mughini vargas llosa

LA VERSIONE DI MUGHINI - CARO DAGO, ERA TEMPO CHE SPASIMAVO DI DIRTI L’ECCELLENZA DI UNA ROCCAFORTE EDITORIALE DEL LIBERISMO MODERNO QUALE LA CASA EDITRICE “LIBERILIBRI” DI MACERATA. ASPETTAVO L’OCCASIONE BUONA. EBBENE IL “SOGNO E REALTÀ DELL’AMERICA LATINA” DEL PREMIO NOBEL MARIO VARGAS LLOSA, UN BREVE SAGGIO DEL 2009 CHE FUNGE ADESSO DA NUMERO 142 DI UNA DELLE PIÙ BELLE COLLANE DELLA CASA EDITRICE MACERATESE, È L’OCCASIONE PERFETTA PER FARLO…

Giampiero Mughini per Dagospia

 

giampiero mughini

Caro Dago, era tempo che spasimavo di dirti l’eccellenza di una roccaforte editoriale del liberismo moderno quale la casa editrice liberilibri di Macerata. Aspettavo l’occasione buona, ossia un libro che tra i tantissimi bei libri da loro pubblicati fosse di tale implacabile urgenza e intelligenza da meritare di essere celebrato nelle poche righe di un mio scritto a te destinato. Ebbene il Sogno e realtà dell’America Latina del premio Nobel Mario Vargas Llosa, un breve saggio del 2009 che funge adesso da numero 142 di una delle più belle collane della casa editrice maceratese, è l’occasione perfetta per farlo.

MARIO VARGAS LLOSA - SOGNO E REALTA DELL AMERICA LATINA

 

Trenta sugosissime paginette dello scrittore peruviano che demoliscono senza lasciarne pietra su pietra “le stravaganti imposture” che per almeno mezzo secolo hanno avuto cittadinanza eccome nelle generazioni europee che volgevano a sinistra, quelle generazioni (quorum la mia) che s’erano abbeverate a un famosissimo libro del 1967 di Régis Debray venduto a centinaia di migliaia di copie e dov’era scritto che bisognava “fare come a Cuba”.

 

Sì, fare a Parigi oppure a Milano oppure ad Amburgo quello che i “barbudos” avevano fatto a Cuba, cacciar via un tirannello indecente e apprestarvi la lotta contro tutte le ingiustizie e le indecenze di una società spaccata tra i pochi “che hanno” e i moltissimi che “non hanno”.

 

MARIO VARGAS LLOSA E LA MOGLIE PATRICIA

E come se questo presepe da due soldi corrispondesse minimamente alla realtà e alla articolazioni sociali delle moderne società industriali. In Italia questa bandiera è stava sventolata innanzitutto da Giangiacomo Feltrinelli, che giudicava la Sardegna il luogo italiano adatto da cui far partire i guerriglieri e la loro lotta di liberazione. (Resterà uno dei grandi misteri della nostra storia editoriale il caso dell’autobiografia di Fidel Castro alla quale il più bravo redattore della Feltrinelli, Valerio Riva, lavorò per anni e anni e poi non se ne fece niente. Perché? La libreria antiquaria Pontremoli di Milano è di recente entrata in possesso di un giro di bozze del libro tutto annotato da Riva. Inutile aggiungere che mi sono precipitato a comprarlo. E’ un cimelio di tutta una stagione dell’editoria e dell’anima europea.)

 

fidel castro 3

A proposito di quelli che si invasarono del mito castrista tanto Vargas Llosa quanto l’ex magistrato Carlo Nordio (intelligente prefatore del libro di cui sto dicendo) accennano sprezzantemente al viaggio di pochi giorni a Cuba che Jean-Paul Sartre _ purtroppo “un cattivo maestro” come pochi altri ce ne sono stati _ fece al tempo dell’invasamento filocastrista di tanti, un viaggio di pochi giorni dal quale lui ne uscì pontificando sulla democrazia di qualità superiore che c’era a Cuba.

 

Chiacchiere, bugie, falsificazioni indecenti, farneticazioni ideologiche senza alcuna base di fatto. Quella castrista era ed è una dittatura, la più lunga di quelle che hanno avvelenato quest’ultimo mezzo secolo di storia dell’America Latina. Scrive Vargas Llosa: “Vero è che quasi mezzo secolo dopo tali avvenimenti, quella rivoluzione si scolorì e perse il suo splendore paradisiaco per molti europei, incluso lo stesso Régis Debray.

 

fidel castro 2

Ma è anche vero che c’è ancora chi, nel Vecchio Continente si ostina a non vedere la realtà così com’è, e chi, come Ignacio Ramonet, direttore di “Le Monde diplomatique”, cantore aulico di Fidel Castro _ e del comandante Hugo Chávez _ continua a promuovere come esemplare una dittatura che si è guadagnata l’onore di essere la più duratura che l’America Latina abbia mai conosciuto e che, molto probabilmente, nessuno di loro accetterebbe nel proprio Paese”.

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