LA CANNES DEI GIUSTI - OGGI HO VISTO ALMENO DUE FILM ESPLOSIVI - PARTIAMO DALLA STREPITOSA COMMEDIA “THE FEELING THAT THE TIME FOR DOING SOMETHING HAS PASSED”, SU UNA BUFFA RAGAZZA TONDINA CHE HA UNO STRANO RAPPORTO COL SESSO. LO VEDE SOLO COME SOTTOMISSIONE COMPLETA AI MASCHI CHE FREQUENTA - OTTIMO, POLITICO, SCATENATO AL PUNTO GIUSTO ANCHE “THE SWEET EAST”, ROAD MOVIE GROTTESCO TRA “CANDY”, E ”BEAU HA PAURA” - STAMANE HO VISTO ANCHE UNO STRAVAGANTE MISTERY PAKISTANO, “IN FLAMES" … - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

the feeling that the time for doing something has passed the feeling that the time for doing something has passed

 

Cannes quarto giorno. Pur tra pioggia, freddo, umido, la gente che starnutisce in sala, il coito fastidioso e rapidissimo delle sette di mattina, quando cioè si apre la biglietteria on-line del festival e si richiude neanche due minuti dopo, le code interminabili sotto l’acqua per film che a Roma io e Ciro vedremo in mezzo a cinque vecchi, i film persi (pure Scorsese, mi sa), devo dire che oggi ho visto almeno due film esplosivi. E spero che qualche distributore intelligenti ce li porti in Italia.

 

the feeling that the time for doing something has passed the feeling that the time for doing something has passed

Partiamo dalla strepitosa commedia scritta, diretta e interpretata, per lo più completamente nuda dalla newyorkese trentenne Joanna Arrow, “The Feeling That The Time For Doing Something Has Passed”, passata alla Quinzaine, che non si chiama più des réalisateurs al maschile, ma, più propriamente e senza distinzioni “…des cineastes”. Torniamo al film. La Ann di Joanna Arrow, buffa ragazza di Brooklyn, tondina con gli occhiali e una mimica favolosa alla Buster Keaton, anche se muove solo gli occhi e adatta il suo corpo alle esigenze dei maschi che la circondano, ha un problema.

 

joanna arnow joanna arnow

Pur se con un lavoro ben pagato, dove non sembra obsoleta come la metà delle persone che la circondano (la battuta su Spotify vale quella su Netflix di Moretti), ha col sesso uno strano rapporto. Lo vede solo come sottomissione completa ai maschi che frequenta. Nuda, pronta a farsi umiliare col naso da porco, il sedere aperto davanti agli uomini che chiama “maestri”. Un professore ebreo (e pure sionista), Scott Cohen, distratto e più vecchio che non ricorda mai dove si è laureata e le fa domande impertinenti. “Quale è l’ultimo cazzo che hai succhiato?” – “Il tuo”.

 

E le impone di aprire il culo chattando on-line in modo che lui possa masturbarsi. Solo lì reagisce. “Non sono la tua finestra del computer”. Gli altri non è che siano meglio. “Ti faccio un pompino?” – “Sì” – “ma chiedimo di non fartelo subito, così soffro di più”. Ann non ha tante soddisfazioni neanche dai genitori, che ogni tanto va a trovare ma con i quali non ha molto dialogo. Mentre trova che loro, pur litigando o cantando assieme riescono a comunicare, ma non con lei. Alla fine trova un ragazzo musulmano, Babak Tafti, che la rispetta, è gentile, la porta a vedere cineasti impegnati, sopporta che lei gli canti a letto “Les Miserables”.

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Potrebbe essere la persona giusta per viverci, anche se una patologia sessuale è una patologia… Costruito a vignette, tutte divertentissime, anche molto corte, con Ann alle prese con i suoi maschi e la sua buffa depravazione sessuale, senza un minimo di compiacimento per il pubblico, comica anche quando scopa o parla di pompe, devo dire che Joanna Arrow e il suo cinema, ultracomposto e mai debordante, è qualcosa di esplosivo e mai visto che è molto piaciuto in sala. Non conosco i suoi due film precedenti, “I Hate my Body” e “Bada t Dancing”, ma credo ci sia da divertirsi.

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Ottimo, politico, scatenato al punto giusto anche “The Sweet East” diretto da Sean Price Williams, noto direttore della fotografia che ha diretto un paio di film, scritto dal mai sentito Nick Pinkerton con incredibili riferimenti alla letteratura americana, che lancia come nuova star la giovane e incantevole Talya Rider, una sorta di Candy in giro per l’America di Trump e Giuliani, anzi per il Sweet East come lo chiamava Reagan, partendo dalla Washington di Capitol Hill.

 

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Lillian, in gita e in crisi col suo ragazzo a Washington, scappando da un locale dove un nerd armato fino ai denti è pronto a fare una strage perché ha confuso la scritta P.P. cioè la specialità “Pizza ai Peperoni” per “Pedo Pornografia”, finisce prima in una sorta di comune artistica radical chic per tentare un’azione rivoluzionaria, poi in un raduno di suprematisti bianchi armati fino ai denti. Lì conosce un professore di letteratura, Simon Rex, esperto di Edgar Allan Poe invischiato con i neonazi trumpiani che la porta a casa sua a Trenton, sul Delaware. Facendosi passare per Annabel, come l’Annabel Lee di Poe, il professore non resiste a ogni sua richiesta.

 

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 E quando deve andare in missione per conto dei neonazi a New York se la porta dietro. Ma lei scapperà con un sacco pieno di soldi dei terroristi neri per entrare nel mondo del cinema al seguito di due buffi filmmaker neri che stanno mettendo in piedi un film sull’Erie Canal e sul periodo della formazione degli strati sociali del paese. Il modello, ovviamente, è quello del road movie grottesco tra “Candy”, soprattutto per la sceneggiatura alla Terry Southern, e il recente ”Beau ha paura”, con nuovi personaggi da inserire tra gli orrori del nuovo secolo.

 

I suprematisti bianchi colti alla Buttafuoco, ad esempio, i musulmani armati fino ai denti che compongono musica disco, i registi impegnati. Ma compone anche una sorta di mappa della cultura americana più antica che ha prodotto tutto questo. Talia Ryder è fantastica nell'attraversare questi mondi e questi personaggi che la riempiono di parole. Pronta sempre e solo alla fuga. Canta anche la canzone composta per il film da Paul Grimstad. Viene fuori un ritratto dell’America di oggi terribile, ma piuttosto originale anche se con un occhio al New American Cinema anni’60.

 

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Stamane ho visto anche, sempre alla Quinzaine, uno stravagante mistery pakistano con vene fantastiche coprodotto dai canadesi, “In Flames”, scritto e diretto da Zarrar Kahn, dove una ragazza, Marian, interpretata dall’intensa Ramesha Naval, tornata dal Canada dove studiava, a casa dalla madre perché è morto il nonno, si ritrova a vivere tutta l’oppressione che vivono le donne in Pakistan. Intanto se muore il maschio di casa, le donne non possono essere proprietarie neppure dei loro appartamenti.

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E così Marian e sua madre, Bakhtawar Mazhar, rischiano di essere cacciate di casa dal viscido zio. Ma oltre a rompere i coglioni alle donne da vivi, i maschi pakistani le tormentano anche da morti. Sia il padre che il nonno, sia una nuova presenza, l’Asad di Omar Javaid, barbuto spasimante di Marian misteriosamente morto in moto dopo averla accompagnata al mare, si ripresentano a madre e figlia in tenuta zombesca con l’idea di trascinarle con loro nell’aldilà con gli occhi bianchi come gli zombi del film di Fulci, appunto “L’aldilà”. Mortacci loro.

 

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Se la prima parte è più misteriosa e riuscita, e Ramesha Naval è di grande eleganza, la seconda, con tutta questa storia di fantasmi da smaltire diventa un filo ridicola. E trascina il film nel regno del cinema di genere, magari non volendolo.

 

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