volodymyr zelensky vladimir putin ucraina

SVASTICHE IMMAGINARIE – MIRELLA SERRI: "COME MAI PUTIN SI RIEMPIE LA BOCCA PARLANDO DELLA MINACCIA NAZISTA RAPPRESENTATA DAGLI UCRAINI? LA PAROLA È UN AMMICCAMENTO ALLE PIAZZE, IN PARTICOLARE A QUELLE DEL "NÉ CON PUTIN NÉ CON LA NATO. POCO IMPORTA CHE IL PRESIDENTE UCRAINO ZELENSKY VENGA DA UNA FAMIGLIA DI ORIGINE EBRAICA, CHE ALCUNI SUOI PARENTI SIANO STATI VITTIME DELLA SHOAH. LO ZAR VLAD, TRASFORMANDO GLI UCRAINI IN NAZISTI, HA FATTO UN'ABILE OPERAZIONE DI DISINFORMAZIONE…"

Mirella Serri per “la Stampa”

 

vladimir putin volodymyr zelensky

«Ucraina nazista», «denazificare l'Ucraina». Putin lo ripete a ogni piè sospinto: il progetto politico dell'«operazione militare speciale» ha, tra le sue motivazioni più urgenti, quella di «smantellare il pensiero neonazista degli ucraini». Lo ha gridato il nuovo zar anche nella kermesse allo stadio di Mosca: bisogna fermare il genocidio compiuto dal «nazista» Zelensky. Poco importa che il presidente ucraino venga da una famiglia di origine ebraica, che alcuni suoi parenti siano stati vittime della Shoah.

 

Come mai l'autocrate russo si riempie la bocca parlando della minaccia nazista che sarebbe rappresentata dagli ucraini? E come mai usa questo argomento come uno degli elementi fondamentali nella sua strategia di informazione (o disinformazione)? Innanzitutto l'evocazione della lotta contro i seguaci di Mussolini e di Hitler rimanda al successo della guerra patriottica contro l'Asse nazifascista che per i russi costituisce un elemento unificante e basilare per l'identità nazionale.

 

mirella serri foto di bacco

 

La parola nazista, inoltre, è un ammiccamento alle piazze, ai politici e agli intellettuali di tutta Europa, in particolare a quelli italiani del «né né», «né con Putin né con la Nato», e rammenta che stare con Putin vuol dire stare dalla parte giusta della storia, essere antifascisti e antinazisti. Infine lo slogan della «denazificazione» dell'Ucraina richiama al popolo russo, inclusa quella parte meno colta e priva di una memoria storica, un tema ricorrente nei libri di scuola, enunciato nelle aule e che risuona nei dibattiti.

 

volodymyr zelensky e vladimir putin 1

L'appellativo di nazista viene rivolto agli ucraini da più 70 anni, segna la storia dei rapporti russo-ucraini dalla fine della seconda guerra mondiale.

 

È un richiamo propagandistico che affonda nella falsificazione della memoria. Terminato il secondo conflitto mondiale, l'Ucraina fu considerata negli anni dell'Impero del male come il più terribile covo di ribelli, il cuore fascista dell'Urss.

 

Come mai? Ogni più piccolo segnale di dissenso o di critica espresso dagli abitanti di questo Paese fu designato come il verbo dei «disfattisti», dei nemici e dei «controrivoluzionari». Gli ucraini erano rei di essersi ribellati, prima alla collettivizzazione di Lenin e poi al diktat di Stalin che negli anni 30 aveva perseguitato i kulaki, i contadini che coltivavano la terra con lavoratori alle loro dipendenze. Ma nel secondo dopoguerra non erano «fascisti» solo per questo. Durante l'occupazione nazista le armate di Hitler sterminarono circa 1,6 milioni di ebrei ucraini.

volodymyr zelensky e vladimir putin 2

 

Al termine, nella seconda metà degli anni 40, i cittadini ucraini s' illusero di poter dare testimonianza delle atrocità di cui erano stati vittime tra il 1931 e il 1932: nelle loro drammatiche traversie, infatti, non c'era da ricordare solo la ferocia nazista ma anche l'Holodomor, la carestia che, provocata intenzionalmente da Stalin, causò milioni di morti. Il sogno ucraino di raccontare tutto durò poco: dall'autunno del 1945 venne sbattuto in prigione chiunque in Ucraina pensasse di portare alla luce le proprie memorie. Il divieto di parlare venne in parte aggirato da ricerche storiche sulla carestia e sui morti di stenti finanziate dagli emigrati ucraini.

 

battaglione azov

Solo nel 1991 venne fatta chiarezza: il Partito comunista dell'Ucraina riconobbe, prima che si dissolvesse l'Unione Sovietica, che la carestia era stata dovuta a «un percorso criminale seguito da Stalin e dalla sua cerchia più stretta» anche perché temeva di «perdere» questo Stato che con la sua forte vocazione all'autonomia e il suo sguardo rivolto all'Europa era una minaccia per l'Urss e per il suo stile di vita.

 

L'epiteto spregiativo per gli ucraini, nazisti, tornò in grande spolvero nel 2010, dopo che il filorusso Viktor Janukovy divenne presidente del paese. Di nuovo chi voleva ricordare la tragedia della morte per fame fu chiamato nazista e Putin bloccò in Russia le ricerche d'archivio. Nel 2014 i media russi definirono i militari che invasero la Crimea e l'Ucraina orientale «patrioti separatisti» in lotta contro «i fascisti e i nazisti ucraini».

UN MEMBRO DEL BATTAGLIONE AZOV

 

Il governo russo ripercorre ancora oggi le orme di quello sovietico. Parte dell'intellighenzia e dei politici italiani che sposano la causa del «né né» fingono di credere che l'appellativo nazista sia stato attribuito al popolo ucraino solo di recente, cioè da quando hanno ripreso fiato nel paese formazioni di estrema destra come il noto battaglione Azov.

 

Ma chiamare gli ucraini nazisti per via di queste presenze è una metonimia: la parte non vale per il tutto ed equivarrebbe a dire che le nazioni democratiche in cui esistono frange simili devono essere «defascistizzate». Putin, trasformando gli ucraini in «nazisti» per antonomasia, ha fatto un'abile operazione di disinformazione. Un falso che attraversa i decenni e che guida la mano di chi preme il bottone dei missili russi.

battaglione azovvolodymyr zelensky e vladimir putin 3battaglione azov battaglione azov battaglione azov BATTAGLIONE AZOV - SERGEI KOROTKIKHbattaglione azov

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...