itsart dario franceschini

CHE FLOP LA “NETFLIX DE’ NOANTRI”! – LUCA BEATRICE: “SU ‘ITSART’, L'IMPRONUNCIABILE ACRONIMO SCELTO PER BATTEZZARE LA PIATTAFORMA DIGITALE POMPOSAMENTE DEFINITA LA ‘NETFLIX DELLA CULTURA’, DARIO FRANCESCHINI HA TOPPATO DI BRUTTO” – “UN'IDEA FALLIMENTARE. NON CI SONO SOLDI PER PRODUZIONI ORIGINALI E DI CONSEGUENZA MANCA L'AUDIENCE PER COMPETERE AD ALTO LIVELLO” – NON DITE A SU-DARIO CHE UN PORTALE PUBBLICO DI CULTURA ESISTE ECCOME E SI CHIAMA RAIPLAY...

ITSART - LA NETFLIX DELLA CULTURA DI FRANCESCHINI

Luca Beatrice per "Libero quotidiano"

 

Nell'era della comunicazione sbagliare un nome, uno slogan, un riferimento può costare caro. E infatti l'annuncio, ormai diversi mesi fa, di dar vita a una «Netflix della cultura» sembrò a molti un azzardo, un paragone concettualmente errato. Provate voi a spiegarlo al ministro Dario Franceschini, arciconvinto che qualsiasi pensiero gli passi per la testa corrisponda a una grande idea. 

dario franceschini

 

Pur non "amandolo alla follia" bisogna riconoscergli l'attivismo decisionista con il quale ha elaborato il lutto di non essere diventato presidente della Repubblica (mai dire mai), premier (più difficile), segretario del PD (lo escluderei), qualità non trascurabile rispetto ai precedenti impalpabili inquilini di via del Collegio Romano. Però su ITsART, l'impronunciabile acronimo scelto per battezzare la piattaforma digitale in abbonamento pomposamente definita circa un anno fa la «Netflix della cultura», ha toppato di brutto. 

 

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Notizia fresca, le dimissioni di Guido Casali dalla carica di amministratore delegato di ITsART, alla cui realizzazione hanno concorso la Cassa depositi e prestiti insieme a Chili, che programma film (paghi ciò che vedi) identici a ciò che troviamo sugli altri canali, con un investimento di 9,4 milioni di euro. Sembra che Casali, nominato solo tre mesi fa, abbia manifestato profonde divergenze sulla strategia aziendale e sui piani di sviluppo, e che le dimissioni siano dettate dalla verificata impossibilità di realizzare un vero portale di contenuti per assenza di competenze specifiche e di una precisa visione. 

 

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Voci ben informate parlano di un accordo con Media Maker, società che produce contenuti audiovisivi, non in cambio di moneta contante ma di spazi pubblicitari sulla stampa nazionale e sui cartelloni digitali outdoor a Milano, Roma e in oltre 150 centri commerciali. Per "sdebitarsi" ITsART fornirà un numero equivalente di gift cards per accedere gratuitamente al canale. Possiamo perciò immaginare che vengano messi a disposizione del pubblico che acquisterà tv ed elettrodomestici tessere per godersi il teatro, la lirica, i concerti di Claudio Baglioni, Paolo Conte, un vecchio film italiano, i soliti tour virtuali nei musei?

 

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 Al momento il contenuto della piattaforma questo è, non guarda ai giovani e neppure alle generazioni di mezzo, non aggiunge altro né giustifica la propria esistenza in vita. Un'idea fallimentare fin dall'inizio: non ci sono soldi per produzioni originali e di conseguenza manca l'audience per competere ad alto livello non solo con i colossi tipo Amazon o Netflix ma nemmeno con l'offerta di nicchia e qualificata di una Sky Arte. 

 

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Quando Franceschini lanciò il proclama, anche se in pochi osano contraddirlo, a parecchi venne in mente che un portale pubblico di cultura esiste eccome e si chiama RaiPlay, il suo palinsesto non è affatto male, soprattutto sui materiali di archivio. Arricchirlo di contenuti esclusivi favorendone la conoscenza in maniera capillare in mancanza di un autentico modello innovativo sarebbe stato molto intelligente. 

 

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Però il ministro applica una logica strettamente politica: solo l'invenzione ex novo porta posizionamento, migliorare l'esistente, seppur virtuoso, non fa titoli sui giornali. E Franceschini ad apparire tiene moltissimo. Un ad si cambia, non sarà certo la fine del mondo, e magari arriverà una linea finalmente al passo con i tempi. Tralasciando l'infelice paragone con Netflix -equivale a dire "il Ronaldo italiano", che infatti non c'è- ITsART ha proposto un'idea di cultura vetusta, che sarebbe stata superata negli anni '80, figuriamoci adesso che oltre alle piattaforme a pagamento si trova quasi tutto su YouTube. 

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Bisognerebbe suggerire a Franceschini che a funzionare sono i prodotti dotati di una precisa specificità, come Mubi che si è guadagnata la definizione di paradiso dei cinefili. Dimenticare Netflix, investire su nuovi contenuti, saperli ordinare, reimpostare la grafica di pagine francamente orribili e dal taglio troppo commerciale. Dal flop al momento si salva solo Chili, la tv al peperoncino che per la prima volta si presenta col bilancio risanato dopo otto rossi consecutivi.

luca beatrice

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