto è stata una forzatura e un grave errore, una mancanza di conoscenza di quegli anni assai grave».

Non si rischia di confondere le nuove generazioni?
«Falsare la realtà storica non è mai positivo».

Se da una parte ci sono le sentenze, dall'altra possono però esserci anche vissuti.
«Ovvio, le sentenze non sono mai la realtà storica completa ma rappresentano un punto di riferimento e una conoscenza molto importante dei fatti».

Lei, considerato una «toga rossa», non è mai stato iscritto a Md. Come mai?
«Si vede che non ero così a sinistra come mi descrivevano. Md era la corrente "più a sinistra", anche se non estremista, della magistratura. Io non mi ci riconoscevo».

Ma hanno ancora senso le correnti della magistratura nell'anno di grazia 2013?
«No. Forse lo avevano allora, ma oggi sono davvero superflue».

3. IL TESTO ORIGINALE DI ERRI DE LUCA:
"Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni.

Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro".

È questo il testo dello scrittore (ed ex responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua ai tempi dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi) Erri de Luca pubblicato sull'edizione 2014 dell'Agemda di Magistratura Democratica che ha provocato le dimissioni dalla corrente di sinistra della magistratura italiana (della quale era stato uno dei cofondatori negli Anni 60) di Gian Carlo caselli, procuratore capo di Torino.

"C'è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni prosegue lo scritto di de Luca -. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un'alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.

Innamorati di lei, accettammo l'urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali".

"Ognuno era colpevole di tutto - scrive ancora De Luca -. Il nostro Orfeo collettivo è stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d'Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste. Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all'aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.

Cos'altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell'esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L'Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta".

"Chi lo nomina sotto la voce 'sessantotto' vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario - conclude lo scrittore -. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell'isolamento, lei non c'era. Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all'aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s'innamora di Euridice e non la va a cercare anche all'inferno".

 

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