david lachapelle

LACHAPELLE, UNO E TRINO - NELLA RETROSPETTIVA AL PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, TUTTO IL GENIO DEL FOTOGRAFO USA, ARTITA POP, KITSCH, ONIRICO E CALEIDOSCOPICO: “DENTRO LA CAPPELLA SISTINA HO AVUTO LA SINDROME DI STENDHAL”

Giuseppe Fantasia per “il Foglio”

foto esposte mostra di lachapellefoto esposte mostra di lachapelle

 

Dal 2006 qualcosa è cambiato nella vita del fotografo americano David LaChapelle. Fino a quella data, ci aveva abituato a ritratti di celebrità e di gente comune, mostrati in tutta la loro fisicità, tra eccessi, colori, luci, kitsch e nudità di ogni genere uniti a quella loro tipica fantasmagoria surreale. “Tutto questo oggi è un ricordo lontano, avevo bisogno di disintossicarmi da quel mondo e dopo diversi anni posso dire di aver trovato finalmente la mia strada”, ci ha spiegato quando l’abbiamo incontrato a Roma poco prima dell’inaugurazione ufficiale della retrospettiva in suo onore.

 

“David LaChapelle. Dopo il diluvio” – questo il titolo della mostra allestita al Palazzo delle Esposizioni e visitabile fino al 13 settembre prossimo - è una rassegna di opere di un artista oggi più spirituale che mai e più attento a temi che prima non aveva mai preso in considerazione. Al posto della fisicità umana, ci sono paesaggi urbani e industriali dai colori psichedelici e meno scioccanti rispetto ai lavori precedenti, oltre a diverse immagini con evidenti richiami religiosi.

foto esposte alla mostra di lachapellefoto esposte alla mostra di lachapelle

 

“Il segnale più evidente del cambiamento è la scomparsa dai lavori seriali della presenza umana”, ha scritto il curatore della mostra, Gianni Mercurio, nel saggio che introduce il catalogo pubblicato da Giunti. A eccezione di un’opera del 2001, “The Electric Chair”, sua personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol, scompaiono i modelli viventi che in tutti i lavori precedenti hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall’immagine.

 

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“LaChapelle ha cancellato così clamorosamente la carne, elemento caratterizzante della sua arte e della sua produzione, che ha preferito volgersi verso altre direzioni estetiche e concettuali”, ha aggiunto Mercurio. La mostra – una delle più grandi retrospettive dedicate a uno dei più importanti fotografi contemporanei – si concentra soprattutto sui lavori realizzati dopo quel fatidico 2006, quando diede vita alla monumentale serie “The Deluge”, ispirata alle storie della Genesi affrescate da Michelangelo tra il 1508 e il 1512 sulla volta della Cappella Sistina.

 

Un’opera magistrale, un vero punto di svolta nella sua carriera, oltre che nella sua vita: l’ennesimo successo per questo fotografo originario del Connecticut, lanciato da Warhol sul magazine di culto Interview quando aveva solo diciassette anni. La grande tela è animata da colori e da personaggi particolari e non è stata creata su incarico di un committente, né per una campagna pubblicitaria o per le pagine di una rivista di moda, ma soltanto per essere esposta in un museo.

 

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Una serie di lavori che lo riportano al passato, al suo passato newyorchese quando, negli anni Ottanta, fotografava per esporre nelle gallerie d’arte e cominciava ad avere già quel suo timbro inconfondibile. Oggi il passato è divenuto il suo presente, la sua fonte inesauribile d’insegnamento e d’ispirazione e “la carne” – quella di donne e di uomini bellissimi e bruttissimi insieme, grotteschi come fiabeschi – è scomparsa, come si può notare in altre sue opere, tutte presenti nella mostra romana e molte delle quali alte sette metri per due, come “Car Crash”, “Negative Currencies”, “Hearth Laughs in Flowers”, “Gas Stations”, “Land Scape” e “Aristocracy”. Quadri immensi in cui voi spettatori finirete col perdervi osservandone i protagonisti e le loro azioni in un mare di dettagli.

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E non potrà che essere un piacere. “Sin da quando ero piccolo, Michelangelo è stata la mia ossessione: lo studiavo sui libri, sapevo tutto di lui. Immaginate cosa è successo quando ho potuto vedere le sue opere dal vivo”, ha precisato LaChapelle. “Proprio a Roma ho avuto la Sindrome di Stendhal, ma del resto è impossibile non provare una cosa del genere una volta dentro la Cappella Sistina davanti al ‘Giudizio Universale’”.

 

A colpirlo, è stata l’arte del genio del Rinascimento, sono stati i suoi personaggi e i loro volti così particolari, ma, soprattutto, è stata “la sua capacità di dare espressione alle loro passioni”. “Dopo un lungo soggiorno in Italia, ho iniziato tutta una mia personale riflessione sui temi escatologici del destino umano e Michelangelo, con la sua influenza, è stato in qualche modo sempre al mio fianco”, ci ha spiegato. Quello che ne è venuto fuori sono opere con un forte impianto scenografico, il simbolo di un desiderio di purificazione e di rinascita spirituale, personale e artistica, in cui “il racconto biblico diviene un efficace paradigma per descrivere la deriva del mondo attuale, afflitto da grandi tempeste politico-religiose”.

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In Michelangelo c’è il caos e l’instabilità, la fragilità della natura umana e la sua inclinazione al peccato oltre che l’angosciosa incertezza di una catastrofe immane, “ma c’è soprattutto la bellezza”, ha aggiunto LaChapelle, che ha interpretato quel sentimento della punizione divina con elementi che alludono ai disastri dei nostri giorni (le foto con le conseguenze dell’uragano Katrina ne sono un esempio), con quel senso di paura per il verificarsi di qualcosa più grande di noi che non si riesce a controllare.

 

“Michelangelo voleva provare l’esistenza di Dio attraverso la bellezza: il dovere dell’artista è quello di scendere tra la gente, di domare le tenebre e di rischiarare le ombre, di consolare e di abbracciare”, ha precisato, aggiungendo che Gesù (il cui volto ritroviamo anche sulla t-shirt nera che indossa sotto la giacca, dove campeggia la scritta “Jesus is my homeboy”) non è un’entità astratta e trascendentale ma incarna l’uomo comune.

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“Con le mie opere non posso dare una risposta ai mali del mondo, ma posso dire che la paura si supera con la fede”. Oltre a questi lavori, nell’esposizione romana - promossa da Roma Capitale e prodotta da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Madeinart e David LaChapelle Studio - troverete anche l’artista più conosciuto, quello più barocco e quello più pop, quello più bizzarro e quello più kitsch, quello onirico e quello caleidoscopico.

 

“Nonostante i miei lavori abbiano assunto una nuova direzione, in una mostra del genere e di così grande portata non si potevano non mettere quelle opere che mi hanno fatto diventare famoso, perché il mio pubblico se le aspetta”, ha precisato il fotografo. Tra il primo e il secondo piano del Palazzo delle Esposizioni troverete, infatti, quelle prodotte fra il 1995 e il 2005, il lato spettacolare e allucinante di LaChapelle, la sua produzione più patinata, quella più famosa, quella più amata e odiata in tutto il mondo.

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Da Michael Jackson a Lady Gaga, ci sono le celebrity della musica, della moda e del cinema, dove scene di vita quotidiana vanno a unirsi a quelle più surrealiste e ad altre più religiose. In quelle foto ci sono tutte le ossessioni della società contemporanea: “Sono foto che appartengono alla scenografia del mondo e che, perfettamente aderenti all’oggi, ne raccontano il bene e il male, l’utile e l’inutile”.

 

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Non manca, poi, una rassegna di filmati di backstage che illustrano il processo di realizzazione dei suoi set fotografici e alcuni tra i video musicali più conosciuti di questo artista che quando può e quando vuole è anche un apprezzato videomaker. L’ultimo – che potrete vedere nelle sale espositive romane se non lo avete ancora visto in tv o su You- Tube – è quello realizzato per il musicista gospel irlandese Hozier e per il suo singolo, “Take me to church”.

 

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Al centro della scena c’è il veterano del British Royal Ballet, Sergei Polunin, interprete straordinario di una danza pop e ribelle, bellissima, dolorosa, intensa e sexy che ha più di un punto in comune con il lavoro di LaChapelle. Scoprirete una particolare forma di “possessione spirituale” che dà a questa mostra quel qualcosa in più, rendendola ancora più affascinante e spettacolare. Sicuramente da non perdere.

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