bellocchio stefano andreotti

BELLOCCHIO NERO – STEFANO ANDREOTTI, FIGLIO DEL "DIVO GIULIO", BOICOTTA IL FILM DI BELLOCCHIO SUL CASO MORO: “NON ANDRÒ A VEDERLO. MAGARI POI STUDIERÀ LE CARTE E SI PENTIRÀ, COSÌ COME HA FATTO CON CALABRESI A 50 ANNI DI DISTANZA, DELL’IMMAGINE FALSATA CHE DA’ DI MIO PADRE. LA COSA INTOLLERABILE È CHE DIPINGANO MIO PADRE COME SE FOSSE RESPONSABILE DELL'ASSASSINIO DI MORO. QUESTA È UNA FALSITÀ POLITICA E INGIUSTIZIA STORICA. CI DISSE: SE MI RAPISCONO, BISOGNA FARE LA STESSA COSA, NON TRATTARE CON LE BR" – LE SERATE CON IL BRACCIO DESTRO DI PAOLO VI PER SALVARE MORO – VIDEO

 

 

Massimo Franco per il “Corriere della Sera”

 

STEFANO ANDREOTTI

«Ho visto che il regista Marco Bellocchio si è pentito dopo cinquant' anni di essere stato tra i firmatari del documento famigerato contro il commissario Luigi Calabresi: proprio adesso che ci vuole fare un film. Poi parlano di cinismo di Andreotti... Spero che tra una ventina d'anni, studiando magari un po' di carte, si penta anche dell'immagine falsata che mi dicono dia di mio padre Giulio nella sua ultima pellicola sul sequestro di Aldo Moro. Che non andrò a vedere».

 

Stefano Andreotti, 70 anni, terzogenito dell'ex premier democristiano scomparso nel 2013, arrota il sarcasmo e la erre francese «ereditata dalla famiglia di mia madre Livia Danese insieme alla bassa statura, perché gli Andreotti invece sono altissimi: compreso mio figlio Giulio».

 

BELLOCCHIO ESTERNO NOTTE

Ma conferma soprattutto quanto sia siderale e irrisolvibile la distanza tra l'immagine cinematografica dell'emblema del potere democristiano nella cosiddetta Prima repubblica, e quella che ne serba la famiglia.

 

Scusi, dottor Andreotti, ma ci sono stati film nei quali è stato accreditato perfino il bacio di suo padre al mafioso Totò Riina, nonostante le perplessità degli stessi magistrati. Ma non avete reagito.

BELLOCCHIO ESTERNO NOTTE

«Allora non dicemmo nulla come famiglia perché era vivo mio padre. E mio padre non aveva bisogno di difensori. Ricordo che quando vide con Gian Luigi Rondi il film Il Divo in una saletta privata, disse: "È una vera mascalzonata". Ma non ha mai reagito, mai querelato, e noi per rispetto nei suoi confronti lo abbiamo assecondato, pur non essendo sempre d'accordo».

 

Secondo lei suo padre non era cinico? Per un uomo di potere è quasi una dote, non un difetto. Non le fa velo l'affetto filiale?

«Guardi, premetto che non ho visto il film ma solo letto gli articoli in cui si fa riferimento a mio padre. Ma mi è bastato vedere altre opere di Bellocchio come quella sul mafioso pentito Tommaso Buscetta, che ha fatto apparire quasi come un eroe. Quanto al cinismo: la cosa intollerabile è che dipingano mio padre come se fosse responsabile dell'assassinio di Aldo Moro, insensibile ai tentativi di salvarlo. Di più, quasi d'ostacolo alle trattative. Questa è una profonda falsità politica e ingiustizia storica».

MORO ANDREOTTI

 

È un fatto che fosse presidente del Consiglio e il più esposto al no alla trattativa con le Brigate rosse.

«Ma per la trattativa non era quasi nessuno. Enrico Berlinguer e il Pci erano contrari, Giovanni Spadolini e il Pri, il futuro capo dello Stato Sandro Pertini e gran parte della Dc. La trattativa significava rilasciare dei terroristi in prigione.

 

Era possibile dopo l'uccisione di cinque uomini della scorta di Moro? Quegli anni sono stati brutti, e quelli dopo, con i processi di Palermo e Perugia, furono addirittura più infamanti: babbo li visse come un Purgatorio in terra, ci diceva. Ma non poteva accettare di essere descritto come un ostacolo alla liberazione di Moro. È una mistificazione, come quella di raffigurare Moro come un politico che non apparteneva alla Dc».

BELLOCCHIO ESTERNO NOTTE

 

Se fosse stato rapito lui, che cosa avrebbe fatto? E voi che avreste fatto?

«Ne abbiamo discusso molto, in quei mesi terribili e anche dopo. Ci disse: se succede a me, bisogna fare la stessa cosa. Lo Stato non può riconoscere un'organizzazione criminale e terroristica».

 

Sembra proprio che Andreotti e il caso Moro rimangano prigionieri della cronaca. Lei come se lo spiega?

«È un Paese con la memoria corta, nella quale continua la demonizzazione della Dc da parte di una sinistra sconfitta dalla storia insieme con l'Unione sovietica dalla quale di fatto dipendeva e alla quale era legata a doppio filo. E sulla contrapposizione tra Moro e il suo partito si dimentica che fu lui a dire in Parlamento: "Non ci faremo processare nelle piazze". E sempre lui volle mio padre a Palazzo Chigi per guidare il governo con i comunisti nella maggioranza».

BELLOCCHIO

 

Colpisce un po' vedere emergere gli Andreotti come famiglia, e con questa voglia di riabilitare la figura paterna, dopo che per decenni con vostro padre vivo e potente sembravate non esistere.

«Era una scelta di mio padre, e condivisa da noi, di crescere il più possibile come una famiglia normale, facendo pesare il meno possibile un cognome ingombrante. E noi ne siamo stati ben felici».

 

Non si riconosce neanche nell'immagine un po' tetra, misteriosa che alcuni film hanno trasmesso della vita privata della vostra famiglia?

«Nemmeno un po'. La verità è che anche quella descrizione della nostra famiglia è stata data sulla base di pregiudizi, senza conoscere davvero nulla di noi. Mio padre era esattamente l'opposto di quanto si diceva. In famiglia era pieno di umorismo, di attenzioni, di vita. E, sembrerà strano ad alcuni, di gesti affettuosi».

 

Lei ne sembra molto orgoglioso.

marco bellocchio 1

«Non sembro, sono molto orgoglioso di lui. E voglio ricordare quanto fosse diverso da come lo raffigura la vulgata: colluso con la mafia, o così cinico da fare ammazzare Moro. Ricordo le serate con monsignor Pasquale Macchi, braccio destro di Paolo VI, a casa nostra in Corso vittorio Emanuele, a Roma, alla disperata ricerca di un canale per salvare Moro. Pensi che quando quel terribile 9 maggio del 1978 Francesco Cossiga chiamò mio padre per dirgli che era stato ritrovato, per qualche attimo sperò che lo avessero liberato e non ucciso. Era un uomo con la coscienza pulita, e lo dimostra la serenità con la quale ha affrontato la morte. Aveva una fede profonda in Dio, che io non ho così profonda».

 

I nipoti che ne pensano?

«Per loro è un mito. Un vero nonno, affettuoso e attento. Il loro è stato un rapporto forte, intenso, complice».

Non sta offrendo un'immagine troppo angelicata? Suo padre è stato un uomo di potere controverso, per alcuni spietato. Ed era famoso per le raccomandazioni. Lei ne ha goduto?

esterno notte 1

«Non scherziamo. Tutti noi quattro, due figlie e due figli, abbiamo fatto il nostro percorso lavorativo lontani dal potere e dalla politica. Racconto solo un episodio. Nel 1977, mio padre era presidente del Consiglio, un amico mi disse che assumevano alla Siemens, a Milano.

 

Col cuore spezzato di un romano che ama Roma, andai al colloquio. Poi passai all'ufficio del lavoro perché a quel tempo serviva il nulla osta. Quando l'impiegato lesse il mio cognome, disse d'istinto: "Andreotti Di certo non è figlio di quell'Andreotti, altrimenti non sarebbe qui a fare la fila come gli altri". E sono andato a fare l'impiegato a Milano».

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