giovanni falcone e paolo borsellino

“FALCONE E BORSELLINO FURONO UMILIATI E DISCRIMINATI QUANDO ERANO VIVI. ERANO SCOMODI E PERCIÒ MALTRATTATI” - GIAN CARLO CASELLI RIPERCORRE LA GUERRA FATTA AI DUE MAGISTRATI: SCIASCIA ACCUSO’ INDIRETTAMENTE BORSELLINO DI CARRIERISMO CON L’EDITORIALE “I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA” - COME GIUDICE ISTRUTTORE A PALERMO A FALCONE PU PREFERITO, PER ANZIANITA’ DI SERVIZIO, ANTONINO MELI (CHE NULLA SAPEVA DI MAFIA): “CORVI E VELENI CON ACCUSE INAUDITE SI MOLTIPLICANO, E ALLA FINE TUTTE LE PORTE, ANCHE QUELLE DEGLI UFFICI GIUDIZIARI, VENGONO CHIUSE IN FACCIA A FALCONE…”

1 - FALCONE E BORSELLINO GIÀ MORTI PRIMA DELLE STRAGI

Gian Carlo Caselli per “il Fatto quotidiano”

 

GIAN CARLO CASELLI

La mia strada si è intrecciata con quella di Falcone e Borsellino quando - dopo la strage di Capaci e via D'Amelio - decisi di fare domanda al Csm per essere trasferito da Torino a Palermo come capo della Procura.

 

Ma le nostre strade si erano intrecciate già prima, durante gli anni (1986-90) in cui ho fatto parte del Csm. Quattro anni caratterizzati dal susseguirsi di casi con forti ripercussioni sull'antimafia siciliana.

 

Il primo caso riguarda Paolo Borsellino. La maggioranza del Csm lo nomina capo della procura della Repubblica di Marsala, preferendolo a un magistrato molto più anziano ma pressoché ignaro di mafia. Anche in forza di una direttiva specifica del Csm (varata da poco) che per gli incarichi in zona di mafia disponeva di privilegiare il criterio della professionalità.

 

giovanni falcone paolo borsellino

Nella vicenda irrompe Leonardo Sciascia, con un editoriale intitolato "I professionisti dell'Antimafia", che accusa Borsellino, se pure in maniera indiretta, di essere un carrierista, uno che in nome dell'antimafia sgomita per scavalcare colleghi più anziani e meritevoli.

 

Un'accusa assurda. Lo stesso Sciascia, qualche anno dopo, ammetterà di essere stato male informato. Il danno provocato è comunque enorme. Quella definizione di "professionisti dell'antimafia" affonderà un bersaglio che non era nel mirino di Sciascia. Un bersaglio grosso, Giovanni Falcone. Nel 1987, Nino Caponnetto, conseguito con il pool dei giudici istruttori di Palermo (da lui diretti) lo straordinario risultato del "maxiprocesso", lascia Palermo convinto - come tutti - che il suo testimone passerà a Falcone.

 

falcone borsellino

Ma non va così, e l'articolo di Sciascia - strumentalizzato in modo spregevole - ha un peso decisivo. La maggioranza che aveva votato Borsellino perde pezzi e il risultato è a dir poco sconcertante: il più bravo nell'antimafia, il grande protagonista del maxiprocesso, viene scavalcato da un magistrato che di processi di mafia non ha esperienza, ma può vantare un titolo che fa tremare i mafiosi di paura: quello di essere un signore molto avanti negli anni. Che oltretutto, nell'audizione avanti al Csm, aveva sostenuto senza perifrasi che non avrebbe seguito i metodi del pool di Falcone. Nel suo ufficio non dovevano più esserci specialisti che si occupassero solo di mafia, ma magistrati destinati a fare di tutto un po'.

 

Commentando poi la funesta vicenda, Borsellino parlerà di "giuda". E dirà che Falcone aveva cominciato a morire in quel momento. Per quanto mi riguarda rivendico con orgoglio di aver votato a favore di Borsellino prima e di Falcone poi. Attenzione, la scelta fra Meli e Falcone fu una vera bagarre.

giovanni falcone paolo borsellino

 

Eppure riguardava un ufficio ormai in via di estinzione con l'entrata in vigore - di lì a poco, nel 1989 - del nuovo codice di Procedura penale, che difatti ha cancellato i giudici istruttori. Il che rende evidente come il punto del contendere non fosse tanto il nome del successore di Caponnetto quanto il metodo di lavoro del pool, che aveva portato alla clamorosa vittoria del maxiprocesso.

 

Al di là della persona, la scelta di Meli ha quindi un chiaro significato politico: lo Stato anziché proseguire sulla strada del pool di Falcone che stava portando alla sconfitta della mafia, rinuncia a combattere.

 

Mentre sul Palazzo di giustizia di Palermo si addensano veleni, corvi e lettere anonime, soprattutto contro Falcone. Accusato delle più svariate nefandezze, inventate per fargli pagare la sua vera "colpa": aver osato inquisire (oltre ai mafiosi di strada) "colletti bianchi" potentissimi, collusi con la mafia, del calibro di Ciancimino padre, i cugini Salvo, i Cavalieri del lavoro di Catania.

FALCONE BORSELLINO

 

Intanto Borsellino, con due interviste del 20 luglio 1988, lancia un j'accuse molto pesante: "C'è stato un taglio netto con il passato... Adesso si tende a dividere la stessa inchiesta in tanti tronconi e, così, si perde inevitabilmente la visione del fenomeno. Come vent'anni fa... le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata, come prima, più di prima... Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro".

 

Reazioni? Sì, ma contro...Borsellino. Il Csm apre un procedimento para-disciplinare, perché le sue denunzie non hanno seguito le vie istituzionali (la prova che se c'è un servizio da rendere anche i burocrati più ottusi sanno lavorare di fantasia). Ma i giochi ormai sono fatti: il pool è morto. Abbasso Falcone e viva la mafia.

 

In conclusione, a quelli della mia generazione che l'hanno dimenticato e ai giovani che non lo sanno, diciamo che Falcone e Borsellino, se oggi - da morti - sono giustamente osannati, furono invece umiliati e discriminati quando erano vivi. Vivi e scomodi. Perciò maltrattati.

 

PIETRO GRASSO CON FALCONE E BORSELLINO

2 - LE STRAGI FURONO LA VENDETTA PER AVER CREATO L’ANTIMAFIA MODERNA

Gian Carlo Caselli per “La Stampa”

 

L'anniversario della morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e di Paolo Borsellino (19 luglio) ci interpella sull'eredità delle vittime di mafia. Lo storico Salvatore Lupo sostiene che dal loro martirio nasce la sorpresa che in un'Italia senza senso della patria e dello stato, ci siano soggetti disposti a morire per il loro dovere, per questa patria e per questo stato.

Rocco Chinnici

 

Prende così forma l'idea (di per sé paradossale) delle vittime di mafia come rivoluzionari, in quanto operatori di legalità. Viviamo in un Paese nel quale agli occhi dei cittadini lo stato si manifesta anche con i volti impresentabili di personaggi che con il malaffare hanno scelto di convivere. La vittime di violenza mafiosa, a fronte di ciò, sono state soprattutto straordinari costruttori di credibilità e rispettabilità.

 

Vale a dire che operando come hanno operato in vita, e sacrificandosi fino alla morte, hanno restituito lo stato alla gente, che così riesce a dare un senso alle parole, altrimenti vuote, «lo stato siamo noi». Alla riflessione di Lupo faccio seguire una domanda: perché sono morti Falcone, Borsellino e tanti altri, vittime innocenti della criminalità mafiosa?

 

STRAGE DI CAPACI

Prima di tutto, va da sé, perché la mafia li ha uccisi. Ma anche perché noi non siamo stati abbastanza "vivi". Loro hanno visto la violenza, l'illegalità, l'ingiustizia, lo scempio della democrazia, la compravendita di voti... E non si sono tirati indietro. Hanno continuato a fare il loro dovere ben conoscendone i rischi. E noi? Noi stato, noi chiesa, noi cittadini troppe volte non siamo stati abbastanza "vivi".

 

FRANCESCA MORVILLO GIOVANNI FALCONE

Nel senso che non ci siamo indignati abbastanza pur vedendo le stesse lordure contro cui Falcone, Borsellino e gli altri si battevano. Abbiamo preferito subire il giogo del facile compromesso, ci siamo accontentati del quieto vivere. E non essendo abbastanza "vivi", Falcone, Borsellino e gli altri li abbiamo sovraesposti. Lasciati soli. I «professionisti dell'antimafia» La storia di Falcone e Borsellino, per altro, è anche storia di aggressioni e calunnie. Come parte del pool antimafia creato da Rocco Chinnici, e perfezionato da Nino Caponnetto, essi furono decisivi nell'organizzare e condurre in porto il capolavoro investigativo-giudiziario chiamato "maxiprocesso".

 

Nel rispetto delle regole, vengono condannati a pene pesanti mafiosi di ogni ordine e grado, dai capi ai soldati. Mai successo, in pratica, prima di allora. La fine del mito dell'invulnerabilità di Cosa nostra, della sua eterna sostanziale impunità.

 

GIOVANNI FALCONE

A questo punto però succede una cosa scandalosa. La mafia è una minaccia per la liberà e la democrazia. Falcone e Borsellino riescono a sconfiggerla rendendo un servizio all'intero Paese (era già chiaro che il problema si estendesse oltre la Sicilia). Ma invece di aiutarli ad andare avanti, professionalmente parlando li hanno spazzati via con una tempesta di polemiche diffamatorie ma efficacissime, che purtroppo vanno a bersaglio.

 

strage di capaci

Si comincia con «professionisti dell'antimafia», sinonimo di carrieristi a spese di coloro che non avevano avuto la "fortuna" di fare processi di mafia. Si prosegue con «uso spregiudicato dei pentiti» ( Falcone che portava i cannoli a Buscetta, per creare un rapporto intimo e fargli dire quel che voleva). E poi «uso distorto della giustizia per fini politici di parte» (un refrain sempre verde).

 

Alla fine il pool viene cancellato e con lui il suo metodo di lavoro vincente. Il contrasto alla mafia - commenta Borsellino - arretra di una ventina d'anni.

 

giovanni falcone

In questa storia non si può non ricordare il ruolo avuto anche dal Consiglio superiore della magistratura. Dovendo nominare il successore di Caponnetto, la maggioranza del Csm non sceglie il campione dell'antimafia, cioè Falcone. Nomina un magistrato, Antonino Meli, poco esperto di mafia, che rispetto a Falcone aveva il vantaggio di essere molto più anziano di carriera.

 

Dirà Borsellino, dopo la strage di Capaci, che Falcone comincia a morire proprio in questo momento, quando viene umiliato preferendogli un magistrato senza titoli antimafia in una situazione che invece ne esigeva al massimo livello (io ho fatto parte di quel Csm e rivendico con orgoglio di aver sempre votato per Falcone).

claudio martelli giovanni falcone 4

 

La Procura nazionale Ma la storia non finisce qui. Di mortificazioni ne arrivano altre. Corvi e veleni con accuse inaudite si moltiplicano, e alla fine tutte le porte, anche quelle degli uffici giudiziari, vengono chiuse in faccia a Falcone. Che deve cercare una sorta di asilo politico-giudiziario a Roma, presso il ministero. Dove (coraggioso e tenace) continua nel suo impegno antimafia e crea l'antimafia moderna, quella che funziona bene ancora oggi, con la Procura nazionale e le Procure distrettuali antimafia e con la Dia (una specie di Fbi italiana).

 

Intanto la Cassazione conferma in via definitiva (gennaio 1992) le condanne del maxiprocesso, avallando tutta la ricostruzione fatta dal pool in ordine alla struttura di Cosa nostra e alle responsabilità sia associative sia individuali.

 

giovanni falcone

Facciamo il punto. Da un lato c'è Falcone che sta creando l'antimafia moderna; dall'altro c'è la Cassazione che frustra le aspettative di Cosa nostra, che pure aveva cercato in tutti i modi di «appattare» (aggiustare) il processo: un uno-due micidiale che per Cosa nostra è assolutamente intollerabile.

 

Un uno-due che nella logica criminale di Cosa nostra significa strage. Ecco allora le stragi di Capaci e via d'Amelio, che sono una vendetta postuma di Cosa nostra nei confronti dei suoi peggiori nemici, Falcone e Borsellino; e nel tempo stesso un tentativo di seppellire definitivamente nel sangue il loro metodo di lavoro. Dopo le stragi Falcone e Borsellino diventano eroi, giustamente celebrati come tali. Da tutti. Pure da chi in vita li aveva ostacolati e denigrati. Anche dai "giuda" che in vita avevano tradito Falcone.

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