CIE PUZZA DI TRUFFA - NON È CHE LA LENTEZZA NEI RIMPATRI DEI CLANDESTINI SERVE, A CHI GESTISCE I CENTRI, PER CONTINUARE A PRENDERE SOLDI DALLO STATO?

1 - SOLO UN MESE NEI CIE, LA MOSSA DEL GOVERNO
Guido Ruotolo per "la Stampa"

Il provvedimento è già pronto. Un decreto o forse più semplicemente un disegno di legge che cancella la vergogna della detenzione degli extracomunitari fino a 18 mesi nei Centri di identificazione ed espulsione, i Cie. In una prima fase si dovrebbe tornare all'inizio di questa storia, quando nei Cie si era ospitati al massimo per un mese poi, con una proroga, diventati due.

Il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico, commenta le «notizie sconvolgenti» che arrivano dal Cie di Ponte Galeria a Roma dove dieci maghrebini si sono cuciti le labbra come protesta autolesionista per i loro rimpatri. «Queste notizie - afferma il viceministro - confermano la necessità di agire per superare l'esperienza dei Cie, un modello superato e inutile che produce disagi e sofferenza».

Un secolo è passato dal tempo della gestione della Bossi-Fini e dei respingimenti alla frontiera e nelle acque internazionali degli extracomunitari. Una parte dell'attuale maggioranza si spinge fino a ipotizzare la chiusura dei Cie. Il viceministro Bubbico si limita a indicare la «necessità di ripensare il modello attuale e di promuovere un nuovo sistema di accoglienza che rispetti la dignità umana».

Bisognerà, dunque, verificare la tenuta dell'attuale (risicata) maggioranza per ipotizzare uno strappo così radicale, anche culturale, nell'approccio a un nuovo sistema di accoglienza, con la chiusura dei Cie e l'abolizione del reato di clandestinità. «Cambieremo la Bossi-Fini, lo garantisco» ha assicurato ieri sera in tv il segretario pd Renzi. Ma intanto già la «drastica riduzione», per dirla con una autorevole fonte di governo, della permanenza nei Cie che Palazzo Chigi si appresta ad approvare rappresenta una svolta.

Dopo la scandalosa vicenda di Lampedusa, adesso i riflettori si sono accesi anche sul Centro che sorge alla periferia Sud della capitale, dove da due giorni prima otto maghrebini poi saliti a dieci (4 tunisini e 6 marocchini) si sono cuciti le labbra. E tutti sono in sciopero della fame. A metà pomeriggio hanno anche minacciato di dar fuoco a materassi e coperte.

In mattinata, diverse delegazioni di parlamentari sono entrate a Ponte Galeria. Gianni Cuperlo, Pd, all'uscita dice sconvolto: «Sono luoghi che non dovrebbero esistere. Provo sconcerto e indignazione». Il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, è entrato insieme al senatore Luigi Manconi, che presiede la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Nieri dice, dopo aver incontrato 8 dei 10 maghrebini che protestano: «Sono determinati ad andare avanti. Ritengono intollerabile dover scontare questa detenzione così lunga».

Vera Lamonica, della segreteria nazionale della Cgil, è convinta che gli attuali centri d'accoglienza vadano chiusi. «Sono inefficaci rispetto all'obiettivo della identificazione ed espulsione e a costruire un vero sistema di accoglienza con strutture articolate e differenziate». Anche Sel chiede la chiusura dei Cie. Mentre il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni ricorda: «Solo un mese fa abbiamo sollevato il problema della fatiscenza del Cie, come la mancanza di riscaldamento nei moduli abitativi».

2 - CIE, CI TRATTANO COME ANIMALI
Mauro Favale per ‘La Repubblica'

«Come gli animali: in gabbia». Ahmed lo ripete due, tre volte per spiegare cosa significa vivere dentro un Cie. Lui a Ponte Galeria, periferia ovest di Roma, a due passi dall'aeroporto di Fiumicino, c'è arrivato tre mesi fa, spedito qui dal carcere di Lanciano dove ha scontato 4 anni per droga.

In questi giorni di tensioni e proteste si è fatto portavoce della situazione all'interno del centro: sabato in otto hanno deciso di cucirsi la bocca con ago e filo improvvisati. Ieri se n'erano aggiunti altri due: in totale sono in 10 ad avere le labbra serrate da uno o due punti.

Ci aveva pensato anche lui, Ahmed. Poi ha lasciato stare: «Ma non perché ho paura: lo farei pure io, sono pronto anche a bruciarmi i vestiti. Solo che adesso ho bisogno di avere la bocca libera. Devo parlare, voglio raccontare com'è qui». Intanto, lui e altri 50 hanno iniziato uno sciopero della fame.

Perché queste forme così estreme di protesta?
«Perché qui si sta peggio del carcere. Non è vita questa. C'è gente arrivata da Lampedusa che è già stata chiusa per 2 mesi nel Cie di Caltanissetta: non hanno fatto niente, non hanno compiuto nessun reato. La maggior parte di loro è scappata dalla miseria. Semplicemente non hanno i documenti. Non parlano nemmeno italiano e non capiscono perché devono restare ancora qui».

Ieri sono arrivati numerosi politici a Ponte Galeria: cosa avete chiesto?
«Di andare via: vogliamo essere liberi. Ma loro non possono prometterci nulla».

Quali sono le vostre condizioni di vita lì dentro?
«Viviamo quasi tutto il giorno nelle camerate: in alcune c'è la televisione, in altre no. I muri delle stanze sono scassati, il riscaldamento non funziona tanto bene. L'acqua una volta è calda e un'altra è fredda. Per non parlare di asciugamani e lenzuola».

Cos'hanno che non va?
«Sono di carta: lenzuola di carta, asciugamani di carta. Secondo quelli del centro dovrebbero durare anche tre giorni. Se qualcuno, quando entra, prova a portarsi qualcosa da fuori glielo fanno lasciare».

Avete una mensa?
«Sì, c'è una mensa ma alla fine molti di noi preferiscono portarsi da mangiare in stanza. Il cibo va bene, non è quello il problema. Ringraziando dio, ci basta un po' di pane e un po' d'acqua».

Come venite trattati?
«Dipende: i lavoratori della cooperativa che gestisce il centro ci trattano normalmente, non si comportano male. Ma spesso abbiamo a che fare con la polizia. E basta che facciamo qualcosa che a loro non piace per essere minacciati: "Ti portiamo via, ti portiamo in carcere", ci dicono. Ma qui è peggio del carcere e io lo posso dire perché ci sono passato».

Dove?
«A Lanciano. Mi hanno messo dentro per droga nel 2009. Ma ho scontato e ora sono qui».

Da quanto sei in Italia?
«Da 12 anni: ne compio 26 a marzo e la maggior parte della mia vita l'ho vissuta a Bologna».

Come stanno i ragazzi che si sono cuciti la bocca?
«Sono deboli, non mangiano da due giorni, hanno le labbra gonfie. Ma vogliono continuare. E noi con loro faremo lo sciopero della fame».

In quanti siete a farlo?
«Una cinquantina: ci sono tunisini, marocchini, georgiani, bosniaci. Solo i nigeriani non si sono uniti alla protesta».

Cosa vi dicono dal Cie sui tempi di permanenza?
«Niente, non ci dicono nulla. Io sono già stato tre volte davanti a un giudice di pace: vai lì, non ti chiedono spiegazioni, praticamente non ti fanno parlare, ti dicono che devi restare chiuso un altro mese, poi altri due mesi. Da quando sto qui nessuno è stato scarcerato».

Ma qualcuno è stato rimpatriato?
«Sì, ogni tanto arrivano, di solito la mattina verso le 4, e si prendono un paio di marocchini. Vengono una volta ogni dieci giorni ma io non capisco».

Cosa?
«Il consolato marocchino li ha già identificati tutti, ha dato il via libera al rimpatrio. E allora perché non li rimandano via tutti e 30 quanti sono quelli che stanno qui?».

Perché?
«Perché se vanno via tutti insieme qui non c'è più da lavorare. Rimane troppa poca gente: oggi siamo 90, 60 uomini e 30 donne. La verità è che ci tengono così a lungo qui perché così prendono i soldi dallo Stato».

Tu quando uscirai?
«Non lo so, non me l'hanno detto ».

Verrai rimpatriato?
«Così dicono ma io non voglio. Vivo qui dal 2001, a Bologna vive mio padre, ci sono tre miei fratelli. Cosa ci torno a fare in Tunisia? Sono stato già in carcere, ho pagato per quello che ho fatto: perché devo soffrire ancora?».

3 - "DORMO SU QUESTA BRANDINA PERCHÉ L'ITALIA NON PUÒ TACERE"
Articolo di Khalid Chaouki* pubblicato da "la Stampa"
*Deputato del Pd

Non avrei mai immaginato di passare una notte insieme ai tanti profughi in questo centro, che pure, negli ultimi anni, ho visitato altre volte. La decisione forte - lo ammetto - che ho preso volendomi rinchiudere qui dentro, è nata dopo aver visto il volto dei sopravvissuti alla tragedia del 3 ottobre. Sette giovani tra cui una ragazza, eritrei, salvi per miracolo e oggi ancora rinchiusi qui dentro.

Dopo aver salutato alcuni dei superstiti di quel tragico 3 ottobre, ho voluto conoscere «Khalid», nome di fantasia del giovane siriano che ha documentato le scene vergognose di qualche giorno fa rilanciate dal Tg2. Era pallido, seduto all'angolo di una piccola stanza. La prima cosa che mi ha detto è stata «Grazie per la tua visita». Mi ha fatto accomodare di fianco a lui. Siamo quasi coetanei e parliamo entrambi l'arabo. Era pallido perché da due giorni è in sciopero della fame.

«Non ce l'ho con gli operatori di questo centro. Ci hanno sempre trattato nel miglior modo possibile. Voglio solo uscire di qui perché non ce la facciamo più!». Khalid, insieme ai suoi compagni siriani, è trattenuto qui dal 3 novembre. In teoria sarebbero bloccati per testimoniare contro il trafficante messo sotto indagine. Ma a precisa mia richiesta di mostrare gli atti del magistrato, i funzionari non hanno saputo rispondere. Non ci sono atti formali qui a Lampedusa.

Si agisce in attesa di segnali da Roma. Oltretutto quello che tutti devono sapere è che qui, per legge, le persone possono rimanere per un massimo di 96 ore, non uno, due o addirittura tre mesi. Una situazione di totale illegalità. Così come teoricamente i profughi non potrebbero essere trattenuti. Questo non è un Cie - un Centro di identificazione ed espulsione - ma un Centro di soccorso e prima accoglienza.

Un luogo di prima assistenza e non un centro di reclusione come invece purtroppo sta capitando. Anche per questa inaccettabile confusione ho deciso di rimanere qui. Se nemmeno le forze dell'ordine hanno una risposta chiara, come possiamo rispondere ai profughi, che dopo mesi di viaggi massacranti si ritrovano in queste condizioni dove vige la sospensione del diritto.

Ora sono le nove di sera. Per questa mia prima notte alcuni profughi siriani si sono offerti di ospitarmi nella loro camerata. Tra di loro c'è anche Ahmed, un signore sulla cinquantina, che parlandomi della propria moglie e della figlia appena nata ancora in Siria sotto le bombe, mi ha confidato in lacrime di volerci tornare. Ha scelto la fuga con la speranza di aiutare la propria famiglia dall'Europa e magari ritornare poi in patria.

È disperato. Così come sono disperati tutti qui dentro. Anche i volontari. Vogliono raccontare anni di sacrifici e un duro lavoro che non vogliono vedere cancellato dalle brutte immagini di qualche giorno fa. Alla fine di questa prima giornata prego per queste nostre sorelle e fratelli. Eppure sarebbe così facile tendere una mano a queste persone. Giovani come me, con la sfortuna di essere nati altrove. La nostra Italia non può rimanere in silenzio.

 

 

 

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