benjamin netanyahu donald trump meme

A FORZA DI ASSECONDARE NETANYAHU, TRUMP È FINITO IN GROSSI GUAI – “THE DONALD” CERCA UNA VIA D’USCITA DAL CONFLITTO, PERCHÉ LA CRISI ENERGETICA PROLUNGATA RISCHIA DI COSTARGLI CARA IN TERMINI DI CONSENSI (A NOVEMBRE CI SONO LE ELEZIONI DI MIDTERM). MENTRE “BIBI” VUOLE CONTINUARE LA CAMPAGNA MILITARE FINCHÉ NON AVRÀ ANNIENTATO IL REGIME IRANIANO – IL PUNTO DI ROTTURA TRA I DUE È STATO L'ATTACCO ISRAELIANO AL GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS, IL PIÙ GRANDE AL MONDO, DA CUI LA CASA BIANCA HA PRESO LE DISTANZE –  L’AMBASCIATORE STEFANINI: “NETANYAHU RAPPRESENTA UN RISCHIO ALLA SICUREZZA DELLA NAZIONE ISRAELIANA E ALLA STABILITÀ INTERNAZIONALE. MA È UN LEADER RAZIONALE. LUCIDO. CALCOLA. NON COSÌ TRUMP, LA CUI INSTABILITÀ MENTALE E INAFFIDABILITÀ NE FANNO OGGI IL MAGGIOR PROBLEMA TRANSATLANTICO E OCCIDENTALE…”

1. DONALD E BIBI, GLI ALLEATI DI FERRO DIVISI DAGLI OBIETTIVI DELLA GUERRA

Estratto dell’articolo di Alessia Melcangi per “la Stampa”

 

BENJAMIN NETANYAHU DONALD TRUMP

Sull'Iran, Donald Trump prova a frenare. Israele, come sempre, accelera. L'attacco al giacimento di gas di South Pars – il più grande al mondo – pare essere stato il punto di rottura. Un colpo che ha colpito il cuore energetico iraniano, innescato reazioni a catena nel Golfo e riportato la crisi su un piano globale. La risposta della Casa Bianca è stata immediata: prendere le distanze.

 

Trump ha negato un coinvolgimento diretto e ha sottolineato di non essere stato informato in anticipo. Non è solo una precisazione. È un segnale politico.

 

DONALD TRUMP AL GUINZAGLIO DI BENJAMIN NETANYAHU - ILLUSTRAZIONE DI MARILENA NARDI PER DOMANI

[…] mentre Washington prova a contenere l'escalation, diverse ricostruzioni indicano che il coordinamento con Israele sia stato più flebile di quanto ammesso pubblicamente. Ma il punto non è stabilire chi sapeva cosa. Il punto è che Stati Uniti e Israele non stanno più combattendo la stessa guerra.

 

Negli ultimi mesi si è consolidato uno schema: Israele colpisce, gli Stati Uniti si smarcano – almeno formalmente – e poi si ritrovano coinvolti. È successo nel 2025, quando agli attacchi israeliani contro il programma nucleare iraniano è seguita l'entrata diretta in guerra di Washington. E sta accadendo di nuovo.

 

Con una differenza sostanziale. La distanza strategica tra i due si è ampliata. Trump ragiona in termini di uscita. Netanyahu in termini di durata. Il presidente americano lascia intendere che lo spazio operativo si stia esaurendo e che sia necessario chiudere una fase. Israele, al contrario, prepara una campagna senza scadenze, orientata a colpire l'Iran finché sarà possibile farlo.

 

[…]  In questo quadro si inserisce anche l'eliminazione mirata da parte di Israele di Ali Larijani, figura centrale del sistema iraniano e uno dei pochi profili in grado di tenere aperto un canale tra falchi e moderati. La sua morte non è solo un colpo militare: è la riduzione dello spazio politico per qualsiasi trattativa. Un segnale coerente con una strategia che non punta a chiudere, ma a continuare[…]

GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS

 

Nella pratica, il ritmo dell'escalation lo detta Israele. E mentre questo squilibrio cresce sul piano internazionale, un'altra frattura si apre all'interno degli Stati Uniti. Questa volta, nel cuore della base di Trump.

 

[…]

 

Gli Stati Uniti provano oggi a uscire da una guerra che Israele non vuole finire. E quando si profila questo scenario, uno dei protagonisti dell'"asse di ferro" rischia di fare un passo falso senza rendersi conto che ha già smesso di combattere la stessa battaglia.

 

 

L'OCCIDENTE OSTAGGIO DELL'INCOERENZA AMERICANA E DEI CALCOLI DI NETANYAHU

Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “la Stampa”

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2

La giornata di ieri ha chiarito quattro cose. La guerra all'Iran continua, specie nelle intenzioni israeliane. Messi di fronte a una chiusura a tempo indeterminato dello Stretto di Hormuz, i principali Paesi occidentali, fra cui l'Italia, accettano guardingamente di impegnarsi per la sicurezza della navigazione.

 

Donald Trump non dice, o non sa, cosa vuole dalla guerra che ha scelto di fare per rispondere a una minaccia agli Usa che non c'era – per cui non gli rimane che ingigantirla senza provarla.

 

Benjamin Netanyahu, il quale, al contrario, sa benissimo e sta ottenendo cosa vuole, un Iran militarmente, tecnologicamente e industrialmente piegato e incapace di mettere a rischio Israele, ha trasferito, Donald compiacente, responsabilità e buona parte del peso militare per la minaccia Iran sulle spalle americane.

 

stefano stefanini

Per inciso: sul cambio di regime a Teheran e della liberazione della nazione iraniana dal brutale giogo teocratico è sceso il velo dell'oblio. Petrolio e gas dettano legge.

 

L'Iran ne approfitta. Alleati e partner degli Stati Uniti pagano un prezzo elevato in costi e forniture energetiche alla guerra di Donald e Bibi. Sono stretti fra l'incudine della ferrea determinazione del secondo e il martello dell'incoerenza megalomane del primo. 

 

[...] Netanyahu rappresenta un rischio alla sicurezza duratura della nazione israeliana e alla stabilità regionale ed internazionale. Ma è un leader razionale. Lucido. Calcola. Non così Trump, la cui instabilità mentale e inaffidabilità ne fanno oggi il maggior problema transatlantico e occidentale.

 

GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS

[…] Nello Studio Ovale, un'imbarazzatissima Sanae Takaichi apprendeva che l'attacco giapponese di Pearl Harbor (1941) aveva dato a Donald Trump l'esempio di come cominciare – sperabilmente non di come finire – la guerra con l'Iran (2026), a sorpresa anche degli alleati. Pur mantenendo l'impassibile compostezza nipponica, il sorriso le si è brevemente spento sulle labbra. La premier giapponese incassava e ribadiva che il programma nucleare iraniano è «imperdonabile».

 

 A Bruxelles, l'Ue si riuniva con una fittissima agenda, energia al primo posto, ma col pensiero rivolto all'ancor più fitta nebbia sulle intenzioni dell'altra sponda dell'Atlantico. Da dove arrivava la bordata di «ingratitudine» del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth. Condivisa dal suo Presidente? A corrente alternata.

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago.

Nei fin troppo frequenti commenti dall'inizio di questa guerra Trump si è infatti superato nel contraddire sé stesso. Sugli obiettivi dell'intervento; sull'uso di truppe di terra – ieri «mai», ma in precedenza non l'aveva escluso; sulle condizioni richieste a Teheran, dalla capitolazione a un regime più accomodante; sul coordinamento con Israele, quanto ci sia e non ci sia, se Washington fosse stata avvertita o meno dell'intervento contro i pozzi di gas di South Pars – ma «ho detto a Netanyahu di non toccare più gas e petrolio».

 

Da questo disaccordo, vero o falso, il trionfante Bibi in conferenza stampa non ne è apparso scalfito.

 

[…]

 

SANAE TAKAICHI IN IMBARAZZO ACCANTO A TRUMP CHE LE RICORDA PEARL HARBOUR

In parallelo alla visita di Takaichi, Tokyo si è unita ai cinque principali Paesi europei – Francia, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito – nel condannare l'Iran per la chiusura dello Stretto e nel dichiarare di «essere pronti a contribuire agli sforzi opportuni ad assicurare un transito sicuro attraverso lo Stretto», pianificazione preparatoria in corso.

Ogni parola accuratamente valutata e soppesata.

 

A Bruxelles, il Consiglio europeo aveva un grande tema di fondo di agenda: Donald Trump o, più esattamente, cosa fare con Donald Trump. Le quasi 25 pagine di conclusioni a malapena lo menzionano. Eppure, i 27 leader – con l'eccezione ungherese pro domo sua (elezioni in aprile) e pro-Cremlino – più tutto lo Stato Maggiore comunitario, più l'invitato fisso Volodymir Zelensky, sapevano benissimo che il presidente americano è all'origine dei loro guai, dal caro petrolio alle minacce sul futuro della Nato, per la gioia di Vladimir Putin e lo sconforto dei ricchi amici del Golfo.

 

donald trump - stretto doi hormuz

Sapevano anche di avere a che fare con un presidente americano ormai ai limiti dell'equilibrio mentale. Lo sapevano e lo sanno delle sue dichiarazioni, impennatesi a causa di una guerra che non gli va per il verso giusto – capita nelle guerre, chiedere a Vladimir, però metodicamente coerente. Salvo cecità e/o sordità, i leader lo pensano ma si guardano bene dal dirlo – solo lo slovacco Robert Fico, pur simpatizzante Maga e putiniano, se l'è lasciato sfuggire in privato dopo un incontro a Mar-a-Lago.

 

Le conclusioni dell'Euco parlano, come di norma, di tante cose importanti: crisi energetica in arrivo sull'Europa; finanziamento per l'Ucraina bloccato da Viktor Orban; promesse di competitività della Commissione che mettono alla prova la buona volontà delle capitali; Stretto di Hormuz che da solo non si riapre; lodevoli inviti a Iran e Israele a porre fine a quello che stanno facendo e continueranno caparbiamente a fare; appelli alla de-escalation dei conflitti mediorientali – ci sono anche Libano e Gaza – in piena escalation.

 

GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS

Non parlano del "problema Trump". Giustamente. Ma bisogna pensarci. È un problema per l'America e per i suoi alleati, un guadagno per gli avversari (Xi, Putin). L'America l'affronterà quando voterà a novembre. Noi dobbiamo conviverci a lungo.

SANAE TAKAICHI E DONALD TRUMPstretto di hormuz e guerra nel golfo

 

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