giangiacomo feltrinelli

“A FELTRINE', DACCE LI SORDI” – UN LIBRO RICOSTRUISCE VITA E OSSESSIONI RIVOLUZIONARIE DI GIANGIACOMO FELTRINELLI. L'ANSIA DI VOLER ESSERE PRESO SUL SERIO, L'AMARA SENSAZIONE DI RESTARE “UNA VACCA DA MUNGERE”, QUELLO CHE HA I SOLDI E CHE A DARE I SOLDI DOVREBBE LIMITARSI – IL SOGNO DI UN MOVIMENTO SEPARATISTA IN SICILIA E DI FARE DELLA SARDEGNA LA CUBA DEL MEDITERRANEO, CON ANNESSO BOMBARDAMENTO DI PORTO CERVO – IL MISTERO SULLA SUA FINE E QUANDO SPIEGO’ AI BR CURCIO E A FRANCESCHINI "LO ZAINETTO DEL RIVOLUZIONARIO"..

Stenio Solinas per “il Giornale”

 

GIANGIACOMO FELTRINELLI

Quattro flash. Nel primo Carlo Feltrinelli spiega a Curcio e a Franceschini, ovvero alle Brigate rosse, lo «zainetto del rivoluzionario». Va tenuto sempre pronto: «L'esperienza della guerriglia in America latina e gli insegnamenti di che Guevara lo indicano come indispensabile».

 

Deve contenere documenti, soldi, vestiti di ricambio, il necessario insomma per la latitanza cittadina. E anche «un pacchetto di sale e dei sigari» conclude. Perplessi i due bierre chiedono chiarimenti su quest' ultimo punto. «Il sale in America latina è un bene prezioso» è la replica.

 

GIANGIACOMO FELTRINELLI SIBILLA MELEGA

Sì, ma loro sono a Milano è la controreplica, «e il sale si trova ovunque». È una tradizione, controbatte Feltrinelli, e le tradizioni, si sa, vanno rispettate... E i sigari, allora, perché i sigari? «Perché Che Guevara diceva che il miglior amico del guerrigliero nelle ore di solitudine è il sigaro: anche questa è una tradizione e va rispettata». È il 1971, gli appuntamenti sono di regola fissati ai giardini di Piazza Castello, e da lì si va poi in uno dei tanti appartamenti più o meno segreti dell'editore, il cui nome di battaglia è «Fabrizio». Il secondo flash è del maggio 1968, tre anni prima dunque.

 

Feltrinelli è reduce da una marcia per il Vietnam a Berlino: ha sfilato con i manifestanti a fianco della sua compagna Sibilla Melega, è stato riconosciuto, è stato applaudito. Adesso vorrebbe dire la sua nella tumultuosa assemblea -corteo che alla facoltà di Architettura di Roma fa il punto sugli scontri del marzo precedente. Prende la parola, ma parte la contestazione.

GIANGIACOMO FELTRINELLI fidel castro

 

«A Feltrine', dacce li sordi» è il grido di battaglia che lo sommerge, frutto dello spontaneismo interessato dei militanti del periodico La Sinistra, a cui l'editore ha tagliato di colpo i finanziamenti. Il terzo flash è del febbraio '70. Feltrinelli è espatriato due mesi prima, ma due mesi dopo la magistratura ha provveduto a revocare ogni provvedimento restrittivo nei suoi confronti.

 

Può, insomma, andare e venire come vuole, non è un ricercato, non è considerato un pericolo, non lo si vede come un guerrigliero. Così però si vede lui, perennemente travestito, che sia in casa a Milano o nella baita in Carinzia, e autoconvinto di nascondersi nella boscaglia. L'ultimo flash è del marzo 1972, quando il cadavere dilaniato di quello che adesso si fa chiamare «il compagno Osvaldo» viene ritrovato ai piedi di un traliccio a Segrate.

 

ALDO GRANDI COVER

È in un titolo, o forse in un articolo, di un giornale di estrema destra, icastico e senza pietà, e però veritiero: «Il più grande boom dell'editoria», c'è scritto. Messi in fila e riuniti insieme, questi quattro segmenti rimangono come punti fermi e segni distintivi di una vita di cui Aldo Grandi da ora conto, a cinquant' anni di distanza, con certosina pazienza nel suo Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli (Chiarelettere, pagg. 234, euro 18).

 

Raccontano un'illusione e un fraintendimento, uno scollamento dalla realtà e una sottovalutazione, l'ansia di voler essere preso sul serio, l'amara sensazione di restare sempre e comunque «una vacca da mungere», quello che ha i soldi, in parole povere, e che a dare i soldi dovrebbe limitarsi.

 

La rivoluzione, quando e se ci sarà, non è compito suo, ma delle mille sigle politico-ideologiche che in quella fine anni Sessanta hanno preso a impazzare, dei mille leader che della rivoluzione hanno fatto una professione e insieme un gioco, rischioso magri, ma fino a un certo punto, contro lo Stato, ma nel confortevole clima intellettuale che quell'essere contro benedice e l'essere pro addita al pubblico ludibrio: repressione, strategia della tensione, golpe in agguato e istituzioni corrotte... Da un lato, in fondo, ci sono sempre e comunque dei «compagni che sbagliano», ma che, sempre e comunque, appunto, sono «compagni», dall'altro c'è il moloch dello Stato fascista, quello che non si cambia, quello che va abbattuto...

MELEGA FELTRINELLI

 

È, lo si capirà nel tempo, una gigantesca tragicommedia degli equivoci, ma è il tempo quello che a Feltrinelli manca: lui sogna prima un movimento separatista in Sicilia, poi la Sardegna come la Cuba del Mediterraneo, con annesso bombardamento di Porto Cervo, infine un esercito rivoluzionario che non esiste nella pratica, ma che nella teoria ha tutto dentro la sua testa e di cui, naturalmente, è il comandante in capo.

 

Quando passerà all'azione diretta, lo farà in fondo per dimostrare che, sotto il profilo operativo, il comandante in capo dà l'esempio, è in prima linea, sceglie l'obiettivo da colpire, un obiettivo che nella sua immaginazione precipiterebbe l'Italia nel buio, così come nel 1965, a New York, l'improvviso black out della corrente aveva lasciato senza elettricità circa 30 milioni di americani del Nord-Est del Paese. Milano però non è New York e la manualità di Feltrinelli è talmente impacciata da avere difficoltà a piantare un chiodo nel muro per appendervi un quadro...

arresto curcio franceschini archivio alberto coppo

 

Come e perché Feltrinelli fosse vittima, è il caso di dirlo, della sua ossessione rivoluzionaria, Grandi cerca di spiegarlo riandando alla sua infanzia solitaria e infelice, alle frustrazioni familiari, al cattivo rapporto con la madre e con il patrigno, Luigi Barzini, jr., al conflitto fra il suo essere un privilegiato, un miliardario e quindi un capitalista, e il suo voler essere dalla parte degli sfruttati, tutte cose pertinenti, ma è dallo stesso Feltrinelli, quello più intimo, quello più sofferto, che viene fuori come di quella ossessione egli fosse perfettamente consapevole, in grado cioè di esaminarla razionalmente, di comprenderne l'assurdità.

 

gian giacomo feltrinelli a una manifestazione

È tutto messo nero su bianco nelle lettere inviate alla sua compagna Sibilla Melega nel settembre del 1968, lì dove ammette che il suo «misticismo della montagna» non era «che un tentativo di fuga», un tentativo «di risolvere in una certa maniera certe mie interne contraddizioni». «Le esaltazioni mistiche - aggiunge - fanno perdere il senso della realtà» e, aggiunge ancora, «forse, finalmente sto diventando un uomo che non sfugge da se stesso (...). Per migliorare o modificare il mondo dobbiamo anzitutto trovare una serenità e tranquillità interna, una sicurezza che ci permette di meglio usare i mezzi e gli strumenti a nostra disposizione, a operare con più intelligenza ed efficacia, senza mai rinnegare la realtà, senza ricorrere a mitici "olocausti" o suicidi».

 

Ciò che allora razionalmente Feltrinelli è ancora in grado di analizzare, nel biennio successivo cede però il passo a una nuova forma di ossessione che sostituisce e in fondo sublima quella da lui così ben diagnosticata. È l'ossessione del golpe, la controrivoluzione in atto che minaccia ogni forma di speranza e quindi giustifica, in quanto autodifesa, «il misticismo della montagna».

 

GIAN GIACOMO FELTRINELLI ALLA GUIDA DELLA SUA CITROEN DS

Grandi riporta in proposito le considerazioni del giudice Guido Viola, il magistrato incaricato di indagare sulla sua tragica fine. Secondo quest' ultimo, «l'idea di un colpo di Stato di destra non era peregrina o fantapolitica», né «priva di un certo contenuto di serietà e fondatezza». Lo stesso Grandi, a proposito del cosiddetto Golpe Borghese osserva che «si cercò di far passare il tutto come una commedia all'italiana, ma così non era stato. Si era trattato effettivamente di un piano eversivo». Sull'esistenza di quest' ultimo, non c'è da dubitare, il che però non dice nulla sulla sua reale efficacia.

 

giangiacomo feltrinelli

Fatto sta che «i centri del potere nella capitale» non vennero occupati, se non, di notte e per un paio d'ore, il ministero degli Interni, «l'appoggio di unità militari e soggetti più o meno disparati e disperati», ovvero guardie forestali e estremisti di destra, fa capire quanto velleitarismo ci fosse dietro.

 

Come che sia, quando Feltrinelli muore è, singolarmente, come nota ancora Grandi, «il momento in cui la lotta armata arriva al suo punto di non ritorno. In quello stesso mese di marzo le Bierre compiono il loro primo sequestro, il dirigente della Sit Siemens Idalgo Macchiarini, Milano viene messa a ferro e fuoco dagli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Il tappo è saltato e l'insurrezione sembra imminente». L'ultimo oltraggio a quel corpo ritrovato mutilato e senza più vita ai piedi di un traliccio glielo daranno i compagni chic della Milano parolaia e firmaiola. «È stato assassinato» scriveranno, ammazzandolo così una seconda volta.

Inge e Giangiacomo FeltrinelliGiangiacomo FeltrinelliGiangiacomo Feltrinelli and Sibilla Melega CURCIO MORETTI FRANCESCHINIgiangiacomo feltrinelliGiangiacomo Feltrinelli con Inge e Carlo

Ultimi Dagoreport

monte dei paschi di siena luigi lovaglio francesco gaetano caltagirone fabrizio palermo corrado passera francesco milleri

DAGOREPORT - MPS, LA PARTITA È PIÙ APERTA CHE MAI - A MILANO SUSSURRANO UN’IPOTESI CHE AI PIÙ PARE PIUTTOSTO AZZARDATA: UN IMBUFALITO LOVAGLIO STAREBBE LAVORANDO PER PRESENTARE UNA SUA LISTA - I FONDI NON APPREZZEREBBERO POI L’ECCESSIVA “IMPRONTA” DI CALTAGIRONE SU FABRIZIO PALERMO, CHE POTREBBE ESSERE SUPERATO DA VIVALDI COME AD - NEMMENO LA CONFERMA DI MAIONE È COSÌ SCONTATA. E SI RAFFORZA L’IPOTESI, CALDEGGIATA DA MILLERI, DI CORRADO PASSERA COME PRESIDENTE - LOVAGLIO MOLTO INCAZZATO ANCHE CON GIORGETTI…

lovaglio meloni maione caltagirone mps mediobanca caltagirone

DAGOREPORT – POVERO LOVAGLIO, USATO E GETTATO VIA COME UN KLEENEX USATO. CHE FARÀ ORA L’AD DI MPS, (GIUSTAMENTE) FUORI DI SÉ DALLA RABBIA DOPO ESSERE STATO ESCLUSO DALLA LISTA PER IL VERTICE DEL “MONTE”, NONOSTANTE ABBIA PORTATO A TERMINE CON SUCCESSO IL RISANAMENTO DI MPS E IL RISIKO MEDIOBANCA ED OGGI SCARICATO A MO’ DI CAPRONE ESPIATORIO? IL “LOVAGLIO SCARICATO” È IMBUFALITO IN PRIMIS CON CALTAGIRONE, CHE GLI PREFERIREBBE COME CEO FABRIZIO PALERMO, MA ANCHE CON GLI “ANTIPATIZZANTI” SENESI ALLA SUA RICONFERMA: NICOLA MAIONE, PRESIDENTE DI MPS, E DOMENICO LOMBARDI, PRESIDENTE DEL COMITATO NOMINE – È UNA MOSSA INEVITABILE (AGLI ATTI DELLA PROCURA C'È L'INTERCETTAZIONE BOMBA CON "CALTA" IN CUI SI DANNO DI GOMITO: "MA LEI È IL GRANDE COMANDANTE?"; "IL VERO INGEGNERE È STATO LEI"), MA RISCHIOSISSIMA: COSA USCIRÀ DALLA BOCCUCCIA DI UN INCAZZATISSIMO LOVAGLIO QUANDO SI RITROVERÀ SOTTO TORCHIO DA PARTE DEI PM DELLA PROCURA DI MILANO CHE INDAGANO SUL “CONCERTONE”? AH, SAPERLO….

crosetto meloni mantovano mattarella caravelli

DAGOREPORT - SUL CAOS DEL VIAGGIO DI CROSETTO A DUBAI, SOLO TRE QUESTIONI SONO CERTE: LA PRIMA È CHE NON SI DIMETTERÀ DA MINISTRO, PENA LA CADUTA DEL GOVERNO (CROSETTO HA INCASSATO ANCHE LA SOLIDARIETÀ DI MATTARELLA, CHE OGGI L’HA RICEVUTO AL QUIRINALE) – LA SECONDA È LA GRAVE IDIOSINCRASIA DELLO “SHREK” DI CUNEO PER LA SCORTA: COME A DUBAI, ANCHE QUANDO È A ROMA VA SPESSO IN GIRO DA SOLO. LA TERZA, LA PIÙ “SENSIBILE”, RIGUARDA LA NOSTRA INTELLIGENCE: GLI 007 DELL’AISE, INVECE DI TRASTULLARSI CON GLI SPYWARE E ASPETTARE DI ESSERE AVVISATI DA CIA E MOSSAD, AVREBBERO DOVUTO AVVERTIRE CROSETTO, E GLI ALTRI TURISTI ITALIANI NEGLI EMIRATI, CONSIGLIANDO DI NON SVACANZARE TRA I GRATTACIELI DI DUBAI. E INVECE NISBA: SUL SITO DELLA FARNESINA, NON ERANO SEGNALATI RISCHI...

giorgia meloni trump iran

DAGOREPORT – GLI ITALIANI NON SOPPORTANO PIÙ IL BULLISMO DI TRUMP E SONO TERRORIZZATI DALLE POSSIBILI RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA NEL GOLFO, TRA AUMENTO DELL’ENERGIA E L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO. QUESTA INSOFFERENZA PUÒ FARE MALE A GIORGIA MELONI, CHE DI TRUMP È LA CHEERLEADER NUMERO UNO IN EUROPA, GIÀ CON IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DI FINE MARZO – LA DUCETTA SOGNAVA UNA CAMPAGNA ELETTORALE NON POLITICIZZATA, MA NORDIO E MANTOVANO HANNO SBRACATO TRA “MERCATO DELLE VACCHE”, “SISTEMA PARA-MAFIOSO”, “CATTOLICI CHE VOTANO SÌ”. ORA È COSTRETTA A METTERCI LA FACCIA, MA CON MODERAZIONE: UN SOLO COMIZIO, IL 12 MARZO, AL TEATRO PARENTI DI MILANO…