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MA COM’È GENEROSO L’INPGI - DAL 1995 A OGGI L’ENTE PREVIDENZIALE DEI GIORNALISTI, HA REGALATO AGLI EDITORI ITALIANI QUALCOSA COME 900 MILIONI DI EURO! I VERTICI DELLA CASSA HANNO FATTO PAGARE ALIQUOTRE CONTRIBUTIVE DI CIRCA 4 PUNTI PERCENTUALI IN MENO RISPETTO AL REGIME DELL’INPS – L’ISTITUTO HA UN BUCO DI 200 MILIONI E A NULLA SERVIRÀ LA MANOVRICCHIA VARATA PER EVITARE IL COMMISSARIAMENTO. CHE COME AL SOLITO AVVANTAGGIA DIPENDENTI E SOPRATTUTTO PENSIONATI A DANNO DEI PRECARI - COME SE NON BASTASSE, È STATA APPROVATA ANCHE UN’OPERAZIONE IMMOBILIARE CHE…

Fiorina Capozzi e Fabio Pavesi per www.ilfattoquotidiano.it

 

inpgi

Contributi con aliquote ridotte rispetto a quelle dell’Inps (con un risparmio per gli editori da 900 milioni), mancate riscossioni per 270 milioni e 170 milioni di crediti contributivi persi nel nulla. I mali dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti privatizzato dal ’95, vengono da lontano.

 

E mentre gli editori ringraziano per anni di regali e chiedono nuovi prepensionamenti, i collaboratori e i liberi professionisti della gestione separata rischiano di essere espropriati di parte del patrimonio dell’Inpgi2. Senza peraltro riuscire a mutare le sorti dell’Istituto, il cui consiglio di amministrazione ha appena varato a maggioranza una manovra da poche decine di milioni per evitare il commissariamento.

 

Marina Macelloni

Come se non bastasse lo stesso consiglio ha anche approvato la realizzazione di un’operazione immobiliare, che modifica il patrimonio dei lavoratori più precari a vantaggio dei giornalisti contrattualizzati e dei pensionati.

 

Così sostiene un’interrogazione parlamentare dello scorso 17 giugno 2021 che parla dell’ “ennesima manovra non risolutiva, che rischia di compromettere anche le casse in salute dell’Inpgi 2, operazione che dovrebbe realizzarsi con il passaggio di immobili dal fondo “Giovanni Amendola” a un fondo separato e trasformato in SICAF”.

INPGI

 

Ma di che cosa si tratta esattamente? Per comprendere la storia bisogna fare un passo indietro. “Per tamponare le perdite, a partire dal 2013, l’Inpgi ha progressivamente trasferito la proprietà degli immobili al fondo immobiliare “Giovanni Amendola”, di cui l’Inpgi è l’unico azionista – chiarisce lo stesso documento – Si è deciso di mettere in atto una rivalutazione del patrimonio immobiliare, un escamotage per usare le plusvalenze, fittizie, per coprire le perdite della gestione previdenziale. In parallelo è cominciata la vendita dello stesso patrimonio immobiliare, finalizzata a coprire un disavanzo (…). Non sempre la gestione di questi è stata trasparente e vantaggiosa per l’Inpgi”.

INPGI 2

 

Fin qui il passato recente. Ora che la crisi si è acuita, il consiglio dell’ente previdenziale ha deciso di trasferire alcuni immobili del fondo Amendola a quello ex Hines trasformato in Società di investimento a capitale fisso. L’Inpgi2 dovrebbe quindi acquistare una quota (51%) di questo veicolo e provvedere poi anche ad effettuare investimenti per riqualificare il patrimonio immobiliare, rendendolo più appetibile alla vendita.

 

All’Inpgi 1 resterebbe il 49% della SICAF. Il punto dolente è l’esborso chiesto all’Inpgi2 per acquistare la maggioranza della società. Una cifra che sarà definita da una perizia indipendente sugli immobili confluiti nella SICAF. Il problema è il valore attribuito agli immobili: se dovesse risultare inferiore a quello di costituzione del fondo Amendola, richiederebbe una svalutazione che provocherebbe non pochi problemi all’Inpgi1, che già naviga in brutte acque a differenza dell’Inpgi2.

MARINA MACELLONI

 

Inoltre non si capisce per quale ragione la cassa dei professionisti e dei collaboratori non possa investire in attività diverse che non siano già di proprietà dell’Inpgi1 che peraltro le ha anche già messe in vendita senza successo.

 

 “In pratica, i soldi dei giornalisti collaboratori andrebbero a “finanziare” le esigenze di cassa della gestione dei giornalisti dipendenti – riprende l’interrogazione – (…) In questo modo, sostengono i fautori della proposta, si metterebbe “a fattor comune” le risorse delle due gestioni (immobili di pregio e liquidità) per la valorizzazione e la massimizzazione dei risultati ottenibili. Tutto questo, appunto, “attraverso ‘un patto’ tra le due Gestioni”, che non è detto sia ben visto da collaboratori e liberi professionisti.

INPGI 4

 

Si tratta in sintesi di una toppa che rischia di essere peggiore del buco. Con di fatto l’utilizzo del patrimonio positivo di Inpgi2 a salvaguardare i bilanci scassati di Inpgi1.Peraltro in un contesto in cui ancora gli editori reclamano nuovi prepensionamenti. Anche a dispetto del fatto che per decenni hanno goduto di un trattamento di maggior favore rispetto alla generalità dei lavoratori dipendenti iscritti all’Inps. Un grande regalo, che cumulato nel tempo, ha fatto risparmiare agli editori italiani qualcosa come 900 milioni di euro che non sono entrati nelle casse dell’istituto.

 

I vertici della cassa dei giornalisti (l’unico ente privatizzato tra le casse professionali che assicura lavoratori dipendenti) hanno fatto pagare aliquote contributive per le pensioni di circa 4 punti percentuali in meno rispetto al regime previdenziale dell’Inps.

 

quotidiani

E questo è durato dalla privatizzazione fino al 2012 quando i primi scricchioli sulla tenuta dei conti si palesavano, solo allora è stato deciso di allineare la contribuzione degli editori a quella del sistema Inps. Quei 4 punti percentuali di fatto regalati ai datori di lavoro valevano ogni anno la bellezza di circa 50 milioni di euro. Calcolati su un imponibile previdenziale delle retribuzioni dei giornalisti dipendenti che è passato da 1,5 miliardi degli anni d’oro a poco più di 1 miliardo post-crisi.

 

Un peccato originale grave che segnala la miopia di chi ha gestito l’Inpgi fin dalla privatizzazione e che ha fatto mancare all’istituto di risorse fondamentali. Oggi quei denari, se fossero stati incassati, come avvenuto per la totalità dei lavoratori dipendenti iscritti all’Inps, servirebbero eccome a rimandare il crac patrimoniale dell’ente di previdenza dei giornalisti.

INPGI

 

Ma oltre al “regalo” della contribuzione di favore agli editori, gli stessi hanno finito, non di rado, anche per non versare quanto dovuto. Nel bilancio dell’Inpgi c’è un monte contributi non riscossi dai datori di lavoro che supera i 270 milioni di euro. Un livello che si trascina inalterato da anni. Già nel 2011 il monte contributi evasi o meglio in sofferenza era di 274 milioni di euro.

 

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Come si vede da allora nulla è successo. L’ente si trascina da un decennio una montagna di contributi non pagati senza fare quasi alcunché. I tassi di recupero, come rileva ogni anno la Corte dei Conti, sono risibili. Pochi milioni l’anno. E così ogni anno l’ente deve svalutare i crediti in sofferenza di decine di milioni.

 

Nel bilancio dell’Inpgi c’è tuttora un fondo svalutazione di un centinaio di milioni. Una cinquantina di milioni sono incassi che maturano l’anno successivo e un’altra cinquantina sono di aziende nel frattempo fallite. Restano però circa 170 milioni di crediti contributivi persi per strada che oggi servirebbero come oro per i bilanci scassati dell’istituto che ha un saldo negativo sulla sola gestione previdenziale di 200 milioni.

 

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L’altro grande “regalo” l’Inpgi, che soffre anche la crisi dell’editoria e la fuoriuscita massiccia di giornalisti dipendenti dal lavoro oltre all’aumento vertiginoso delle nuove pensioni, l’ha fatto proprio ai giornalisti. Per decenni, fino alle ultime riforme recenti che hanno allineato le aliquote di contribuzione e di rendimento all’Inps, l’aliquota di rendimento è stata del 2,66% su ogni anno di lavoro, contro al 2% in vigore all’Inps.

 

MARINA MACELLONI

Vuol dire, se guardato in retrospettiva, che la pensione dei giornalisti era più remunerativa del 30% rispetto alla previdenza pubblica. Pensioni più ricche per decenni, tanto che l’Inpgi tra tutte le casse privatizzate vantava il rapporto più alto tra retribuzione media e pensione media. Contribuzione degli editori basse e rendimenti più elevati delle pensioni hanno tenuto finché l’editoria tirava.

A partire dal 2010-2011 quando la crisi ha iniziato a mordere, tutti i nodi sono venuti al pettine in un colpo solo. La grave crisi dell’editoria ha solo dato il colpo di grazia a un equilibrio dei conti precario, in cui la forbice tra entrate e uscite era di fatto già sbilanciata.

 

Ora, dopo le due riforme fatte nel 2011 e nel 2017 che non hanno di fatto arginato il buco nei conti, l’Inpgi, insiste per portare nel suo alveo i cosiddetti comunicatori, allargando così la base contributiva, si affida insomma all’ennesima “riformicchia”. A regime consentirà un risparmio nel saldo entrate/uscite di appena 20 milioni.

 

INPGI

Ovvero solo il 10% del buco previdenziale. Una soluzione che peraltro viene è rigettata al mittente dagli stessi comunicatori che dovrebbero abbandonare la previdenza pubblica per quella “privata” con tutti i rischi che comporta. Tanto più che ormai le aliquote di rendimento sono allineate a quelle dell’Inps.

 

L’unica soluzione realistica sarebbe quella di ammettere che l’istituto autonomo non ha più da tempo sostenibilità finanziaria e, come è stato per altri enti privatizzati, rientrare nell’alveo pubblico. Ipotesi contro cui si scagliano con veemenza i vertici dell’istituto e il sindacato che gridano all’attentato alla libertà di informazione e all’indipendenza dei giornalisti. Cosa abbia a che fare la buona stampa libera con i flussi di cassa delle pensioni è difficile da comprendere.

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