valter mainetti

GIRO DI VALTER (MAINETTI) – ”UN EDITORE LIBERALE? PENSO DI SÌ, PURE TROPPO” – L'IMPRENDITORE, PROPRIETARIO DE "IL FOGLIO", SI RACCONTA: “SONO CRESCIUTO CON ALDO MORO. SONO STATO MOLTO MALE PER LA SUA MORTE. LO STATO AVREBBE DOVUTO TRATTARE CON I TERRORISTI. IL PCI, PURTROPPO, NON VOLLE SCENDERE A COMPROMESSI, E LA DC..." – LA SCUOLA DAI GESUITI, LA FINANZA IMMOBILIARE, I CONTENZIOSI CON ENASARCO, LA PASSIONE PER L’ARTE

Francesco Melchionda per https://www.lintellettualedissidente.it/

 

VALTER MAINETTI

Valter Mainetti è un imprenditore che ha costruito le sue fortune e sfortune in silenzio. A differenza di tanti uomini di potere, non ama apparire. È un saturnino, non cerca la ribalta a tutti i costi, tutt’altro, men che meno le copertine patinate.

 

Dalla sua roccaforte inespugnabile situata nel cuore capitolino, a poche decine di metri dall’altro simbolo romano, il Messaggero, il fondatore della Sorgente Group – holding attiva nei settori in editoria, immobiliare e finanza – racconta, in una galoppata verbale, secca e pragmatica, i tratti salienti della sua vita.

 

VALTER MAINETTI

E, superate da qualche anno le 70 primavere, la voglia di investire e rischiare non sembra essersi sopita, anzi. Cresciuto dai gesuiti e, successivamente, nella scuola più formativa e immanente di Aldo Moro, vero deus ex machina della sua gioventù, Valter Mainetti ha saputo muoversi con grande abilità nei gangli dello Stato e nella giungla romana e, osiamo dire, mondiale, visti i legami con gli Stati Uniti, sua seconda patria.

 

Fondamentali, oltreché dolorosi, sono stati gli anni Settanta.  Messe da parte le conoscenze universitarie nella Sapienza barricadera che fu, e dimenticati ben presto i vent’anni di un’esistenza dorata, ben più utili sono state l’aver appreso l’arte della diplomazia e della pazienza e dell’attesa. Alla Scuola morotea deve molto e, a distanza di decenni ormai, quei ricordi non si sono di certo affievoliti nella sua mente.

ALDO MORO

 

In un lustro, o giù di lì, di frequentazione assidua e proficua con il martire della Democrazia Cristiana, Mainetti, infatti, ha conosciuto e assorbito tutte le regole che servono per saper stare nei palcoscenici più importanti.

 

A differenza di tanti suoi coetanei, che stupidamente credevano al mito della rivoluzione a tutti i costi, magari in cachemire e con la villa ai Parioli, con i piedi ben piantati per terra, ha lavorato, piuttosto, a tessere relazioni e a sviluppare, sempre sottotraccia, l’esercizio del passo felpato. D’altronde – come la storia insegna – solo così si costruiscono imperi o, in misura minore, realtà imprenditoriali di un certo peso.                                                                                       

 

Professore, vorrei collocare l’inizio di questa nostra Confessione, partendo dagli anni della sua giovinezza. Chi erano i suoi genitori? In quale contesto è cresciuto?

valter mainetti

 

Mio padre, nato poco prima della Grande Guerra, era un imprenditore nel campo metalmeccanico; anche mia madre, di quasi dieci anni più giovane, era legata al mondo dell’imprenditoria; lei si trasferì quasi subito in America proprio perché mio nonno aveva grossi interessi economici negli States. Rientrò in Italia praticamente poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

 

I miei genitori si fidanzarono nel ’38, ma nel Quaranta, con l’ingresso dell’Italia nel conflitto bellico, diventarono “nemici”.  Inevitabilmente, la mia formazione, con due genitori così impegnati nel mondo imprenditoriale, non poteva che risentirne.

 

Quali sono stati i suoi studi, negli anni della sua vitalità?

Guardi che sono vitale anche ora! Detto ciò, essendo stato influenzato, come le ho già detto, dai miei genitori, e da mio padre in particolare, intrapresi la facoltà d’ingegneria, ma capii ben presto che non ero portato per quel tipo di studi, e scelsi, e con grande dispiacere soprattutto di mio padre, la facoltà di Scienze Politiche, che amavo molto, invece.

 

ALBERO DI NATALE SORGENTE GROUP PAOLA MAINETTI

A differenza di tanti romani, adusi alla confidenza non richiesta e ad un continuo embrassons-nous, lei sembra sempre così riservato, chiuso, poco sorridente. Da dove nasce questo suo atteggiamento così poco mediterraneo?

Forse dipende dal fatto di aver studiato dai gesuiti. Ma non penso, sa, di essere introverso, anzi. Sicuramente ho molto rispetto degli altri, e cerco di non risultare invadente, a differenza dei romani, abituati, magari, a prendersi un po’ troppo spazio. Questo mio atteggiamento, forse, può sembrare di chiusura.

 

La sua vita, nei nefasti anni Settanta, è stata segnata, forse in maniera indelebile, dall’aver conosciuto Aldo Moro. Ci racconti un po’ il suo primo incontro con lui… Chi, e cosa, l’ha messa in contatto con il politico pugliese?

aldo moro

Conobbi Aldo Moro nel febbraio del 1971; un giorno incontrai un amico, studente di Scienze Politiche, e mi disse che stava andando a seguire una lezione del Ministro degli Esteri (all’epoca Moro rivestiva quell’incarico).

 

L’incontro stuzzicava la mia curiosità. E da quel giorno nacque un bellissimo legame che durò fino a quando venne ucciso. Mi sembra doveroso dire che Moro fosse abituato ad avere rapporti molto umani con gli studenti. Si fermava spesso a parlare con noi nei corridoi alla fine delle lezioni e si dedicava moltissimo alla sua attività di professore, nonostante i suoi impegni.

 

L’arte del silenzio l’ha appresa da lui?

Beh, sì, indubbiamente; Moro era un docente in tutti i sensi, e non solo di Diritto e di Procedura penale: ci dava dei consigli, amava trasmettere degli insegnamenti di vita.

andreotti

Cosa non le piaceva di Moro?

Direi nulla; sicuramente il suo pensiero e i suoi discorsi erano molto articolati e complessi. Quindi, soprattutto agli inizi della nostra conoscenza, non era facile comprenderlo. Occorreva molta attenzione e concentrazione.

 

Aveste un rapporto anche extra universitario?

Sì, il nostro andava oltre la sfera accademica: le nostre frequentazioni erano soprattutto politiche.

È stato più determinante, nella sua formazione, suo padre o Moro?

Questo interrogativo me lo sono posto spesso. Diciamo entrambi, anche perché mio padre è stata una presenza molto importante negli anni della mia prima giovinezza. Moro, sicuramente, ha saputo completare, con il suo magistero e il suo esempio, il mio percorso di crescita.

 

Come ha vissuto il periodo della sua prigionia? Ha avuto paura?

Sono stato molto male in quei 55 giorni. Ci sono stati dei momenti in cui sembrava che le Br volessero usarci come postini per portare determinati messaggi alla Dc. La paura, non era tanto per noi, ma più che altro per il trattamento che avrebbero riservato al Presidente. Purtroppo, la paura, per come sono andate le cose, era più che fondata.

Anche lei pensava che lo Stato non dovesse trattare con le Br?

paola e valter mainetti foto di bacco (2)

Uno Stato democratico, governato da un partito cristiano, che mette sempre l’uomo al centro di ogni cosa, avrebbe dovuto trattare con i terroristi. Il Partito Comunista, purtroppo, non volle scendere a compromessi, anche per loro logiche interne, e la Democrazia Cristiana, in virtù del Compromesso storico da preservare, gli andò dietro. Solo Craxi e Fanfani si dimostrarono aperti ad una trattativa.

 

Dov’era quando si seppe del rapimento? Se lo ricorda?

Sì, me lo ricordo perfettamente. Stavo andando alle Acciaierie di Terni. Mi telefonarono sia dalla segreteria politica del partito che dalle Acciaierie, per comunicarmi quanto avvenuto. I sindacati, ricordo, invitarono gli operai a lasciare la fabbrica e a scendere in piazza.

 

Dopo la sua barbara morte, cosa ha pensato di fare? Si sentiva spaesato?

paola e valter mainetti foto di bacco (1)

Mi sentii male e, allo stesso tempo, sorpreso, anche perché sembrava che la trattativa tra lo Stato e le Br potesse portare alla liberazione di Moro.

 

Chi fu il politico che, secondo lei, osteggiò, all’interno della Dc, Moro?

Tutti dicevano Andreotti. Io non lo penso, anzi, tutte le volte che ne abbiamo discusso non faceva altro che parlare bene di Moro.

 

Che legami ha saputo intrecciare con il mondo esterno grazie anche all’attività intrapresa con Moro?

L’attività politica di quegli anni è stata, per me, molto formativa da un punto di vista mentale.

 

Dagli studi umanistico-giuridici all’attività immobiliare. Come ce lo spiega questo salto? Sembrano due mondi agli antipodi…

Non direi. Dopo aver fatto per diversi anni edilizia sociale, ho cominciato a lavorare in America proprio perché, grazie anche a mia madre, i legami con gli Stati Uniti non si erano mai interrotti. Non appena in Italia è stato possibile creare fondi di investimento immobiliare, che negli USA esistevano già da tempo sotto forma di REIT, ho intrapreso la strada della finanza immobiliare. Con il Gruppo abbiamo acquisito immobili iconici cercando di sposare questa attività, senza perdere di vista la passione per l’arte, e per l’architettura in particolar modo.

valter mainetti la moglie paola e il figlio gabriele foto di bacco

 

Pensa di esserci riuscito?

Direi di sì, anche perché attraverso l’azienda abbiamo potuto finanziare una Fondazione; questo connubio ci ha permesso di valorizzare l’architettura – anch’essa Arte – e le opere.

 

Quali sono state le sue più grandi delusioni in ambito immobiliare?

Ne ho avute tante, di delusioni.

 

Ce ne dica tre, le più  simboliche?

La vendita – direi obbligata per via di una proposta esageratamente alta di un fondo arabo – del Chrysler Building; il rapporto con Enasarco, che ha portato ad incomprensioni e contenziosi legali tuttora in corso e che, spero, vengano risolti.

valter mainetti la moglie paola e cleto munari foto di bacco

E il terzo?

Il terzo è il commissariamento della SGR, legato, come mi dicono gli avvocati, ai contenziosi con Enasarco. Ed è un dispiacere molto grande.

 

In una Paese così ambiguo, losco, avido, furbo, non ha paura di fare affari, stringere continuamente mani?

In tutta onestà, non ho mai avuto problemi, economici e sociali, a fare affari nel nostro Paese, tutt’altro. L’Italia è come una nave che va per traverso ma, avendo motori molto potenti, alla fine riesce a stare sempre al passo con navi molto più potenti.

 

Giulio Anselmi ha detto che gli imprenditori, quando entrano nell’editoria, non è di certo per amore della libertà. Da dove nasce il suo interesse per la carta stampata?

Attraverso la Fondazione abbiamo finanziato la pubblicazione di libri d’arte. E Il Foglio, che è un giornale molto particolare, ci ha permesso di ampliare questo progetto. Diciamo che l’acquisizione del giornale è nata grazie anche a delle chiacchierate avute con Giuliano Ferrara. E, quando si è prospettata la possibilità di acquistarlo, non mi sono tirato indietro.

CLAUDIO CERASA E GIULIANO FERRARA

 

Pensa di essere un editore liberale?

Penso proprio di sì, pure troppo…

 

Se i suoi giornalisti facessero delle serie inchieste sul suo Gruppo, e trovassero delle cose poco trasparenti, lei come reagirebbe?

Le nostre società sono super controllate e vigilate, mi sembra difficile…

 

Qualora dovessero farle le pulci?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

 

Pensa che un giornale come Il Foglio incida nel dibattito pubblico?

Penso di sì. È un giornale che si rivolge ad una cerchia intellettuale importante del nostro Paese; è fatto bene, curato, ben diretto da Cerasa e sempre ispirato dal suo fondatore, Ferrara.

C’è un giornalista che porterebbe subito al Foglio?

Non lo voglio dire

 

Quali sono le condizioni dell’editoria quotidiana?

valter e paola mainetti cleto munari marisela federici foto di bacco

Molto difficili direi.

Perché?

Perché i giornali non vengono letti dai giovani.

Non sono d’accordo. I giornali italiani non sono letti perché sempre, o quasi, sono fatti male e noiosi.

Non penso. È un fenomeno diffusissimo anche all’estero.

 

Per lei, è stata più una perdita di quattrini o di guadagno?

Siamo stati bravi e fortunati: il Foglio è in utile.

 

Balzac sosteneva che dietro un grande patrimonio, ci sia sempre un crimine commesso. Pensa anche lei che sia impossibile diventare miliardari e restare con le mani immacolate?

Probabilmente accadeva negli anni di Balzac, o agli inizi del primo Novecento, quando gli affari e la speculazione, senza controlli, s’ingrossavano a vista d’occhio. Oggi, onestamente, penso sia molto difficile che ciò possa accadere.

 

paola e valter mainetti foto di bacco

Nella sua vita, quali sono stati i suoi grandi tormenti?

Più che tormenti, dolori, tanti; le morti dei miei genitori, e del presidente Moro.

 

Che ha rapporto ha con il denaro?

Un po’ distaccato, e me lo rimproverano, perché nel mondo degli affari avere un rapporto stretto con il denaro rappresenta un po’ il metro.

 

Le piace maneggiare ed esercitare il potere?

Assolutamente sì

 

Cosa le provoca?

Il potere del denaro dà molte possibilità sia come soddisfazione personale sia per il fatto di veder concretizzate delle idee di lavoro altrimenti impensabili e irrealizzabili. Il potere, se usato con intelligenza, può fare solo bene

 

paola e valter mainetti foto di bacco

Spesso il potere porta, con sé, molta solitudine. L’avverte questo tipo di sensazione, il peso delle decisioni da prendere? Il sapere che tante persone dipendono da lei, dal suo equilibrio, dal suo buon umore…

In realtà non mi sento solo: sono riuscito, nonostante gli impegni lavorativi, a costruire una bella famiglia, grazie al supporto costante di mia moglie Paola. Anche in azienda ho tanti collaboratori sinceri e fedeli e sapere che il lavoro di molte persone dipende dalle mie scelte e dalla mia volontà è solo fonte di coraggio e di entusiasmo

 

Amando il potere, come lo esercita, in maniera autocratica o democratica?

Essendo stato l’allievo di un maestro di democrazia, un martire della democrazia, come appunto Aldo Moro, cerco di esercitarlo sempre in maniera democratica.

 

valter mainetti con la moglie paola foto di bacco

Dove nasce il suo amore o interesse per l’arte? È un modo per manifestare grandezza, megalomania?

Il mio amore per l’arte da un lato nasce perché mio padre era un importante collezionista; dall’altro, lavorando molto in America, è consuetudine che chi fa impresa investa parte del proprio patrimonio nell’arte.

 

Di quale opera va più fiero?

È la testa di Marcello, nipote di Augusto.

 

Quanto la pagò?

Quattrocentomila euro

Lei lavora tutti i giorni, con la sua borsa sembra non fermarsi mai. Trova il tempo per sé stesso?

Sì, la notte. Leggo molto di storia e “navigo”.

 

Quante ore dorme la notte?

Quattro-cinque ore al massimo.

 

VALTER MAINETTI TESTA DI MARCELLO

I pensieri l’attanagliano?

Non saprei dirle, in realtà. Forse è anche l’età che procura insonnia.

Crede in Dio?

Essendo stato a scuola dai gesuiti, mi è impossibile non credere in Dio.

paola e valter mainetti foto di bacco (1)valter mainetti foto di baccopaola e valter mainetti foto di bacco (2)paola e valter mainettiANNA MAGNANI IN LARGO FEDERICO FELLINI SORGENTE GROUPSorgente Sein valter mainetti con la moglie paola foto di baccosorgente group via del tritonevalter mainetti

 

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