TOSCANA FELIX, EMILIA ROSICANS – IN SOFFITTA PRODI E BERSANI, IL CENTRO DI POTERE SI È SPOSTATO ALDILÀ DELL’APPENNINO: LETTA, RENZI, VERDINI

Denise Pardo per "l'Espresso"

Al test del voto, Siena ha tenuto botta. Nonostante lo sconquasso del Monte dei Paschi, il Comune è andato al Pd e al candidato (renziano) Bruno Valentini , dopo che l'intero partito aveva tremato temendo conseguenze punitive: era davvero la prova del nove della prova del nove. Anche se il perdente Eugenio Neri, per quel che valgono le analisi delle sconfitte, ha comunque raggiunto vette stellari per il Pdl.

Il risultato senese è la parabola della forza del potere toscano, laboratorio di venerabili grandi intese. Oggi la Toscana è il set, lo zenit, l'antropologia, il baricentro dove si giocano le future partite della politica. Da un lato, il parterre di Enrico Letta, premier per caso. E di Matteo Renzi, leader in fieri. Dall'altro, quello di Denis Verdini, il comandante-spiccia faccende del Pdl nato a Fivizzano, e di Altero Matteoli, l'ex camerata di Cecina, una sfinge maremmana, gran gourmet di ostriche belon, suo fido compagno di merende.

Così ora è la Toscana. Non più, come un tempo, la fetta d'Italia tra Po e Appennino. La sostituzione davvero epocale, equivalente alla muta di una classe politica, è avvenuta in meno di due mesi. Alla vigilia del risultato delle elezioni politiche il 23 febbraio, quel gran pezzo dell'Emilia, titolo del bel libro di Edmondo Berselli, sembrava sul punto di conquistare il mondo.

L'organigramma era pronto. A Palazzo Chigi ci doveva essere Pier Luigi Bersani. Al Quirinale Romano Prodi. Alla presidenza di palazzo Madama Dario Franceschini. Vasco Errani, plenipotenzario di Bersani ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna, era destinato ministro dell'Interno o sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

E invece, tutto per aria, pura cecità politica, illusionismo da oligarchi, non il paese reale. La ribollita ha battuto il tortellino magico, com'era chiamato l'inner circle dell'ex segretario Pd. Il pisano Enrico Letta premier e il fiorentino Matteo Renzi all'uscio, per un ruolo futuro, sia quel che sia. E il Pdl guidato da Silvio Berlusconi e in mano a Verdini a un passo dalla vittoria (anche se ora le amministrative sono state una débâcle). Toscana Party, dunque, dal rosso al nero.

L'Arno guarda al Tevere, Roma tiene d'occhio la Toscana. Vasi comunicanti, per politici, briganti, trafficanti tra croci, città turrite, cipressi e campanili, cuori rossi e grembiulini. Un via vai, da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, dal capoluogo alla capitale. Renzi, che ha incassato cinque sindaci, la scalata al Pd si organizza anche dal territorio, è a Firenze? si chiede in città. No è a Roma.

C'è Francesco Sanna a Camaiore. Chi è? È l'uomo che cura il territorio per Letta. Ma è un deputato sardo? Ti spiegano pazienti, è una nuova nomenklatura, bisogna studiare: Sanna, già insieme a Letta nei giovani democristiani, ha sposato Anna Graziani, la figlia del Pierino, il volto della Dc anni '70, ora consigliere comunale proprio a Camaiore.

In versione locale ci si stuzzica come su scala nazionale. Per esempio, il 10 giugno Enrico Rossi , presidente della Regione, anche lui alto dirigente in corsa, un bell'uomo preparato e quindi al largo del Nazareno pensano sia meglio non metterlo troppo in luce - per qualcuno è anche la risposta toscana a Fabrizio Barca -, attacca l'ambizione da segretario di Renzi.

«Non mi convince, vorrei più sinistra, preferisco Gianni Cuperlo», ha dichiarato e non è stato indolore. Pochi giorni prima, era atterrata un'altra bordata. Aveva parlato il pisano Pierpaolo Tognocchi , consigliere regionale e plenipotenziario toscano di Letta, ex capo della sua segreteria quando era ministro, per attaccare l'ipotesi di una nuova pista per l'aeroporto fiorentino. Progetto che invece sta a cuore a Renzi. Tanto che un mese fa il sindaco di Firenze aveva nominato presidente del suddetto aeroporto il costruttore Marco Carrai, suo prezioso rastrella quattrini, amico di Paolo Fresco, sostenitore di Jacopo Mazzei alla presidenza dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, azionista di Intesa.

Il potere toscano cresce, si allarga, prende possesso, ritorna. Da Francoforte, Lorenzo Bini Smaghi , uomo ancora influente nel mondo della finanza, è stato confermato da Renzi alla presidenza della Fondazione Palazzo Strozzi. Da Pisa, via Parigi, è accorso a Palazzo Chigi Fabrizio Pagani , professore a Sciences Po come Marc Lazar, ex consigliere politico del segretario generale dell'Ocse, ora è quello economico per Letta, un Fassina più glamorous.

I pisani sono una covata e una calata: Stefano Grassi , ex studente alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa come il premier, è diventato il suo mentore per le politiche comunitarie; Roberto Cerreto è al fianco di Letta come consigliere parlamentare. È uomo vicino a Massimo D'Alema che accondiscese a fargli testimone di nozze. Non è stato lui a organizzare lo storico incontro tra il lider maximo e Renzi.

L'artefice è un virtuoso violinista, pare tocchi le corde dello strumento con sublime delicatezza: Dario Nardella , ex addetto giuridico di Vannino Chiti, ex vice sindaco, ora deputato. Non un tipo che abbia lavato i suoi panni in Arno, piuttosto "Ncopp'a ripa" a Torre del Greco dove è nato (ma abita a Firenze da una vita), nonostante questo o forse per, si è guadagnato le stellette di grand'ufficiale pontiere tra l'ex Rottamatore e il resto del partito.

Se l'Emilia ha creato un modello politico e sociale, l'identità era chiara e comunitaria, un monolite che faceva sistema, la Toscana invece alimenta ancora le contrade e i Guelfi e i Ghibellini ovvero le fazioni avverse, c'è un palio sempre pronto là dietro l'angolo. Una settimana fa, incontrandosi a Firenze, Renzi e Letta hanno scherzato ma non troppo sfidandosi sulla torre più alta tra i rispettivi campanili.

Primati di torri ma anche cavalli da spostare. L'ex giornalista del "manifesto", ex presidente di Publiacqua (l'Acea locale) Erasmo D'Angelis , fidatissimo di Renzi, ha saltato parecchie caselle ed è stato nominato sottosegretario alle Infrastrutture. Una poltrona importante da cui passano progetti come la tramvia di Firenze e la Tav, molto a cuore al suo amico sindaco.

Proprio dalla poltrona delle Infrastrutture, ma da ministro, Altero Matteoli , capo indiscusso in Toscana fino alla costituzione del Pdl, poi ha dovuto cedere alla supremazia di Denis Verdini , si è dimenato come una furia per trovare l'accordo per l'autostrada tirrenica, tanto da guadagnarsi il soprannome di "compagno Altero" per i buoni rapporti con le amministrazioni rosse.

Con la caduta di Gianfranco Fini, Matteoli, coinvolto in varie inchieste giudiziarie bloccate dalla non autorizzazione a procedere da parte della Giunta della Camera, è dovuto venire a patti con Verdini. Oggi si muovono in coppia. Ma il comando del Pdl è in mano a Denis, un leone per appetiti e criniera, pluri-indagato (per cricche, truffe, logge e bancarotta) e sbaragliatore di una pletora di coordinatori e colonnelli berlusconiani che ora fanno anticamera da lui.

Al partito, nelle varie residenze di Roma, Firenze, Castagneto Carducci, speranzosi in un'udienza, sicuri di non essere mai richiamati, com'è sua abitudine.

Un tempo, era il treno Roma-Bologna a essere preso d'assalto per possibili fatidici incontri. Ora è la volta del tratto Roma-Firenze. Ogni tanto ospita un su e giù di Verdini o di Matteoli che a volte rinuncia alla flotta di Bmw di famiglia quando deve presenziare in quattro e quattr'otto alla sua Fondazione per la libertà del bene comune. Purtroppo in Toscana il bene comune cucinato da Matteoli in salsa Verdini non è stato ancora ben capito. Per esempio alle politiche, il centrodestra è diventato il terzo partito della regione. Franco Mugnai, candidato sindaco di Pisa, sostenuto da Verdini è arrivato appena al 12 per cento.

Nonostante questo, Berlusconi non viene sfiorato dal pensiero di ridimensionare il potere del suo beniamino:«Denis gli ha fatto troppi favori per poter essere messo da parte», spiegano i suoi "amici" nel Pdl. In effetti: dove trovare un uomo così di mondo capace di infiltrarsi nella trama del potere rosso tanto da diventare uno dei protagonisti del "groviglio armonioso" tra Pdl e Pd, sfociato poi nello scandalo del Monte dei Paschi?

Secondo i pezzi grossi del luogo, il teorema indigeno «alla sinistra la politica, a noi gli affari» sarebbe da attribuire a lui, ma saranno di sicuro le solite chiacchiere. Ma chi può invece dimenticare che Verdini, al tempo del consiglio regionale, è stato il padre nobile, insieme ai Ds, del famoso Porcellum toscano, avo di quello nazionale? I consiglieri passarono da 50 a 65 e si decise l'abolizione delle preferenze.«Non capisco perché dobbiamo rinunciare al Porcellum: è la legge elettorale migliore che abbiamo», ha detto ancora qualche giorno fa in una riunione sulle riforme un Verdini con mosca al naso. Qualcuno gli ha fatto notare che era l'opinione pubblica a chiederlo. E lui con il noto savoir faire: «Sarà: a me le persone chiedono altre cose». Non si stenta a crederlo.

Matteoli è il suo contrario. Un viso dai lineamenti quasi sbiaditi, parla poco e a voce bassa, ex uomo di Giorgio Almirante era il ras di uno strano Msi toscano: fu lui il primo a proporre la candidatura al Quirinale a Carlo Azeglio Ciampi insieme al sostegno dei voti del partito, racconta Umberto Gentiloni Silveri nel libro "Gli anni di Ciampi" (Laterza). Ora si è totalmente adeguato al dominus Denis. «Altero è stato sempre ministro. Adesso pur di stare a galla, ha accettato pure la presidenza della commissione Trasporti», dicono in Transatlantico, ricordando anche la sua passione per porti, strade, appalti.

Ogni estate, Matteoli apre le porte della sua villa vicino a Cecina. Chi la vede per la prima volta, rimane abbagliato: per l'enormità dell'estensione - occupa quasi una collina dominante il mare -, ha una piscina da emiro e varie costruzioni quasi scavate nella roccia. Sui lunghi buffet sono esposti enormi vassoi di ostriche da degustare insieme a centinaia di bottiglie di champagne Cristal.

Meglio non fare i conti della spesa, ha commentato una volta un ospite alquanto ficcanaso, certo non si dovrebbe fare. Di casa è Maurizio Bianconi , l'ingombrante avvocato aretino, uomo sia di Verdini (firmò con lui il Porcellum locale) che di Matteoli, noto per posizione democratiche: il ministro Kyenge «è una somara», i giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo «due tumori del Paese», il capo dello Stato «un traditore della Costituzione». Bianconi è apprezzato dai suoi referenti per la gran capacità di darsi ben da fare da vice segretario amministrativo del partito anche in Toscana.

Da Palazzo Vecchio dove era capo di gabinetto, Luca Lotti è approdato alla Camera. Chi vuole arrivare a Renzi deve passare da lui, appena entrato a far parte della segreteria nazionale del Pd. Dove trova Andrea Manciulli , ex segretario regionale della Toscana, un trionfatore oggi, dalemiano doc, noto anche per essere un talentuoso cuoco, rubrichista sull'argomento persino su "Le Monde" (ha studiato a Parigi, ha una moglie francese e uno dei figli si chiama Louis). Ora si è avvicinato a Renzi. È stato lui a proporlo come grande elettore del presidente della Repubblica, incassando il no di franceschiniani, mariniani e qualche bersaniano.

Così dalla via Emilia alla via Aurelia caput mundi. Dove è nascosto persino un giaguaro. Lo custodisce Matteoli nella sua villa da mille e una notte. È da sempre un cacciatore di caccia grossa, e dopo aver impallinato un giaguaro lo ha imbalsamato. Meglio non pubblicizzarlo troppo. Il Cavaliere non gradirebbe, soprattutto ora in Toscana.

Ha Collaborato Mario Lancisi

 

 

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