mario mori subranni de donno

PER I GIUDICI, LA TRATTATIVA TRA I CARABINIERI E COSA NOSTRA, AVVIATA TRAMITE L'EX SINDACO DI PALERMO VITO CIANCIMINO, FU LEGITTIMA: NON C'ERA IL DOLO NÉ LA VOLONTÀ DA PARTE DEGLI EX UFFICIALI DELL'ARMA ANTONIO SUBRANNI, MARIO MORI E GIUSEPPE DE DONNO DI INNESCARE O RAFFORZARE IL RICATTO MAFIOSO ALLE ISTITUZIONI - TUTTO RUOTA INTORNO ALL'INIZIATIVA DEI ROS DEI CARABINIERI SPIEGATA DALLO STESSO GENERALE MORI NEL 1998, SINTETIZZANDO IL DIALOGO CON CIANCIMINO: "ORMAI C'È UN MURO CONTRO MURO, DA UNA PARTE COSA NOSTRA DALL'ALTRA LO STATO? MA NON SI PUÒ PARLARE CON QUESTA GENTE?". E LUI DISSE "MA SÌ, SONO IN CONDIZIONE DI FARLO". ALLORA DISSI "PROVI"…"

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

 

MARIO MORI

«Il fatto non costituisce reato»: la trattativa tra i carabinieri e Cosa nostra avviata tramite l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino al tempo delle stragi di Capaci e via D'Amelio fu dunque legittima, e non c'era il dolo né la volontà da parte degli ex ufficiali dell'Arma Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno di innescare o rafforzare il ricatto mafioso alle istituzioni.

 

Cadono l'accusa e le condanne per minaccia a un Corpo dello Stato. Lo ha stabilito la corte d'assise d'appello di Palermo con la sentenza pronunciata ieri pomeriggio, dopo tre giorni di camera di consiglio, ribaltando quella di primo grado che il 20 aprile 2018 aveva giudicato colpevoli gli ex carabinieri.

 

marcello dell utri assolto sul caso della biblioteca girolamini

Per Marcello Dell'Utri l'assoluzione è ancora più radicale: lui «non ha commesso il fatto», cioè non ha veicolato la minaccia al governo guidato da Silvio Berlusconi nel 1994, che fu solo «tentata». Non arrivò dunque a destinazione. Anche l'ex senatore di Forza Italia nel 2018 era stato condannato, come intermediario del ricatto mafioso. Il verdetto d'appello rovescia quindi completamente quello che tre anni e mezzo fa aveva suscitato tanto clamore, sollevandone a sua volta.

 

mario mori foto di bacco

In questo caso infatti non escono sconfitti soltanto la Procura e la Procura generale che hanno sostenuto l'accusa nei due gradi di giudizio, ma anche i giudici della corte d'assise che avevano individuato reati e colpevoli. E il clamore - per qualcuno lo scandalo, anche se è così che funziona il sistema giudiziario - è ancora più grande perché questo processo non s' è limitato a mettere alla sbarra un pezzo di politica e di apparati investigativi, lo Stato che giudica se stesso; stavolta c'è stato un conflitto istituzionale arrivato ai massimi livelli, coinvolgendo l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettato casualmente nei suoi colloqui con l'ex ministro Nicola Mancino.

MARCELLO DELL UTRI E SILVIO BERLUSCONI

 

Uno scontro tra il Quirinale e la Procura di Palermo finito davanti alla Corte costituzionale. Furono i danni collaterali dell'indagine sfociata in un processo in cui l'allora capo dello Stato fu chiamato a testimoniare, e le sue dichiarazioni sul ricatto subito dallo Stato con le bombe del 1992 furono tra gli elementi fondanti delle condanne in primo grado. In appello, per quello che si può capire dal dispositivo, è cambiata la prospettiva con cui sono stati interpretati gli stessi fatti.

VITO CIANCIMINO

 

Tutto ruota, nella sostanza, intorno all'iniziativa dei Ros dei carabinieri spiegata dallo stesso generale Mori nel 1998, al processo per le stragi del 1993, sintetizzando il dialogo con Ciancimino: «"Ma che cos' è questa storia? Ormai c'è un muro contro muro, da una parte Cosa nostra dall'altra lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?". La buttai lì convinto che lui dicesse "cosa vuole da me?", invece disse "ma sì, si potrebbe, io sono in condizione di farlo". Allora dissi "Provi"».

 

Per le difese era la semplice spiegazione di un'attività info-investigativa tutta in salita e comunque lecita; per l'accusa e i primi giudici un'offerta di disponibilità a trattare che rafforzò la convinzione mafiosa che le stragi producevano risultati. Ora i giudici d'appello hanno stabilito che non c'era la volontà né la consapevolezza, e nemmeno l'accettazione del rischio che con quella proposta si poteva agevolare il ricatto dei boss.

 

ANTONIO SUBRANNI

E questo avevano già affermato i giudici che hanno assolto in tutti i gradi di giudizio l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, accusato dello stesso reato ma uscito prima di scena attraverso il rito abbreviato. Può darsi che quella sentenza definitiva dopo la pronuncia della Cassazione (arrivata a dicembre 2020, a proposito di tempi abbreviati...) abbia influito sul verdetto di ieri.

 

GIUSEPPE DE DONNO

Di certo per la Procura Mannino aveva innescato la trattativa temendo - dopo l'omicidio del collega di partito Salvo Lima il 12 marzo '92 - di essere la vittima successiva e rivolgendosi al comandante del Ros per salvarsi la vita. Dunque l'anello iniziale della catena s' era già spezzato. Inoltre secondo il verdetto di ieri il ricatto al governo Berlusconi fu solo tentato; perciò al boss Bagarella è stato tolto un anno di pena (da 28 a 27), mentre è stata confermata la condanna del medico mafioso Antonino Cinà, considerato un tramite della trattativa che coinvolse i carabinieri.

 

«Non siamo qui per giudicare la storia - aveva detto aprendo il processo il presidente della corte Angelo Pellino -. Gli imputati non sono archetipi socio-criminologici, ma persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto, se si tratta di reati. Questo è l'impegno della corte». Le assoluzioni di ieri sono figlie di quell'impegno, e le motivazioni che saranno rese note fra tre mesi spiegheranno come ci si è arrivati.

mori de donnoVITO CIANCIMINO ANTONIO SUBRANNI

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