COLOSSEO FREE ZONE – GRAZIE AD OBAMA SPARISCONO AUTO, PEDONI, FINTI CENTURIONI E CAMION-BAR INTORNO ALL’ANFITEATRO – CITTADINI E TURISTI ESULTANO: ‘CI VOLEVA LUI PER PEDONALIZZARE SUL SERIO I FORI IMPERIALI’

Mauro Favale per ‘La Repubblica- Roma'

Barack Obama, sballottato per tutto il giorno su e giù per la città, è riuscito a cogliere la vera novità di questa sua visita romana. Quando l'ormai famoso corteo di 26 auto blindate e otto moto (per vederle passare tutte ci vogliono quasi due minuti), da via di San Gregorio ha curvato per via Celio Vibenna e da lì si è infilato sotto al Colosseo, la prospettiva di via dei Fori imperiali alle 5 e mezzo di pomeriggio restituiva un'immagine unica: nessun pedone (solo le decine di agenti di sicurezza discretamente sparsi per la strada), nessun finto centurione sulla piazza dell'Anfiteatro Flavio, nessun camioncino di souvenir o panini, nessuna auto (se si escludono i furgoni delle forze dell'ordine), qualche fioriera lì in fondo, verso largo Corrado Ricci, il termine della "zona rossa".

Al di là, la Roma del traffico, classicamente caotica, con la folla, gli uffici e i ministeri. Al di qua, la Roma delle rovine, in una fotografia da cartolina di qualche decennio fa. Se Obama non se n'è reso conto, se ne sono accorti, invece, turisti e cittadini: «Ci voleva lui per pedonalizzare sul serio i Fori imperiali» è la frase più gettonata tra i curiosi che, asserragliati dietro le transenne, sperano di vedere da lontano l'uomo più potente della Terra.

Alla fine si dovranno accontentare delle luci dei lampeggianti, delle enormi macchine blindate, delle moto e di poco altro. Di Obama che arriva al Colosseo in cappotto e senza cravatta, del suo incedere lento all'interno del monumento, della sua esclamazione «Bigger than a baseball stadium »(piùgrande di uno stadio da baseball), si saprà soltanto dopo, dal web.

Lì, davanti alle transenne o alla fine di via degli Annibaldi, in largo Gaetana Agnesi, dove si sono assiepati decine di turisti e curiosi, non lo vede nessuno. Troppo protetta l'area presidiata dalla polizia. «Potevano lasciarci avvicinare, no?», si chiede una studentessa capitata lì per caso e attirata dalla folla. «Ma non è ancora arrivato?», domanda un suo amico. «Si fa attendere», sospira una donna.

Ci speravano davvero di vederlo, di poterlo salutare. Passa una Punto gialla e, dalla macchina, un ragazzo canta: «Obama alè, alè». È il momento: alla vista del corteo presidenziale attraverso l'Arco di Costantino, tutti fanno "ciao" con la mano, quasi un riflesso incondizionato per chi sa già che non riceverà risposta. Dalla scuola lì vicino, la Vittorino da Feltre, escono alunni e genitori. «Cosa guardano, mamma?», fa una bambina di 7-8 anni. «Stanno aspettando Obama», la risposta. «Ma se non si vede niente, perché stanno qui?». La domanda resta appesa per un po', poi la risposta: «Perché il pensiero che ci sia lui li fa contenti», spiega la mamma.

In realtà, qualcuno un motivo per stare fermo al vento, con la pioggia che va e viene, ce
l'ha per davvero. Come una signora che spiega di essere «in piedi da ore, con una caviglia slogata: però voglio vederlo per raccontarlo stasera a mio figlio che vive in California». La donna resterà delusa e, con lei, i russi e i giapponesi, gli spagnoli e gli indiani, gli arabi e i francesi che, tra un selfie con il Colosseo alle spalle e un gelato dal bar vicino, passano il pomeriggio.

«Che fregatura», dice un uomo quando si capisce ormai che nello spicchio di Anfiteatro che si riesce a vedere, tra i poliziotti che passeggiano e le camionette parcheggiate sotto la terrazza del Fagutale, Obama non apparirà. La gente, inizia a sciamare, si torna verso casa. Volge al termine una giornata in cui un pezzo di Roma (quella a sud, tra San Giovanni e l'Eur e quella a est, tra San Lorenzo e la Prenestina) nemmeno si accorge del presidente Usa e un'altra parte, invece, lo cerca, lo rincorre oppure, non lo può evitare. Come chi resta imbottigliato nel traffico dell'Olimpica, verso i Campi Sportivi, o chi si ritrova sul Lungotevere, con le chiusure "a soffietto" delle strade.

In realtà, la rabbia e il disagio si esplicitano soprattutto in 140 caratteri, su Twitter o sui social dove postare, per chi ci riesce, le foto delle auto blindate. Per il resto, prevale la curiosità rispetto alle seccature: vince Obama, icona pop che, per un giorno ha chiuso i Fori e ha fatto anche sopportare il solito caos. Come dimostra chi si trova in Largo XXIV Maggio, all'incrocio con via Nazionale verso le 14.50, quando Obama esce dal Quirinale, in ritardo di mezz'ora rispetto all'agenda. Dietro il nastro giallo della polizia municipale ci sono decine e decine di persone, le auto ferme più in là. Quando le forze dell'ordine fanno un cordone, la gente si alza sulle punte per guardare più avanti: finalmente qualcosa sta per succedere.

Tutti tengono in mano telefoni e tablet. Passano le auto blindate arrivate giorni fa con i C-130 direttamente dagli Stati Uniti, passano le moto e, ad un tratto passa anche " The beast", "La bestia", la macchina presidenziale, quella con le bandierine a stelle e strisce ai lati. Qualcuno improvvisa un applauso, qualcun altro urla "hello", poi il corteo di blindati si chiude con una Punto bianca (anche un po' sporca) dei vigili urbani. È un attimo: l'assembramento si scioglie, il nastro giallo cade per terra, il traffico riprende come sempre su via Nazionale. «Ne valeva la pena, dai», fa una ragazza al fidanzato. «Non capita mai, è un'occasione», le fa eco un signore. Una donna riguarda immediatamente le immagini riprese da poco: «Le mostrerò a mio nipote», dice e va via sorridendo.

Quando alle 18.50, dopo una giornata iniziata alle 10.30 con la visita in Vaticano dal Papa, proseguita al Quirinale e poi a Villa Madama per il bilaterale con Renzi, Obama rientra da dove era partito, a Villa Taverna, ai Parioli, a tirare un sospiro di sollievo, però, sono soprattutto le forze dell'ordine. Da settimane preparavano queste 36 ore in cui sono stati impiegati mille uomini, comprese le forze speciali di polizia (Nocs), carabinieri (Gis) e gli 007 statunitensi, in cui per ore è rimasto chiuso lo spazio aereo della capitale e che ha visto, disseminati per i tetti dei palazzi romani, cecchini pronti a entrare in azione.

Nemmeno il sit-in dei comitati No Muos e degli Anti-Nato in via Veneto ha avuto strascichi particolari. E, soprattutto, evitando rischi e possibile caos, Obama ha deciso di non concedersi quella cena tanto attesa in un ristorante del centro. Da "Pierluigi", a piazza de' Ricci, era tutto pronto, dopo la bonifica del pomeriggio. Alla fine il presidente ha deciso di restare a Villa Taverna. Cibo italiano, sì, ma cucinato nella residenza dell'ambasciatore John Phillips, ultima occasione per un piatto di spaghetti, prima della partenza, questa mattina, da Fiumicino. Arrivederci, Roma.

 

OBAMA E FRANCESCHINI AL COLOSSEOOBAMA COLOSSEO OBAMA COLOSSEO OBAMA BARBARA NAZZARO COLOSSEO OBAMA BARBARA NAZZARO COLOSSEO OBAMA BARBARA NAZZARO COLOSSEO OBAMA BARBARA NAZZARO COLOSSEO BARACK OBAMA IN VISITA AL COLOSSEO FOTO LAPRESSE BARACK OBAMA IN VISITA AL COLOSSEO FOTO LAPRESSE

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