DA ZERO A DACCÒ – VITA, OPERE E MIRACOLI DEL “FACILATORE” DIVENTATO FAMOSO PER I SUOI INCIUCI NEL MONDO DELLA SANITÀ IN LOMBARDIA - IL SISTEMA DACCÒ È ESPLOSO CON IL CRAC DEL SAN RAFFAELE, E IL CONSEGUENTE SUICIDIO DELL’ALTER EGO DI DON VERZÈ, MARIO CAL - UN INVESTIGATORE: “OGNI VOLTA CHE CHIEDEVAMO ‘CONOSCETE DACCÒ?’, LE PERSONE CAMBIAVANO ESPRESSIONE, SEMBRAVANO SORPRESE CHE FOSSIMO ARRIVATI A LUI”...

Piero Colaprico per "La Repubblica"

Ieratico, affabile, ricchissimo, ma del tutto sconosciuto. Pierangelo Daccò «traffica» nella Sanità pubblica da decenni, eppure sembravano conoscerlo in pochi. E ancora meno conoscevano la sua forza dentro la Regione Lombardia. La sua capacità di godere, insieme con il socio Antonio Simone, del «sistematico asservimento della discrezionalità amministrativa» (parole dell'accusa) sotto il governo di Roberto Formigoni. Del politico oggi indagato per corruzione, ospite di Daccò per cinque capodanni, con yacht a totale disposizione (totale cinque milioni di spese) e vari altri benefit.

È nell'estate del 2011 che il «sistema Daccò», sino ad allora vincente, scricchiola. Un commercialista, esperto in fallimenti, è andato in Procura: «Alcuni clienti mi stanno chiedendo come comportarsi con i debiti del San Raffaele, sono ingentissimi».

LA SLAVINA DEL SAN RAFFAELE
Sponsorizzato dalle visite festose di Silvio Berlusconi e Formigoni, quell'ospedale creato da don Luigi Verzè sembrava una florida macchina da soldi. Era soprattutto apparenza. Quando il sostituto procuratore Luigi Orsi decide di chiedere al tribunale civile l'elenco dei protesti, gli arriva un file di Excel: incolonna una serie di debiti spaventosi, a sei zeri. Viene convocato a fine giugno Mario Cal, 71 anni, consigliere delegato della fondazione Monte Tabor, alter ego di don Verzè. Arriva in blazer blu, cravatta rossa: «Dottore, siamo messi male, non si sopravvive, non c'è più un euro», dice Cal. Il buco è gigantesco: come è ormai noto, ammonterà a 1,5 miliardi di euro.

DAL SUICIDIO AL VERBALE
La mattina del 18 luglio Cal, ormai dimissionario, si chiude nel suo ufficio al sesto piano, e poco dopo le 10 si uccide con un revolver. La sua morte cambia tutto, la procura accelera, fa mettere vari telefoni sotto intercettazione e convoca Danilo Donati, ex responsabile alla sicurezza dell'ospedale. È uno che verrà poi accusato, tra l'altro, di aver incendiato,
su input di don Verzé, alcuni impianti sportivi. È Donati che, per la prima volta, fa davanti ai magistrati milanesi il nome di Pierangelo Daccò. Parla con indignazione di buste di denaro in contanti che Daccò intasca e che Cal gli versa. Chi sarà mai questo Daccò?

RICOVERO IN PSICHIATRIA
Difficile avere risposte, lo stesso security-manager Donati, tra un verbale e l'altro, viene improvvisamente ricoverato in psichiatria al San Raffaele. Non resta mai solo, si
fa vegliare prudentemente dal suo braccio destro. Quando torna in procura, tergiversa: «Quello che ho detto, l'ho detto in un momento di difficoltà». È però un po' tardi per deviare le carte giudiziarie.

SOLDI IN CONTANTI A DACCÃ’
Lo schema che emerge è semplice. La Regione Lombardia paga le prestazioni sanitarie (circa 400 milioni di euro l'anno) e Mario Cal paga i suoi fornitori. Ma, per lavorare, questi dovevano «restituire» in nero una parte delle commesse ottenute. Il cash a volte finiva direttamente nelle tasche di Daccò: in banconote, o coperto da false fatturazioni. Un vortice di denaro confermato da vari testi e imprenditori. Uno di questi, per di più, era stato «radiografato» dall'antimafia e poi totalmente scagionato: ed era emerso un flusso di denaro in direzione del misterioso Daccò.

Misterioso anche per il fisco italiano. «Ogni volta che chiedevamo alle persone "Conoscete Daccò?", questi cambiavano espressione, sembravano sorpresi, stupiti che fossimo arrivati a lui», confida uno degli investigatori. Daccò riceve dunque dal San Raffaele sull'orlo del baratro, così contabilizza la polizia giudiziaria, ben 5 milioni di euro: ma a che titolo?

SCATTANO LE MANETTE
L'arresto per concorso in bancarotta scatta lo scorso 16 novembre e forse tra dieci giorni si arriverà alla sentenza. Per Daccò va comunque di male in peggio, perché le indagini milanesi si sono allargate, hanno raggiunto il suo fiduciario svizzero, da lì si è arrivati a quegli ancora incredibili 60 milioni di euro che lui e Simone hanno rastrellato dalla Fondazione Maugeri.

Ma come mai questi colossi della sanità privata non potevano fare a meno per vivere dei faccendieri Daccò e Simone? Mentre l'indagine continua a correre, Daccò, diventato multimilionario con la sanità senza capirci molto (così dicono in parecchi), è da dieci mesi chiuso in una cella di Opera. Dove ha sentito Formigoni dire che ha rimborsato le tante vacanze da nababbo («Ma non ho le ricevute»), e l'ha sentito anche vantare l'eccellenza della sanità lombarda.

 

PIERANGELO DACCO'DACCO' - FORMIGONIFORMIGONI SULLO YACHT DI DACCO FORMIGONI SULLO YACHT DI DACCO'antonio simone b DON VERZE SAN RAFFAELE Mario CalFONDAZIONE SALVATORE MAUGERI

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