pietro ichino luigi di maio navigator

“I NAVIGATOR? DA QUATTRO MESI SONO A CASA A FAR NULLA E GLI HANNO DATO ANCHE I 600 EURO” – PIETRO ICHINO BUM BUM: “LE PARE NORMALE SPENDERE DECINE DI MILIARDI PER I SUSSIDI PASSIVI E NON STANZIARE UN EURO PER LE POLITICHE ATTIVE?” – “LA FINE DEL LAVORO È UNA FAKE NEWS. IL DIGITALE DISTRUGGE E CREA. IL PROBLEMA È CHE IN ITALIA QUANDO UN’IMPRESA CHIUDE SI PREFERISCE TENERLA IN VITA CON LA RESPIRAZIONE BOCCA A BOCCA PIUTTOSTO CHE…”

 

 

Luca Telese per “la Verità”

 

pietro ichino 1

«Le pare normale spendere decine di miliardi per i sussidi passivi, e non stanziare un euro per le politiche attive?».

 

E i Navigator?

«Impreparati, senza alcuna organizzazione quella non è una politica attiva! Soldi buttati. Da quattro mesi sono a casa a far nulla, a stipendio pieno e per di più con la ciliegina sulla torta».

 

Cioè?

il concorso per navigator alla fiera di roma 23

«L' hanno notato in pochi. Gli hanno dato anche i 600 euro. Risultati zero, ma stipendio pieno e in più il bonus previsto per i disoccupati».

 

il 'navigator' di maio visto da twitter 1

Non crede alle parole del presidente dell' Anpal Mimmo Parisi?

«Come si fa a credere a uno che se ne sta più in Mississippi che in Italia e che per il funzionamento dell' Agenzia per più di un anno non ha fatto niente?».

 

Pietro Ichino, uno dei giuslavoristi italiani più noti, una vita passata sotto scorta, ha appena pubblicato un saggio polemico L' intelligenza del lavoro (Rizzoli) che è la sua critica al sistema sociale italiano. Parte da una tesi che può sembrare provocatoria: «Sono i lavoratori che devono imparare a scegliersi il datore di lavoro».

 

Da che famiglia viene, professore?

«Discorso lungo... riassumiamo: mio padre, mia madre e i nonni materni erano avvocati. Avevano uno studio molto noto, a Milano, lo stesso dove era stata fondata la Banca Commerciale nel 1894». Mio nonno Carlo ci era entrato praticante nel 1919, poi ne divenne contitolare».

 

Sua madre Francesca, donna, laureata e avvocato nel primo dopoguerra: una mosca bianca.

MARIO MONTI CON GABRIELE ALBERTINI PIETRO ICHINO MARIO MAURO

«Mio padre, cresciuto negli ideali del fascismo, partì per la guerra, tornò "defascistizzato" e deluso dopo due anni di prigionia, e dopo la fuga vergognosa del Re».

 

Erano molto diversi.

«Uh! Da fidanzati, lui le scrisse una lettera in cui sosteneva la superiorità dell' uomo sulla donna, le chiedeva di riconoscere questo principio».

 

Non ci credo.

pietro ichino 3

(Sorriso) «Nemmeno lei, a dire il vero. Mia madre accettò, ma poi diventò la vera capofamiglia, quella che prendeva tutte le decisioni importanti. Eh eh...».

 

Che idee politiche aveva papà Ichino?

«Votava sinistra democristiana alla Camera, dove si poteva scegliere con la preferenza, e partito socialista al Senato. I miei erano molto insoddisfatti dell' Italia degli anni Cinquanta, sempre a caccia di...profeti».

 

Ne troveranno almeno uno: Don Milani.

«In una prima vita, lui era stato fidanzato della prima cugina di mia madre. I miei divennero grandi sostenitori della scuola di Barbiana».

 

Il suo primo voto?

«Nel 1966 Psi e poi Psiup. Quindi arriva l' onda del 1968 e cambia tutto».

 

Lei entra nel sindacato e nel PCI.

luigi di maio

«Dal 1969 al 1979 lavoro nella Cgil. Che poi mi manda in Parlamento. Avevo solo 29 anni. L' impressione maggiore fu far parte del gruppo parlamentare comunista. Arrivavo da una Cgil lombarda aperta e riformista. Avevo idee poco ortodosse, che nel Pci non avevano vita facile».

 

Ad esempio?

«Già allora contestavo il monopolio statale del collocamento. Volevo il riconoscimento del part-time».

 

Era un altro mondo.

«Rompevo gli schemi. Pubblicai Il collocamento impossibile, denunciando un ferrovecchio che era difeso con forza da Pci, Psi e anche Dc. I collocatori erano quasi tutti democristiani, della corrente di Donat Cattin».

 

marco biagi insulti sui muri dell'università di modena

Il ministro della corrente Forze nuove.

«Il capo del loro sindacato, un certo Caponnetto, li aveva portati in dote a Forze nuove in cambio di un posto di rilievo al ministero del Lavoro».

 

Nessuna parentela con il giudice?

pietro ichino 2

«Zero. Erano quelli che consentivano di aggirare la graduatoria per le assunzioni.

Dicevano al lavoratore: "Iscriviti alla lista come battilastra" oppure "come dattilografa con conoscenza del russo e fai chiedere questa qualifica dall' azienda". In molti luoghi c' era una tariffa per questo "servizio": metà della prima busta paga».

 

E quanto durò?

«Raccontai questi casi. Denunciai per peculato un dipendente pubblico disonesto mandandolo in galera».

 

Il Pci no la ricandidò?

marco biagi

(Risata) «Sì, ma a Sesto San Giovanni, dove le mie idee erano molto sgradite ai compagni. Così non venni rieletto e mi trovai senza lavoro».

 

Un disastro.

«Sì e no. Dedicai due anni a scrivere un libro - Il tempo della prestazione nel rapporto di lavoro - e grazie a quello vinsi la cattedra di diritto del Lavoro. Era il 1986. Cinque anni a Cagliari. Nel 1991 mi chiamarono alla Statale di Milano, Scienze politiche».

 

La sua vita cambia quando viene ucciso Marco Biagi il 19 marzo 2002.

«Da allora sono sotto scorta. Ma erano stati peggio i tre anni precedenti, dopo l' assassinio di Massimo D' Antona«.

l'omicidio di massimo d'antona

 

Sotto scorta ancora oggi?

«Ho chiesto quattro volte che me la togliessero. La prima volta nel 2006. Un giorno a novembre il prefetto Lombardi mi parlò in privato: "Ichino, non possiamo: stanno organizzando un attentato contro di lei"».

 

Ed era vero.

«Mi mostrò delle foto: riconobbi due studenti. Amarilli Caprio e Davide Bortolato, venuti da Padova proprio per questo attentato».

 

Li conosceva?

«Bortolato di sfuggita, l' avevo sentito parlare in qualche assemblea.

massimo d'antona con la figlia

 

E Amarilli Caprio?

«Rimasi di stucco. In Università l' avevo notata, eccome. Anche perché era una bellissima ragazza».

 

Hanno avuto nove anni.

«Però li hanno scontati tutti. Poi sono usciti con tutti gli onori. Bortolato venne accolto a Padova, nel suo bel centro sociale con uno striscione: "Onore ai compagni arrestati, giustizia per i servi del capitale"».

il 'navigator' di maio visto da twitter 12

 

 Ora si è ritirato dal lavoro?

«Mica tanto. Dall' anno scorso ho la pensione, ma continuo a insegnare, a seguire i tesisiti, e soprattutto a scrivere».

 

La commovente lettera per sua moglie, morta per una paralisi progressiva, ha fatto il giro del mondo.

«L' ho scritta l' ultima notte in cui l' ho assistita, per le mie figlie e i nipoti».

 

L' ha messa sul suo sito.

Jeremy Rifkin

«Sì perché lo leggono i miei nipoti, sparsi in tutto il mondo: Città del Capo, Los Angeles, Londra, Brasile, Inghilterra. Poi di quel post si è impadronito il circo mediatico ed è divenuto virale: 250.000 visualizzazioni».

 

Il suo bersaglio polemico: «la fine del lavoro».

«Mi spiace per Rifkin ma quella è proprio una fake news: nel 1977 c' erano 17 milioni di italiani al lavoro, dopo 40 anni di sviluppo tecnologico accelerato erano 23».

 

Ma non sono fissi.

«La verità? Non manca tanto il lavoro, quanto l' intelligence necessaria per trovarlo».

 

pietro ichino

Lei dice che occorre l' intelligenza, la capacità di capire il mercato per poterlo usare a proprio vantaggio.

«Non è utopia. Già oggi molti scelgono l' imprenditore».

 

Possibile?

«Quando delimitano la zona, o il settore professionale, o le dimensioni dell' azienda, o migrano per trovare di meglio. Che debbano poterlo fare tutti, è la Costituzione, articolo 4, a dirlo».

 

E invece?

«Se molti non possono farlo è in parte perché mancano i servizi di informazione e formazione mirata, in parte perché il nostro Paese respinge gli imprenditori stranieri».

 

La rivoluzione digitale distrugge occupazione?

«Ne distrugge e ne crea. Oggi senza innovazione non sopravvive né l' impresa né il lavoro».

 

Ma l' innovazione crea esuberi.

«E nuove occasioni di lavoro. Ricordo le 900.000 lavandaie italiane che lavoravano con le mani nell' acqua fredda».

 

SERGIO MARCHIONNE E JOHN ELKANN

Fino a quando è arrivata la lavatrice, negli anni Sessanta.

«Non sono diventate barbone, ma operaie e dattilografe. Il tasso di occupazione femminile è cresciuto».

 

E il sindacato?

«Dovrebbe essere l' intelligenza collettiva che guida i lavoratori nella scommessa comune con il buon imprenditore sull' innovazione».

 

Non è così?

«Qualche volta sì, qualche volta no. Prenda la Fiat, e la guerra a Marchionne. Se avesse vinto il No avremmo avuto un manager di Stato. Meglio?».

 

A che servono i sindacati?

GIANLUIGI GABETTI E SERGIO MARCHIONNE

«A distinguere i piani industriali buoni dalla fuffa. Da noi in molti casi non hanno saputo farlo. Per esempio nel caso di Alitalia. No ad Air France, sì alla cordata di capitani coraggiosi dei quali nessuno aveva mai fatto volare un aereo».

 

E poi?

SERGIO MARCHIONNE

«Bisogna aprire agli stranieri. Per decenni ha prevalso una chiusura bi-partisan. Da destra in nome dell' italianità delle imprese. Da sinistra per un rifiuto pregiudiziale verso le multinazionali. Nel 1986 abbiamo detto no a Ford in Alfa Romeo, poi nel 2000 a AT&T in Telecom, ad Abn Ambro in Antonveneta, ad Abertis in Autostrade». E oggi? «L' entusiasmo per le nazionalizzazioni accomuna Fratelli d' Italia a Leu e a una parte del Pd. Penso all' Ilva, ad Alitalia, alla povera Cassa depositi e prestiti che deve prepararsi a fare quello che faceva la Gepi negli anni Ottanta».

 

Lei la chiama «reazione pavloviana».

Gualtieri Conte

«È quello che accade in Italia ogni volta che un' impresa chiude. Come nel caso Whirlpool: si preferisce sempre, a priori, tenerla in vita con la respirazione bocca a bocca, piuttosto che garantire ai lavoratori sicurezza nella transizione al lavoro buono che si offre altrove».

 

Tradotto in parole povere?

luigi di maio incontra i vertici whirpool 2

«Anziché cercare il lavoro buono che c' è, investendo in servizi efficaci e moderni di orientamento e formazione, restare attaccati con le unghie e coi denti a quello cattivo, che è perso».

 

E qui si torna ai navigator.

«Nel Nord Europa i Job advisor hanno due o tre anni di formazione post laurea. Questi nostri sono ragazzi che del mercato del lavoro e dei servizi di orientamento sanno pochissimo».

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