machete torino

“NON SONO UN MOSTRO E NEMMENO UN CRIMINALE. SONO UNO SFORTUNATO” - PARLA HAMZA ZIRAR, IL 28ENNE MAROCCHINO FOTOGRAFATO CON UN MACHETE IN STRADA A TORINO MENTRE RINCORREVA UN CONNAZIONALE E RIMPATRIATO: “DEI PUSHER MI HANNO AGGREDITO, A UNO DI LORO È CADUTO IL COLTELLO E IO L'HO RACCOLTO PER DIFENDERMI. SONO VENUTO IN ITALIA PER TROVARE UN LAVORO MA HO TROVATO UNA VITA ORRIBILE. MI SONO RITROVATO A DORMIRE IN STRADA, MANGIAVO E LAVORAVO UN GIORNO SÌ E L'ALTRO NO…”

Irene Famà per “la Stampa”

 

HAMZA ZIRAR

«Non sono un mostro. E nemmeno un criminale. Sono uno sfortunato, questo sì». Hamza Zirar è "l'uomo del machete". Il 28enne marocchino che il 1° giugno, alla periferia di Torino, in mezzo alla strada, rincorreva un suo connazionale con un coltellaccio in mano. A petto nudo, ricoperto di sangue. Arrestato, processato, trasferito dal carcere al Cpr, è stato rimpatriato. Verrà giudicato in contumacia. Dice la verità, ma proprio tutta la verità? Chi può dirlo. Una cosa è certa: in Marocco è tornato dalla sua famiglia, in Italia resta il simbolo di quei quartieri complessi, dove povertà, violenza e mancata integrazione sono tutt' uno.

 

A Torino, per tutti, lei è «l'uomo del machete». Non è così?

«Al giudice l'ho spiegato. Dei pusher mi hanno aggredito, a uno di loro è caduto il coltello e io l'ho raccolto per difendermi. Mi hanno ferito, ci sono le foto».

 

UOMO COL MACHETE A TORINO 1

Lei è la vittima?

«In quel caso sì. Non sono cattivo, sono solo sfortunato».

 

Sfortunato. Perché?

«Sono venuto in Italia per trovare un lavoro. Ci ho provato. Da voi la vita è bella. Non avrei affrontato un viaggio del genere, se non fosse stato per il futuro di mia moglie e dei miei figli».

 

Quale viaggio?

«Trentasei ore a bordo di un barcone con altre 120 persone. Dal Marocco a Lampedusa, passando per l'Algeria e la Libia».

 

Ha pagato qualcuno?

«Sì, certo. Funziona così».

 

Quanto?

«Quattromila euro».

 

UOMO COL MACHETE A TORINO 2

In 17 mesi in Italia ha collezionato arresti e denunce per furto e rapina.

«Per rapina no».

 

Come lo spiega?

«Ho trovato una vita orribile. Mi sono ritrovato a dormire in strada, mangiavo e lavoravo un giorno sì e l'altro no».

 

Dove ha vissuto?

«In Campania, Lombardia, Piemonte. Andavo in centro e vedevo le persone in giro con le auto, i cellulari. Ero clandestino, senza documenti. Ho fatto degli errori. Ma sa cosa significa passare la notte sul marciapiede? Sa per chi ho sopportato tutto questo?».

 

Per chi?

«Per i miei figli. Il più grande ha 9 anni, la più piccola 4».

 

Nessuno le ha offerto un lavoro?

«Al mercato di Torino scaricavo le cassette della frutta e della verdura. Poi però mi hanno arrestato per la storia del machete».

INSEGUIMENTO CON IL MACHETE A TORINO

 

In aula per la sentenza ci sarà la sua avvocata Francesca D'Urzo. Lei non potrà assistere. Le dispiace?

«Sinceramente? Sì. Spero che il giudice abbia capito».

 

Durante l'ultima udienza, però, ha fatto il dito medio al pubblico. Perché?

«Ero arrabbiato. Niente nella mia vita è andato come doveva».

 

Ora è tornato in Marocco.

«Lavoro come fruttivendolo, ma qui non voglio stare».

 

Per la legge non può tornare in Italia. Vuole provarci lo stesso?

INSEGUIMENTO CON IL MACHETE A TORINO

«I miei figli meritano una vita diversa dalla mia. Qui non potranno mai averla». -

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