LA TRATTATIVA INFINITA: AL VIA IL PROCESSO "IMPOSSIBILE" SUI RAPPORTI STATO-MAFIA

Francesco La Licata per "La Stampa"

Un pezzo di Stato, da domani, sarà alla sbarra con l'accusa di aver intrapreso - nel 1992, tra l'attentato di Capaci e quello di via D'Amelio - una trattativa con Cosa nostra per far cessare la stagione stragista di Totò Riina.

Imputati: tre ufficiali dei carabinieri (Mori, De Donno e Subranni), un ex ministro dell'Interno ed ex presidente del Senato (Mancino) e un ex senatore (Dell'Utri), insieme coi mafiosi Riina, Cinà, Brusca e Bagarella. Un altro politico di peso, l'ex ministro Calogero Mannino sarà processato a parte, avendo scelto il rito abbreviato, e così anche Bernardo Provenzano «stralciato» per motivi di salute.

Insieme con Stato e mafia salirà sul banco Massimo Ciancimino, il discusso e discutibile figlio dell'ex sindaco dc di Palermo, don Vito, che, con le sue rivelazioni e coi documenti «ereditati» dal padre, ha reso possibile un processo su una vicenda destinata altrimenti a seguire il destino di altri, irrisolti misteri italiani.

La verità nascosta
Prende corpo, dunque, dal punto di vista giudiziario una storia, ingarbugliata e torbida, che in verità ha già dato luogo ad altri due processi scaturiti da altrettanti «buchi neri» delle indagini che hanno segnato la lotta alla mafia dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. Il gen. Mario Mori, per dire l'evidenza più eclatante, è già stato assolto (insieme col mitico Sergio De Caprio, «capitan Ultimo») dall'accusa di aver «favorito» Totò Riina omettendo di perquisire il covo dove, il 15 gennaio del 1993, fu arrestato il capo di Cosa nostra.

Certo, era un altro processo ed altro reato, ma la storia non era poi tanto diversa se è vero, come si legge nelle carte processuali di oggi, che la mancata perquisizione faceva parte di un accordo preciso con la mafia, accordo addirittura qualificato come «trattamento umano» nei confronti dei familiari dei boss. E soltanto venerdì scorso per lo stesso Mario Mori, dallo stesso pubblico ministero che domani sosterrà l'accusa, è stata chiesta una condanna a nove anni di carcere per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Ora tutti sanno che, nella mente di chi indaga, Provenzano non fu arrestato perché terminale della trattativa e perché serviva libero per garantire la «linea morbida» di Cosa nostra. Per la terza volta, dunque, la trattativa passa per un tribunale, dopo essere stata evocata, soltanto evocata, sin dalle prime sentenze sulle stragi e precisamente quella di Firenze sugli attentati di Roma, Firenze e Milano.

C'è da sperare che, questa volta, si riesca a scendere nel concreto e si possano delineare responsabilità specifiche degli imputati. Operazione finora risultata ardua anche per via di turbolenze politicoistituzionali che hanno allontanato la concentrazione dal mistero principale (la trattativa) per deviare verso vicende politiche «laterali» (le telefonate tra il sen. Mancino e il Quirinale) che - al di là delle valutazioni sui singoli atteggiamenti istituzionali - poca chiarezza hanno attribuito all'inchiesta sullo «scandaloso contatto».

Don Vito e i carabinieri del Ros
Tutto, dunque, sarebbe cominciato col «contatto» fra i carabinieri del Ros di Mario Mori e di Antonio Subranni e l'ex sindaco mafioso, Vito Ciancimino. Il Ros ha ammesso il «contatto», ma lo ha giustificato col tentativo di convincere i boss a «rivedere» la strategia della violenza. Mediatore fu don Vito, che teneva i contatti con Provenzano (e quindi con Riina) attraverso il medico mafioso Antonino Cinà. Il figlio del sindaco, Massimo, diveniva da quel momento il «postino», distributore di «pizzini» e messaggi.

Ma non ammettono, i carabinieri, l'esistenza del cosiddetto «papello», cioè la lista delle richieste di Cosa nostra, che conteneva, tra l'altro, l'abolizione dell'ergastolo, l'ammorbidimento del carcere duro e uno stop alla confisca dei beni. Il «papello», tuttavia, sembra esistere davvero, visto che il documento consegnato da Massimo Ciancimino viene ritenuto attendibile.

E il tentativo di contattare la mafia sembra addirittura poter essere retrodatato, secondo l'accusa, alla data dell'omicidio dell'eurodeputato dc Salvo Lima (marzo 1992), quando la politica (Calogero Mannino con la «benedizione» del presidente Oscar Luigi Scalfaro e la collaborazione dell'allora Capo della Polizia, Vincenzo Parisi) comincia a temere una «mattanza» e cerca la mediazione con Cosa nostra. Per questo Mannino è sotto processo e, se fossero vivi, lo sarebbero anche Parisi e Scalfaro.

L'intesa saltata
Ma poi arrivò l'attentato a Borsellino, una seconda strage in soli 57 giorni. Addio «trattativa»? La tesi accusatoria è che salta il contatto con Vito Ciancimino (addirittura arrestato improvvisamente) per far posto non tanto ad un'altra trattativa di basso profilo (cioè con obiettivi minimali, come la revoca dei quattrocento 41 bis effettivamente avvenuta per mano del ministro Conso) quanto ad un vero e proprio «progetto politico».

Ecco il perché della presenza, al processo che inizia domani, dell'ex senatore Marcello Dell'Utri, protagonista dell'avvio della «Seconda Repubblica», già condannato in altro dibattimento di secondo grado per associazione mafiosa e in attesa del giudizio della Cassazione. È il pentito Gaspare Spatuzza ad aver raccontato i presunti legami tra i fratelli Graviano, capimafia di Brancaccio, e Dell'Utri e Berlusconi. Dice il pentito: «Graviano diceva di avere il Paese nelle mani».

Ecco, il processo dovrà stabilire l'esattezza di questa ipotesi: la trattativa originaria che si moltiplica strada facendo e si sdoppia fino a diventare realtà politica. Non sarà un'impresa facile.

 

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