MILANO DA BARE! - LA TRAGICOMMEDIA TRA L’ARCHISTAR BOERI E PISAPIA È FINITA IN FARSA: L’ASSESSORE RESTA MA COMMISSARIATO E SENZA DELEGHE (TRA CUI QUELLA PESANTE SULL’EXPO) - BOERI FINISCE IN UN ANGOLO, COME LO ZIO SCEMO CHE STRAPARLA E ALLA FINE DEVE SCUSARSI - LO SPIRITO UNITARIO E FELICE DELLA ‘REVOLUCIÒN’ MENEGHINA È FINITO: SU CULTURA, INQUINAMENTO, MUSEI, AZIENDE COMUNALI, TRASPORTI E PARCHEGGI, NON CI SONO ANCORA RISPOSTE - LE CASSE DEL COMUNE SONO VUOTE E I SINISTRATI A PALAZZO MARINO SI DANNO PURE AL TAFAZZISMO…

1 - MILANO, BOERI PERDE L'EXPO «RESTO ANCHE DIMEZZATO»
Elisabetta Soglio per il "Corriere della Sera"

Alla fine, Stefano Boeri rimane assessore: ma dimezzato e sotto tutela del suo stesso partito. Il sindaco Giuliano Pisapia ha accettato le richieste del Pd, le pressioni del «popolo arancione» che invocava l'unità e le scuse dello stesso architetto: l'assessore aveva rimesso le deleghe dopo essere stato accusato dai colleghi di non aver rispettato la collegialità e di aver tenuto, troppo spesso e su troppi temi, posizioni non in linea con quelle concordate.

Al termine della consultazione con gli assessori e i gruppi del centrosinistra, Pisapia ha confermato a Boeri, che gli aveva restituito le deleghe «come atto di fiducia nei confronti del sindaco», la gestione di Cultura, Moda e Design. La competenza di Expo passa invece a un comitato interassessorile (da cui Boeri è escluso) che sarà presieduto dallo stesso sindaco. E il comunicato diffuso in serata da Palazzo Marino sottolinea: «Le scelte che attendono l'amministrazione hanno bisogno della massima partecipazione e condivisione».

Altro nodo è il ruolo di capodelegazione del Pd: il segretario provinciale Roberto Cornelli ha proposto di revocare Boeri da questo incarico e di non nominare nessuno al suo posto, «proprio per dimostrare quanto il Pd sia in sintonia con Pisapia e creda nella coesione della giunta». È stata la capogruppo Carmela Rozza a rassicurare il sindaco: «Abbiamo chiesto di riammettere Boeri, garantendo che saremo noi il primo controllore del rispetto della collegialità da parte dell'assessore». E se questo non dovesse accadere «sarebbe il partito per primo a intervenire di conseguenza».

2 - QUEL SOGNO (MANCATO) DI UN NUOVO RINASCIMENTO
Giangiacomo Schiavi per il "Corriere della Sera"

C'è uno straniamento vagamente brechtiano nell'aria avvelenata di Milano, un sottile disagio, una sofferenza che attraversa la borghesia e la sinistra del vento che cambia: ma è davvero questa la città della svolta, della ritrovata leadership, del civismo responsabile, del merito e dell'efficienza amministrativa che si candida a modello e guida per il Paese?

A rileggere la cronaca degli ultimi giorni, con la retromarcia del Comune sui divieti antismog e il tampone bagnato sul caso Boeri, si entra nel copione di un'opera buffa e si resta storditi dalla sequenza di annunci e smentite che invece di chiudere un caso ne aprono un altro, lasciando ai milanesi la sensazione di una giunta confusa e divisa che naviga a vista, senza una visione e una rotta condivisa.

Su inquinamento, cultura, musei, aziende comunali, trasporti e parcheggi, la Milano di oggi non offre risposte alle attese impazienti del dopo Moratti, non ricrea lo spirito felice della campagna elettorale vincente di Giuliano Pisapia, con l'impulso partecipativo dei giovani e del popolo arancione impegnati a costruire un immaginario manifesto per la città. C'è la crisi, non ci sono finanziamenti, le casse del Comune sono vuote, ma quel che affiora dai bollettini di Palazzo Marino è la propensione all'autolesionismo, il braccio di ferro infinito tra il sindaco e il suo assessore di punta, quello che un collega di giunta ha immortalato così sul suo blog: «Boeri? È ingestibile. Ma stasera gli stacchiamo la spina...».

Poteva essere l'ambiente, per la giunta arcobaleno di Milano, il segnale di una discontinuità vera con il passato, dimostrando con le politiche antismog di voler fare sul serio per tutelare la salute dei cittadini: nessuno chiedeva di fare in pochi mesi quello che gli avversari politici non sono riusciti a fare in vent'anni, ma un cambio di passo sì, almeno un piano d'azione programmato nel medio periodo, con una strategia capace di mettere Milano al centro di un sistema attorno al quale ruotano i trasporti dell'intera area metropolitana.

Invece si è annunciata una cosa per farne un'altra, anzi riuscendo a non fare nemmeno quella, le targhe alterne, utili contro lo smog come un placebo, ma almeno un segnale d'attenzione per i cittadini. Un pasticcio, una figuraccia, una brutta pagina ambientale: fosse capitato alla giunta Moratti, poco esemplare per le sue ordinanze, ci sarebbero stati i presidi in piazza.

Ma doveva essere la cultura il pilastro della nuova politica, la via del Rinascimento per un città che da tempo cerca di mettere insieme i talenti e la creatività. E invece la cultura è diventato il fragile terreno degli inciampi, delle liti e dei rancori, del duello infinito tra il sindaco e il suo alter ego, l'architetto candidato del Pd sconfitto alle primarie e rientrato in gioco, con spirito di servizio, dice lui, per evitare pericolosi cedimenti sull'Expo al partito del mattone, Cl, la Fiera e Formigoni.

In una Milano sguarnita di leader politici, con il Partito democratico in ordine sparso dopo l'inchiesta giudiziaria che ha colpito l'ex segretario Penati, coinvolto nello scandalo delle tangenti a Sesto San Giovanni, Boeri ha cercato di surrogare un vuoto, esagerando spesso, esternando troppo, mettendo però a nudo, secondo i suoi fan, il clima brezneviano di certe riunioni di giunta. Mai d'accordo, sui grandi temi, lui e il suo sindaco. Sull'Expo, soprattutto, mutilato dell'orto botanico progettato dallo stesso Boeri per dare un'impronta ambientalista a un evento invasivo e cementizio, un regalo ai costruttori e ai proprietari delle aree con un cubaggio esagerato rispetto alle altre zone della città.

E sui grandi progetti, in cui l'architetto voleva mettere becco rischiando il conflitto d'interesse, come gli rinfacciavano spesso i supporter di Pisapia. Dimissioni fin dall'inizio probabili, poi possibili, infine annunciate e date su richiesta di Pisapia. Alla fine, come in ogni commedia, il finale può anche far sorridere. Boeri su pressione della Rete, di Facebook e dei giovani della sinistra, fa autocritica, si scusa, accetta di essere messo sotto tutela.

Ho esagerato, dice. Sono un architetto e come tale un po' solista e individualista. Rewind. Si ricomincia da capo. Resta lì, al suo posto. Il sindaco lo redarguisce come un discolo e gli toglie le deleghe sull'Expo, quelle che Boeri aveva ma non riusciva a esercitare. Tanto rumore per nulla. Giù il sipario. Non siamo su Scherzi a parte. Questo è El nost Milan.
Restano le domande. I dubbi. Le perplessità. I distinguo. La sofferenza della sinistra. E gli interrogativi sui prossimi atti della lite infinita.

Dove va Milano, che visione ha del suo futuro, come si presenterà all'Expo, che cosa resterà delle sue partecipate, quali risposte darà alla mobilità dopo la congestion charge, come intende far rivivere il centro, qual è il piano per l'isola culturale dei musei, si farà a no il museo d'arte contemporanea di Libeskind? L'urbanità e la gentilezza del sindaco Pisapia, unite alla sua realpolitik, non bastano a surrogare l'affanno della macchina comunale e la debolezza del ruolo del Comune nella gestione dell'esposizione del 2015, affidato alle competenze dell'amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala, e alla tutela della Regione di Roberto Formigoni. Boeri lo sa, ma abbozza.

Ha vinto? Ha perso? E Milano che cosa ci ha guadagnato da questa inutile rissa? Il sindaco se ne esce con un colpo d'ala: «Ho messo in gioco tutto me stesso in questa esperienza amministrativa, voglio restituire a Milano il ruolo nazionale e internazionale che le spetta». La ragion di Stato è più forte della voglia di sbattere la porta. Ma il tempo da moviola perso in questi giorni surreali per Milano non sono un bel segnale. Lo straniamento resta. Pisapia guarda avanti, giustamente. Ma deve pedalare in salita.

 

GIULIANO PISAPIA E STEFANO BOERICarmela Rozza GIUSEPPE SALARoberto Formigoni

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