the makanai- cooking for the maiko house

SERIE DA PRENDERE SUL SERIO – PER FARSI NOTARE NEL MARE MAGNUM DI PRODOTTI SULLE PIATTAFORME, L’UNICA STRATEGIA È TROVARE UNA STORIA DIVERSA. È QUELLO CHE FA “THE MAKANAI: COOKING FOR THE MAIKO HOUSE”, CHE RACCONTA LA VITA DI UNA “MAKANAI”, LA CUOCA DELLA CASA IN CUI ABITANO LE GEISHE, DI CUI FINISCE PER DIVENTARE UNA SPECIE DI CONFIDENTE – SENZA QUELLA RETORICA QUALUNQUISTA E SUPERFICIALE CHE VUOLE SPACCIARE LE TRADIZIONI PER REGOLE GIUSTE E SACROSANTE - VIDEO

 

 

Gianmaria Tammaro per Dagospia

 

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A un certo punto le idee, come le buone storie, finiscono; non basta più avere quell’attore o quell’attrice per avere successo. E il genere può essere tanto un aiuto come un vicolo cieco. La verità è che ci sono troppe serie tv e per farsi notare – di più: per farsi guardare – è importante riuscire a trovare qualcosa di nuovo. O almeno, ecco, qualcosa di diverso.

 

“The Makanai: Cooking for the Maiko House”, in questo senso, è perfetta. Prima di tutto: si ispira a un manga di successo, scritto e disegnato da Aiko Koyama. Poi alla regia e alla scrittura c’è Hirokazu Kore-eda, uno che, negli anni, ha capito non solo come fare per mettere splendidamente in scena i suoi film, ma pure per creare un contatto verace, profondo, con il proprio pubblico. Una miscela di sentimenti e desideri. Infine c’è la storia. Che, lo ripetiamo, non è la solita storia.

 

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Da una parte ci sono le aspiranti geishe, e la loro vita e i loro problemi e tutto quello che devono sopportare e superare; e dall’altra c’è la makanai, la cuoca della casa in cui abitano, che finisce per diventare una specie di confidente: mentre è ai fornelli, o mentre sta tagliando le verdure, le vengono confessati segreti e rimpianti; e lei non può fare altro che ascoltare, annuire, e offrire un assaggio di quello che bolle in pentola (“ha il sapore dei ricordi”, le dice la Madre, la maestra delle geishe, “ma per dirti quali ricordi ho bisogno di mangiarne ancora un po’”). E così, nel giro di nove episodi, impariamo a conoscere Kyoto, le sue strade e un gruppo di donne uniche.

 

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Non c’è, ed è una fortuna, quella retorica qualunquista e superficiale che vuole spacciare le tradizioni per regole giuste e sacrosante, da rispettare sempre e comunque; nella narrazione c’è abbastanza onestà da ammettere candidamente che essere una geisha e vivere secondo un codice è difficile e massacrante.

 

Chi sceglie questo percorso deve fare tantissime rinunce. Per Kiyo, la protagonista interpretata da Nana Mori, è differente. E anche questo è interessante. Kiyo voleva diventare una geisha, ma non ce l’ha fatta: non è stata ritenuta all’altezza. E allora, vista la sua passione per il cibo e la sua abilità come cuoca, le è stato proposto di rimanere come makanai.

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Nelle sue opere Kore-eda ha sempre raccontato un mondo fatto di strati, di gradi, di tante piccole cose e popolato da esseri umani. Non uomini o donne eccezionali, attenzione. Ma persone vere, grigie, costantemente in bilico, a metà tra la cosa giusta da fare e quella sbagliata. Confuse, e solo raramente determinate. Belle di una bellezza pura, acqua e sapone, mai artificiale o esagerata. Pure questa volta Kore-eda comincia dalle immagini. Da quello che viene presentato allo spettatore.

 

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C’è una consistenza precisa nelle varie sequenze: i colori, gli oggetti e la posizione delle figure nello spazio sono studiate con attenzione, e allo stesso tempo, incredibilmente, sembrano del tutto casuali. La normalità non può essere ricreata da zero, ma può essere rievocata: e Kore-eda fa esattamente questo.

 

Non c’è azione, e i drammi sono drammi banalissimi, di coppie che scoppiano, amori che rischiano di spegnersi e sfide quotidiane: genitori che rivogliono le loro figlie, e figlie che vogliono essere abbastanza libere da provare a realizzare i propri sogni. Anche così, però, una serie come “The Makanai”, disponibile in streaming su Netflix, rappresenta una novità. Perché non vuole costringere lo spettatore a perdersi in un mondo di cui, con buone probabilità, non sa assolutamente niente. No. Vuole renderlo partecipe.

 

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Di più: vuole guidarlo, e non prenderlo in giro (vi rendete conto?). Il primo episodio, ambientato tra la provincia giapponese e Kyoto, è come un lunghissimo, e non per questo noioso, invito. Vengono presentati i vari personaggi; l’ambientazione viene costruita per bene, con tutte le sue caratteristiche; e la camera insiste quel tanto che basta per rendere anche una ciotola piena di zuppa interessante.

 

Spesso non serve altro che concentrarsi su quello che si ha, sui dettagli, per fare la differenza. In questo modo qualunque storia può essere straordinaria. E “The Makanai” lo è.

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