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TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMAN – POLANSKI A VENEZIA NON C’È, MA LA SUA È STATA SICURAMENTE LA PRESENZA PIÙ SIGNIFICATIVA DELLA MOSTRA DI QUEST’ANNO, SOPRATTUTTO PER IL PARALLELO DELL’AFFAIRE DREYFUS CON LA SUA CONDANNA PER STUPRO E IL POLVERONE SOLLEVATO DA LUCRECIA MALTER – IL REGISTA CONTINUA A SENTIRSI UN PERSEGUITATO. TUTTO PARTE DA LONTANISSIMO, CON L'ASSASSINIO DI SHARON TATE

 

Stefania Ulivi per il “Corriere della Sera”

 

Al Lido, come era risaputo, non c' è. Ma la presenza più significativa di questa Venezia 76 è certo quella di Roman Polanski, 86 anni, uno dei grandi maestri del cinema del Novecento che evoca, a distanza, un parallelo diretto tra l' affaire Dreyfus e la sua condanna per stupro.

roman polanski

 

Il film con cui torna in concorso, J' accuse , dedicato al celebre caso giudiziario («L' evento più importante della storia francese contemporanea», secondo Louis Garrel che presta il volto al capitano degradato e condannato all' ergastolo per un tradimento mai compiuto) ha ricevuto un' accoglienza molto calda: applausi alle proiezioni e alla conferenza stampa dove tutti, a cominciare dai produttori, considerano superate le polemiche seguite alle dichiarazioni della presidente di giuria Lucrecia Martel (che, anziché alla proiezione ufficiale, lo ha visto la mattina mescolata ai giornalisti). «Questo non è un tribunale morale ma una mostra del cinema. Il film deve parlare, la giuria giudicare, il pubblico se vuole applaudirà», dice a nome di tutti (il francese Alain Goldman e RaiCinema) Luca Barbareschi.

j'accuse di roman polanski 7

 

Ma se il caso J' accuse è chiuso, la questione Polanski resta aperta. Ci pensa la moglie, l' attrice Emmanuelle Seigner, a evocarla: «È difficile mettermi nei panni di Roman. Oggi festeggiamo 30 anni di matrimonio. Nei suoi film c' è sempre il tema della persecuzione? Mi sembra comprensibile se si guarda alla sua vita». Più esplicito il regista 86enne. Che ha fatto sentire la sua voce attraverso le parole della dettagliata intervista pubblicata sul pressbook del film (in cui fa capolino, mescolato al pubblico di un concerto di pianoforte), affidata all' amico Pascal Bruckner, saggista e scrittore, critico del movimento #MeToo, autore di Venere in pelliccia che Polanski portò sullo schermo.

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Un altro caso Dreyfus è possibile, gli chiede? «Sì, visto il risorgere di tendenze antisemite. Ci sono tutti gli ingredienti perché accada: accuse false, procedimenti legali discutibili, giudici corrotti, e soprattutto i social media che incolpano e condannano senza un processo regolare».

Lucrezia Martel roman polanski

Ogni riferimento alla sua vicenda processuale è, ovviamente, tutt' altro che casuale. I fatti risalgono al 1977, la violenza sessuale ai danni della 13enne Samantha Geimer.

 

Reo confesso, fu condannato: passò 42 giorni in carcere, poi fuggì dagli Usa. Il caso riesplose nel 2009 quando fu arrestato in Svizzera su mandato Usa, e passò dieci mesi agli arresti domiciliari. La giustizia americana ha rifiutato le richieste dei suoi legali di chiudere il caso senza recarsi negli Stati Uniti dove rischia il carcere, mentre la stessa Geimer ha (senza successo) chiesto alla Corte superiore di Los Angeles di chiudere il caso, e l' Academy Award lo ha espulso dalle sue fila.

 

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Un vero accanimento, suggerisce Bruckner. «In quanto ebreo perseguitato durante la guerra e come cineasta perseguitato dagli stalinisti in Polonia, sopravviverai al maccartismo neofemminista?». Mi ha aiutato il lavoro, risponde Polanski. «Nella storia ho trovato momenti che io stesso ho vissuto, posso riconoscere la determinazione a negare i fatti e condannarmi per cose che non ho fatto. Molti atti dell' apparato persecutorio mostrati nel film mi sono familiari e mi hanno ispirato».

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Tutto parte da lontanissimo, sostiene, con l' assassinio di Sharon Tate, sua moglie. «Il modo in cui sono visto ha avuto inizio lì. Sebbene stessi vivendo un momento terribile, la stampa trattò la storia nel modo peggiore, lasciando sottintendere che io fossi uno dei responsabili della sua morte, ci misero mesi a arrestare Manson. Rosemary' s Baby era la prova che ero in combutta con il diavolo». Cita «le storie assurde di donne che non ho mai visto in vita mia e mi accusano di cose che sarebbero successe più di 50 anni fa». Ha ancora voglia di combattere, gli chiede lo scrittore? «E per cosa? È una lotta contro i mulini a vento». Ma non sembra affatto arreso.

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