carlo fuortes ai weiwei

AI WEIWEI ALL’OPERA – "NEL 1987 ERO POVERO E MI GUADAGNAI DA VIVERE FACENDO LA COMPARSA NELLA 'TURANDOT' DI ZEFFIRELLI AL MET: OGGI FIRMO UN PUCCINI CONTEMPORANEO” – L’ARTISTA DISSIDENTE CINESE PRESENTA LA SUA 'TURANDOT' DA UN MILIONE DI EURO (ALL’OPERA DI ROMA DAL 25 MARZO) – "HO RILETTO I PERSONAGGI. CALAF, IN FONDO, ERA UN RIFUGIATO. UNO CHE SFIDA L'ESTABLISHMENT"-  E POI LA CINA, ROMA E QUEL DITO MEDIO ESIBITO DAVANTI A…

ai weiwei turandot

Simona Antonucci per il Messaggero

 

«Ero veramente povero. Un migrante a New York. Dopo aver lasciato Pechino, era il 1987, combattevo per guadagnarmi un posto nell'ambiente culturale. E trovai il modo di sopravvivere tagliando le teste sul palco del Metropolitan Opera House».

 

Ai Weiwei, 62 anni, artista cinese, e patrimonio del mondo, è a Roma per mettere a punto una nuova produzione (al Teatro dell'Opera dal 25 marzo) da un milione di euro: la sua prima regia lirica «che è proprio Turandot», spiega, «lo stesso titolo che trenta anni fa, Zeffirelli, stava allestendo nel teatro americano e per il quale venni scritturato come comparsa, l'aiutante del boia, mettendomi in tasca i miei primi dollari. Ironia della sorte, fu l'algida principessa a salvarmi. Ed è incredibile che oggi sia tornata nella mia vita».

 

Colpo di scena spettacolare...

CARLO FUORTES AI WEIWEI

«Non so, la scelta di essere qui al Costanzi non nasce dall'attrazione verso una nuova sfida. Ho accettato soltanto perché c'era lei, l'eroina di Puccini, altrimenti non mi sarebbe mai venuto in mente di firmare un allestimento d'opera. Ma ora che sono qui posso dire che è un'esperienza incredibilmente affascinante. E complicata. Montare una mostra, in confronto, è una passeggiata».

 

Ai Weiwei, cresciuto con il padre poeta di destra in un campo militare di rieducazione nel deserto del Gobi, creativo spregiudicato, attivo nel campo dei diritti umani, protagonista a livello internazionale anche per i suoi contrasti con il governo di Pechino, è stato arrestato, confinato, osteggiato. E osannato dai templi d'arte più prestigiosi: le sue opere, che siano realizzate con semi di girasole o biciclette iconiche, legni di templi distrutti o zainetti di ragazzi morti nel terremoto del Sichuan, valgono fortune. 

ai weiwei turandot

 

Oggi intreccia per la prima volta il suo linguaggio contemporaneo con la musica, con un classico del repertorio.

«La Pechino di Gozzi e di Puccini, sarà un luogo di muri, una terra di emigranti, ma soprattutto un'installazione: una mappa del mondo ispirata a Roma e alle sue rovine imponenti e fragili, come tutto il pianeta. E lì dentro si dibatterà il rito più antico del mondo: quello che celebra il progresso della dignità umana e sociale».

 

Perché ha accettato? 

«Ho accettato perché mi piace la storia che è magnifica, potente, tragica. E mi consente di raccontare le ostilità tra popoli, le lotte per la libertà che nonostante il passare del tempo sembrano ripetersi».

 

E perché il Costanzi l'ha scelta?

ai weiwei comparsa nella turandot di zeffirelli

«Credo che si aspettino da me una nuova interpretazione. Che affronti temi come l'amore, il potere, l'odio tra classi, la prigionia politica con uno sguardo attuale. Ho individuato un fil rouge, il potere, che tenesse insieme il mondo di Puccini e il nostro. E ho riletto i personaggi. Calaf, in fondo, era un rifugiato. Uno che sfida l'establishment e rischia la vita. Prova a risolvere gli enigmi e a conquistare la principessa anche per andare avanti, ritrovare una dignità».

 

Quale potere è sotto accusa? Hong Kong?

«Il mondo oggi è sommerso da mille urgenze. Hong Kong, certo, ma anche l'ambiente. La fame. E non è facile trasferire queste idee in un teatro d'opera. Perché le devi plasmare adattandole alla musica, alle voci, ai costumi, alle scene, a tutte le persone, e sono più di cento, che lavorano per arrivare al debutto».

 

Che cosa vedremo sul palco?

AI WEIWEI

«Una mappa del mondo costruita con le rovine romane. Stando qui, sono rimasto impressionato dalla bellezza della città. Dalla potenza. E dalla fragilità. Ho provato a ricostruire l'antico, oggi, trasferendo su una cartina immaginaria la consapevolezza che tutto può venir meno».

 

Che abiti indosseranno nella sua Pechino?

«Abiti umani, ma ispirati agli insetti. Puri riferimenti, certo, ma ho studiato mosche, farfalle, vermi, che sono meravigliosi: quanto c'è di più vicino al senso di dignità che voglio trasmettere. Mantelli, veli, costumi come ali. Per Calaf, invece, ho lavorato sul corpo di una rana, nell'attimo in cui allunga le zampe per saltare».

 

Da un artista ci si aspetta anche di scoprire qualcosa di nuovo sul concetto di bellezza, di estetica. O no?

«La bellezza è parte della creazione. Forse, il minimo che si può chiedere a un artista. Il punto di partenza su un ragionamento che includa valore estetico e filosofico».

 

Tra le sue varie prove d'artista c'è anche un disco che pubblicò nel 2013, Dumbass-Divine Comedy, in omaggio ai lunghi mesi di prigionia: ora che si è riavvicinato alla musica, ne farebbe un altro?

«Mai. Apprezzo la musica, ma non la amo particolarmente. Anche se proprio durante la prigionia ho rimpianto di non averla studiata. Le guardie per passare il tempo mi chiedevano di cantare. E il fatto che non fossi capace non migliorava la situazione».

 

ai weiwei foto di bacco (3)

Il Governo cinese ha fatto demolire il suo studio, l'ha denunciata e imprigionata, le hanno oscurato il blog, sottratto il passaporto... Se non fosse nato a Pechino, il suo senso estetico e filosofico dell'arte sarebbe stato lo stesso?

«Se non ci fosse Pechino, forse non esisterebbe neanche Ai Weiwei. E anche vero, però, che ho viaggiato, vissuto e lavorato in molti Paesi per continuare a conoscere, studiare, scoprire. E sto ancora cambiando e crescendo».

 

A proposito di cambiamenti: lei ha mostrato il suo dito medio a molti simboli del potere. Qui, a Roma, a chi lo indirizzerebbe?

«Mi vergogno un po'. L'ho fatto tanti anni fa, da giovane. Girovagavo per le città, spesso ai margini... Oggi non lo rifarei. Ma lo feci...».

A chi?

«Al Colosseo. Perché ero indispettito dai turisti».

 

E invece, oggi, Roma le piace? Non la infastidisce?

«Mio padre amava Roma più di me. Le dedicò una poesia. Io, se devo pensare a una città che mi piace, mi viene in mente Roma. Ma non c'è vita nuova».

ai weiwei con carlo fuortes foto di bacco (1)

 

ai weiwei con carlo fuortes foto di bacco (2)ai weiwei foto di bacco (1)

 

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