CI LAMENTIAMO DELL’EUROPA MA SIAMO IL PAESE DELLE BANANE - A MAGGIO È STATO STANZIATO UN FONDO DI 1,2 MILIARDO PER CREARE 7500 NUOVI POSTI DI TERAPIA INTENSIVA MA DOPO 5 MESI NON SONO STATE FATTE NEANCHE LE GARE D’APPALTO - DI CHI È LA COLPA? LE REGIONI E IL COMMISSARIO ARCURI SI RIMPALLANO LE RESPONSABILITÀ - A FINE MESI PARTIRANNO I CANTIERI MA CI VORRÀ TEMPO, PROPRIO MENTRE RISALGONO I CONTAGI - AH, SIAMO SENZA ANESTESISTI RIANIMATORI PER I SOLITI ERRORI DI PROGRAMMAZIONE NELLA FORMAZIONE SPECIALISTICA UNIVERSITARIA

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Paolo Russo per “la Stampa”

 

coronavirus terapia intensiva coronavirus terapia intensiva

A metà maggio il governo ci ha messo i soldi con il decreto rilancio. E neanche pochi, un miliardo e cento milioni per trasformare quei letti di terapia intensiva messi su alla meglio durante i mesi più duri dell'emergenza in postazioni che rispettino standard di sicurezza e di strumentazione tecnologica necessari ad assistere i pazienti più gravi. Siamo ad ottobre e di cantieri non se ne è aperto nemmeno uno in tutta Italia.

 

E questo mentre la pressione sui nostri ospedali, lentamente ma sale. Regioni e commissario Arcuri si sono rimpallati le responsabilità a lungo prima di raggiungere un accordo che consentirà ora di procedere con gare di appalto a procedura semplificata. Che significa tagliare e di molto i tempi. «Le regioni hanno inviato i loro piani di stabilizzazione dei posti letto di terapia intensiva solo da pochi giorni, per questo le gare non sono ancora partite», spiegano gli uomini della struttura commissariale. Che ha fissato al 12 ottobre la dead line per presentare le offerte da parte delle aziende appaltatrici.

 

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«Poi entro fine mese partiranno i cantieri», assicurano gli uomini di Arcuri. Che in parecchi casi potranno richiedere tempo per arrivare a realizzare i nuovi 3.443 letti di terapia intensiva e i 4.213 di sub intensiva, al 50% riadattabili in posti per i malati più gravi. Questo perché i lavori dovranno consentire di separare i percorsi per malati Covid e non Covid e creare gli spazi giusti per disporre i macchinari che servono a monitorare e ventilare i pazienti critici. Intorno ai quali ruotano poi molti più medici che non negli altri reparti a più bassa intensità di cura.

 

E qui c'è l'altro intoppo perché i medici anestesisti rianimatori scarseggiano sul mercato per i soliti errori di programmazione nella formazione specialistica universitaria. La loro associazione di categoria, l'Aaroi, denuncia che prima del Covid di loro specialisti ne mancassero quattromila. Grazie ai soldi del decreto rilancio ne sono stati assunti un migliaio, ma ne mancano all'appello ancora tremila.

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Per questo l'associazione chiede al governo di varare un provvedimento per arruolare altri giovani specializzandi dell'ultimo biennio, «che sono sempre meglio formati dei colleghi di altre specialità mediche che nell'emergenza abbiamo cooptato dai reparti più disparati», spiega il presidente dell'associazione, Alessandro Vergallo. Capitolo a parte è l'acquisto della tecnologia necessaria a far funzionare un letto di terapia intensiva.

 

E anche qui si sta partendo solo ora. Il problema è che se la curva dei contagi dovesse accelerare ancora verso l'alto la riserva di letti disponibili, che oggi sembra ben al di sopra della soglia di allerta, potrebbe invece esaurirsi più rapidamente di quel che non si creda. Basta fare due conti per capirlo.

 

RESPIRATORE PER LA TERAPIA INTENSIVA RESPIRATORE PER LA TERAPIA INTENSIVA

Degli oltre 5 mila letti di terapia intensiva preesistenti all'era Covid nel periodo autunno-inverno il 90% sono occupati da pazienti con altre patologie. Ne restano quindi 500, ai quali se ne aggiungono altri mille di quelli post-Covid che nel frattempo le regioni hanno «stabilizzato» per conto loro. In tutto fanno 1.500 letti, dei quali a ieri 319 già occupati da pazienti Covid. Per evitare che la spia vada sul rosso ora bisogna accelerare. Arcuri ha diviso i cantieri in 21 lotti regionali, spacchettati poi per altri 4 sub lotti a regione. In tutto 84 appalti. Ma nella sanità federalista metà delle regioni ha già deciso di fare da sé, approfittando della possibilità di esercitare il diritto di delega che di fatto esautora il commissario. Una Babele che si spera non tiri di nuovo il freno a mano ai lavori.  

 

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