ponte morandi benetton gianni mion

“IL PONTE MORANDI? L’AZIENDA ERA AL CORRENTE DELL’ERRORE DI PROGETTAZIONE. I TECNICI ERANO PERPLESSI CHE QUEL PONTE POTESSE STARE SU” - IL VERBALE CHOC DI GIANNI MION CHE SVERGOGNA I BENETTON - L’UOMO FORTE DELLA FAMIGLIA (NON INDAGATO) PARLA AI PM E SVELA UN INCONTRO DEL 2010, QUANDO GIÀ SI SAPEVA DI UN DIFETTO NELLA STRUTTURA – “CHIESI SE UN ENTE ESTERNO AVESSE CERTIFICATO LA SICUREZZA. MI DISSERO CHE CE LA AUTOCERTIFICAVAMO CON SPEA. RIMASI TERRORIZZATO” – “CASTELLUCCI ERA CIRCONDATO DA INCOMPETENTI, AVEVA TROPPO POTERE”

Giacomo Amadori per “La Verità”

 

GIANNI MION

Non è mai stato iscritto sul registro degli indagati nell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi che, il 14 agosto 2018, ha inghiottito 43 vite. Eppure in questa vicenda è un testimone di primissimo piano. Come dimostra il verbale che pubblichiamo in esclusiva in queste pagine. Gianni Mion, 79 anni, originario di Vo' (Padova), è stato amministratore delegato della holding della famiglia Benetton, la Edizione, dal 1986 al 2016, consigliere di amministrazione sia di Autostrade per l'Italia sia della sua vecchia controllante, Atlantia.

 

Il peso specifico di Mion lo lasciamo precisare al pm genovese Massimo Terrile: «È l'inventore dell'impero Benetton, è quello che [...] ha indotto la famiglia Benetton, a buttarsi nel business delle autostrade e ha costruito, come dire, l'architettura del sistema Benetton, in cui i vari fratelli uno si occupava di autostrade e l'altro si occupava dei golfini colorati e di quant' altro [...] Mion e come dire il Richelieu mettiamolo cosi, è il Richelieu del Re Sole famiglia Benetton».

 

ponte morandi

Il 13 luglio 2021, dopo la chiusura delle indagini preliminari, il «consigliere» è stato sentito in gran segreto da Terrile, il quale, poi, ha utilizzato quel verbale come indizio decisivo durante l'udienza preliminare. Infatti il documento descrive un evento considerato chiave per tutta questa storia. Mion introduce così l'argomento: «Periodicamente si organizzavano degli incontri, che noi chiamavamo di induction, nel corso dei quali venivano presentati e illustrati temi vari, alla presenza di tutti i consiglieri di amministrazione di Atlantia, dei membri dei collegi sindacali, degli amministratori delegati delle società del gruppo, dei direttori generali, del management tecnico di vertice». Riunioni «informali che non venivano [] verbalizzate, ma che duravano molto ed erano molto approfondite».

 

Per il manager, in una di queste, «dedicata al tema dei viadotti e delle gallerie», si sarebbe parlato «lungamente delle problematiche che affliggevano il viadotto Polcevera». L'incontro su cui si è concentrata l'attenzione dei pm è quello del 16 settembre 2010. Quell'appuntamento è entrato nel processo quasi come una pistola fumante, usata contro diversi imputati, ma non contro i Benetton o Mion, che ne ha parlato in Procura.

 

GIANNI MION 1

Alla fine questi signori sono rimasti fuori dall'inchiesta e nessuno è andato ad acquisire documentazione negli uffici del Richelieu di Treviso e neppure nella sede della holding Edizione e della subholding Sintonia. Forse i magistrati hanno preferito non disperdere le forze e si sono concentrati sulle responsabilità dirette degli imputati per il disastro. Ma Terrile, nella requisitoria pronunciata durante l'udienza preliminare che ha portato al rinvio a giudizio degli indagati, ha più volte citato il verbale di Mion. Una bomba di cui gli avvocati hanno ben compreso l'importanza.

 

gilberto benetton

Per questo vale la pena di analizzare al microscopio quelle dichiarazioni. In particolare laddove Mion fa riferimento alla riunione: «Per me quell'incontro è stato memorabile. Parlavano i tecnici e illustravano varie tematiche legate alla gestione delle gallerie e dei viadotti della rete. Ad un certo punto, si arrivò a parlare del viadotto Polcevera, che tutti noi sapevamo essere l'opera d'arte più importante, più prestigiosa e anche più complessa dell'intera rete nazionale. I tecnici spiegarono che il viadotto Polcevera aveva un difetto originario di progettazione», ha detto Mion. Terrile in aula gli ha fatto l'eco: «I tecnici spiegarono che il viadotto Polcevera aveva un difetto originario di progettazione... non so se e chiaro il concetto perché io l'ho letto tre o quattro volte per essere sicuro.

 

 

GIANNI MION

Siamo nel 2010 e i vertici di Aspi, riuniti in questa induction, discettano tra loro di un difetto di costruzione che affligge il viadotto Polcevera».

Insomma, per l'accusa, a far crollare il ponte potrebbe essere stato «un difetto di cui si parlava già nel 2010».

 

il difetto originario Il magistrato vuole sapere di quale problema si trattasse. Mion non sa rispondere («Io non sono in grado di descriverlo, essendo passato tanto tempo e non avendo alcuna competenza tecnica»), ma ricorda un'informazione sconvolgente che acquisì in quella riunione: «I tecnici spiegarono che quel difetto di progettazione creava delle perplessità sul fatto che quel ponte potesse stare su».

 

Terrile ripropone con enfasi davanti al Gup tale virgolettato: «Quel difetto di progettazione creava delle perplessità tra i tecnici di Autostrade, riuniti alla presenza di Castellucci nella riunione di induction del 16 settembre 2010 sul fatto che il ponte potesse restare su». Il pubblico ministero si indigna: «A me fa impressione 'sta roba qui». Poi ricorda che a quella riunione parteciparono, oltre a Mion, Castellucci e l'allora direttore generale Riccardo Mollo «che in quel momento sono i due massimi rappresentanti dell'azienda». Per la pubblica accusa le parole di Mion sono terribili, ancor più perché pronunciate da uno che non solo «è la voce dei Benetton dentro Autostrade, attraverso la società Edizione», ma e anche «uno che non deve scansare alcun rischio di responsabilità perché lui proprio con questa roba qui non c'entra».

 

gilberto benetton

Quella di Terrile sembra una certezza granitica. E così il racconto del manager può fluire in tutta la sua enormità, ma come se fosse il resoconto di un osservatore sceso da Marte: «Ricordo perfettamente che io, ad un certo punto, intervenni, da completo incompetente qual ero, e chiesi se avevamo qualche ente esterno che aveva attestato la sicurezza strutturale di questo ponte cosi importante e così complicato.

 

Siccome gestivamo la rete in regime di concessione, io pensavo ad una attestazione di sicurezza da parte della concedente o di un ente di fiducia della concedente. A quel punto, Mollo mi rispose - lo ricordo come fosse adesso - che la sicurezza del ponte ce la autocertificavamo».

 

gilberto benetton

Terrile parafrasa per gli astanti: «Noi la sicurezza del ponte ce la autocertifichiamo, non rompete le scatole, non disturbate il manovratore, non parlate al conducente». Il pm rimarca più volte l'espressione «ce la autocertifichiamo» perché Spea era «roba loro».

 

La voce di Mion entra in udienza come quella di Girolamo Savonarola, ricordando ai presenti i loro peccati: «La cosa mi lasciò allibito e sconvolto, anzi, più esattamente, terrorizzato. Mi sembrava assurdo che, essendo tutti consapevoli dell'esistenza di un difetto di progettazione in un'opera così importante, non chiedessimo una verifica esterna e terza della sua sicurezza, da condividere con il concedente.

Tanto più che si trattava di un'opera con circa 50 anni di vita, i cui materiali erano necessariamente usurati e che aveva certamente dovuto sopportare, nel corso di quegli anni, un enorme incremento del traffico veicolare, anche pesante».

 

Lo j' accuse prosegue implacabile: «Ma questa cosa sembrava assurda soltanto a me, perché constatavo che, invece, a tutti gli altri partecipanti a quell'incontro (tra i quali c'era ovviamente anche Castellucci) sembrava tutto normale, che nessuno si preoccupava e che nessuno aveva dubbi di nessun genere.

Mollo garantiva che le verifiche eseguite all'interno del nostro gruppo, tramite Spea, escludevano qualsiasi problema di sicurezza del viadotto e tutti, a parte io, erano soddisfatti di questa garanzia».

 

il crollo del ponte morandi

Mion è di diverso avviso: «Io, invece, mi sentivo tutt' altro che tranquillo, non mi fidavo, non condividevo il metodo perché, in una situazione del genere, mi pareva assolutamente indispensabile coinvolgere il ministero, e cominciai così, proprio da quel momento, a pensare di allontanarmi dalle mie posizioni di responsabilità e di lasciare quindi l'incarico di consigliere di amministrazione di Atlantia, cosa che feci poi attorno al 2013».

Dunque la voce, gli occhi, le orecchie dei Benetton, come le tre scimmiette, batte in ritirata anziché provvedere a far invertire la rotta.

 

Terrile rimarca che Mion «è uno che per decenni ha deciso vita, morte e miracoli di tutto quello che succedeva in tutto il gruppo Benetton», ma non gli contesta alcuna responsabilità. Per la toga è una specie di Grillo parlante e non un complice. Un uomo per bene che si scandalizza di fronte a quello scempio. Peccato che potesse, forse, provare a porvi rimedio.

 

giovanni castellucci 1

Infatti il manager non è un passante, ma il più influente rappresentante della proprietà. È il braccio operativo degli imprenditori trevigiani, ma quando ascolta le enormità che gli tocca sentire sul Morandi, per l'accusa, conta come il 2 a briscola. Non può denunciare la cosa all'autorità giudiziaria, non può avvertire il ministero, non può chiedere ai Benetton di correre ai ripari. No, lui nella riunione di induction fa praticamente la bella statuina. Anzi, inorridisce.

 

«Io non c'entro» Anche se davanti ai magistrati prova a evitare coinvolgimenti giudiziari con questa precisazione: «Non ho mai avuto ruoli all'interno di Autostrade per l'Italia (anche se ha fatto parte del Cda, ndr). Ci tengo a sottolineare che Edizione è sempre stato, e ha sempre voluto essere, un investitore finanziario e non un socio gestore, perché questa era la volontà della famiglia Benetton, cui Edizione faceva capo, e queste erano, del resto, le mie competenze professionali, che sono sempre state competenze in materia di investimenti finanziari, e mai di gestione».

 

crollo ponte morandi

La Procura deve aver accolto l'obiezione. Nel faccia a faccia tra Mion e Terrile si è discusso anche del ruolo dei «fratelli Benetton». «Chi si occupava del settore delle autostrade, chi era il suo riferimento e il suo interlocutore abituale in quel campo?» domanda il pm. E Mion replica che «era Gilberto». Il quale, puntualizza, però, subito il manager, «è deceduto nel 2018». In sostanza se mai in Procura a qualcuno fosse venuto in mente di dare la caccia alla «sacra famiglia» sarebbe stato necessario far rotta sul camposanto. Richelieu è chiaro: «Gilberto era l'unico che si interessava di autostrade ed è sempre stato il mio unico interlocutore al riguardo.

 

Gli altri fratelli non soltanto non si sono mai occupati di questo settore, ma anzi, sotto molti aspetti, lo soffrivano, perché ritenevano che le vicende che lo interessavano producessero effetti negativi sull'immagine e sulla comunicazione Benetton così come si era consolidata nel tempo e affermata in tutto il mondo».

 

giovanni castellucci con il plastico del ponte morandi a porta a porta

Mion confida che, inizialmente, dopo la privatizzazione, le sue interlocuzioni con gli amministratori delegati, Vito Gamberale e Castellucci («entrambi scelti e assunti da me») «erano pressoché quotidiane» e lui rappresentava «il tramite costante e pressoché esclusivo tra la famiglia Benetton e i massimi responsabili della gestione». Poi quando Mion aveva iniziato a proporre l'ingresso di soci industriali, che gli amministratori temevano avrebbero causato «una limitazione dei loro poteri gestionali», «entrambi avevano avvertito e maturato sempre più la necessità o l'opportunità o la convenienza di entrare in rapporto diretto con la proprietà».

 

giovanni castellucci con il plastico del ponte morandi a porta a porta 1

Quindi, dice Mion, l'imputato principale, l'ingegner Castellucci, aveva interlocuzioni non mediate con i Benetton. Ma forse tra loro parlavano di maglioncini. Terrile domanda al testimone se sapesse che negli anni 90 fossero stati fatti dei lavori sugli stralli (per il deterioramento dei cavi) di una delle pile del Morandi, e che ce ne fossero due identiche su cui quegli interventi non erano stati realizzati.

 

È a questo punto che il manager estrae dal cilindro la storia delle riunioni di induction. Il magistrato squaderna davanti al testimone diverse intercettazioni che lo riguardano e gli ricorda che in un paio di esse aveva affermato che Autostrade era piena di «personaggi finti», che «era Castellucci a gestire tutto» e che «loro avevano messo [] tutti pupazzi [] che potevano manovrare». Dove «loro» ovviamente non sono i Benetton. Il manager, dopo avere confermato quelle parole, le chiosa in questo modo: «Devo dire che io avverto una mia personale responsabilità morale per la tragedia, perché sono stato io a scegliere Castellucci e perché non ho fatto abbastanza per limitarne il potere».

alessandro e luciano benetton

 

Un'egemonia che era praticamente illimitata: «Castellucci, nel suo ruolo di amministratore delegato sia di Atlantia sia di Aspi, godeva, di fatto, di un potere assoluto, anche perché era privo, come ho spiegato, di forti interlocutori imprenditoriali che potessero limitarne l'onnipotenza». La valutazione di Mion è che l'ad «si circondasse di figure di modesta caratura, tali da non potergli dare ombra». Il disastro del Morandi sarebbe la conseguenza di questo accentramento decisionale privo di controlli esterni, a partire da quelli governativi.

giovanni castellucci

 

Il ruolo di Spea «Questo è stato l'errore fondamentale commesso, a mio parere, nella fase della privatizzazione. Spea non avrebbe mai dovuto essere privatizzata e, tanto meno, inglobata nel gruppo Autostrade», è la conclusione di Mion.

«Spea, per esercitare con efficacia, autonomia e professionalità i suoi fondamentali compiti di sorveglianza e monitoraggio tecnico delle opere della rete, avrebbe dovuto rimanere una società pubblica, facente capo al ministero o all'Anas. In alternativa, sarebbe stato indispensabile che, prima Anas e poi iI Mit, si dotassero e disponessero delle ingenti risorse economiche indispensabili per operare un reale ed efficace controllo sulla sicurezza di ponti e gallerie della rete, il che certamente allora non era e neppure oggi è.

 

Processo per il crollo del Ponte Morandi

Questo è stato un gravissimo errore di principio». Per cui, sembra, non pagherà nessuno. A quello sbaglio imperdonabile «ha fatto seguito - dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di questo processo - la consapevolezza», come si evince dalle intercettazioni dello stesso Mion, «che Spea fosse piena di incapaci e di lazzaroni e che, come prima ed essenziale mossa, Aspi avrebbe dovuto prenderne le distanze, scaricandola e abbandonandola al suo destino».

 

Ma questo non sarebbe accaduto neppure dopo la morte di 43 innocenti. A testimoniarlo è Mion: «L'atteggiamento assunto dalla famiglia e dalla società, per bocca di Castellucci, subito dopo il crollo è stato, a mio avviso, completamente sbagliato e rovinoso. Ricordo che telefonai a Castellucci, tre giorni dopo il crollo, chiedendogli esplicitamente di chiedere scusa, di stanziare una grossa cifra per i primi risarcimenti e di dare le dimissioni. Castellucci non fece niente del genere e, su questo, trovò l'appoggio iniziale della proprietà, che secondo me - come dico in altre conversazioni di cui mi viene esibita la trascrizione parziale - non si era ancora resa conto dell'entità della tragedia e degli effetti devastanti che essa produceva sulla immagine loro e delle loro imprese. La reputazione Benetton - come mi confermò la sondaggista Ghisleri (Alessandra, ndr) - era morta e sepolta».

 

MARIO DRAGHI - QUARTO ANNIVERSARIO DEL CROLLO DEL PONTE MORANDI

E in un'intercettazione Mion aveva specificato che ad «ammazzarla» erano state «le due feste di Cortina», organizzate con le macerie ancora fumanti. Dunque una delle più note schiatte imprenditoriali italiane per mesi non si sarebbe resa conto della gravità dell'accaduto. E per svegliarla dal torpore ci sarebbe stato bisogno degli articoli dei giornali che svelavano i primi atti di indagine. O per lo meno, questo sostiene Mion: «Da questo punto di vista, devo dire che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche costituì una fortuna e un vero toccasana per far acquisire, anche alla famiglia, la necessaria consapevolezza della gravità della situazione. Ciò comportò, seppure con colpevole ritardo a mio avviso, l'estromissione di Castellucci, oltre che di Spea».

 

QUARTO ANNIVERSARIO DEL CROLLO DEL PONTE MORANDI DI GENOVA

Con questo clima, nel giugno 2019, il manager è rientrato in Edizione con il ruolo di presidente «per cercare di creare le condizioni per salvare la concessione e ricostruire la credibilità perduta». Dal verbale si evince anche il tentativo un po' velleitario di Terrile di far confessare qualche colpa a Mion o di fargli incolpare i suoi generosi datori di lavoro: «Lei ha mai dato, o le risulta che qualcuno abbia dato, agli amministratori di Aspi, per conto della proprietà, indicazioni o direttive su materie quali le spese di manutenzione, in particolare indicazioni o direttive finalizzate a contenerle nella massima possibile misura?», domanda il magistrato. La risposta è facilmente prevedibile: «Assolutamente no. Non solo io non mi sono mai sognato di dare indicazioni di quel genere, ma a nessuno della famiglia Benetton sarebbe mai venuto in mente di prendere simili iniziative».

Processo per il crollo del Ponte Morandi 2

 

L'inquirente chiede a Mion se non si fosse accorto che nei bilanci i costi per le manutenzioni «andavano sistematicamente a diminuire» con un decremento in otto anni di quasi il 60 per cento. Quindi domanda all'interlocutore se fosse al corrente che l'ultimo costoso intervento manutentivo sul ponte risalisse al 1992 quando Aspi era pubblica e che da allora fossero stati spesi meno di 400.000 euro. Mion prova a svicolare: «Non sempre la diminuzione dei numeri corrisponde a una diminuzione di efficienza».

 

Ma un'intercettazione lo riporta alla realtà: la registrazione dove dice: «Il vero grande problema è che le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo meno facevamo. Così distribuiamo più utili. Gilberto e tutta la famiglia erano contenti []». Il manager mette in campo un bel catenaccio: «Certamente a nessuno della famiglia e a nessuno dei soci poteva dispiacere che venissero distribuiti dividendi così elevati.

 

ponte morandi

Certamente il legame che si era creato tra Gilberto e Castellucci dipendeva anche dal fatto che la gestione di Castellucci garantiva quegli utili e quei dividendi. Ma posso escludere con assoluta certezza che qualcuno della proprietà abbia mai preso iniziative o dato direttive allo scopo di ridurre quanto più possibile le spese per la manutenzione delle opere della rete e di aumentare, conseguentemente, gli utili e i dividendi da distribuire». Anche se per Mion, a partire dal 2010, era chiaro, e sono parole sue, che la situazione fosse sconvolgente.

camion basko ponte morandiIL MONCONE CROLLATO DEL PONTE MORANDIponte morandi genova 1ponte morandi genova 2ponte morandi genova 3ponte morandi genovail primo video di alessandro benetton da presidente di edizione 6il primo video di alessandro benetton da presidente di edizione 7Processo per il crollo del Ponte Morandi 3

Ultimi Dagoreport

stefano benigni marina berlusconi antonio tajani

LA “SFI-DUCETTA” ALLA LEGGE ELETTORALE HA APERTO IL VASO DI PANDORA: IN FORZA ITALIA SIAMO ALLA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI! SI VOCIFERA CHE IL SEGRETARIO, ANTONIO TAJANI E STEFANO BENIGNI PASSASSERO FRA I BANCHI A DIRE AI DEPUTATI COME VOTARE. MA HANNO FALLITO: IL LORO OBIETTIVO ERA INFATTI FAR PASSARE L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE, IN PARTICOLARE IL SUPERAMENTO DELLA REGOLA DEL 60/40 (L’ALTERNANZA DI GENERE) - L’EX MONARCHICO VORREBBE LIBERARSI DEI PARLAMENTARI STORICAMENTE LEGATI A SILVIO BERLUSCONI, E OGGI A MARINA – IL SEGRETARIO È CONVINTO CHE LA “CAVALIERA” NON METTERÀ BOCCA SULLE LISTE PERCHE' SI SAREBBE GIÀ STANCATA DEL "GIOCATTOLO” FORZA ITALIA...

naike rivelli

DAGOREPORT – ORA SÌ CHE TI RICONOSCIAMO, NAIKE! LA RIVELLI DEDICA UN ALTRO VIDEO COATTO A DAGOSPIA E FINALMENTE TORNA LA BURINELLA CHE ABBIAMO SEMPRE AMATO – DALLE LEZIONI SULL’INGOIO DELLE BANANE ALLA FOTO CON LA TESTA NEL CESSO FINO ALLA “VULVA ART” E ALLA MEGA-HIT “DEFAILLANCE”, ABBIAMO SEMPRE ADORATO LA NAIKE FUORI CONTROLLO, TRA AVVENTURE LESBO, FOTO IGNUDA E APPELLI PRO-GNOCCA – CARISSIMA NAIKE, ABBIAMO UN CONSIGLIO: LASCIA PERDERE I DISSING, GLI SCONTRI VERBALI, LE POLEMICHE. NON SONO PER TE. NON AFFATICARE LE SINAPSI, LASCIALE LIBERE DI SINTONIZZARSI CON L’UNIVERSO. SPALANCA I CHAKRA, CHISSÀ CHE L’ENERGIA COSMICA NON ENTRI A FARE UN SALUTO. NON PRENDERTI TROPPO SUL SERIO. NOI NON L’ABBIAMO MAI FATTO...

giorgia meloni salvini tajani legge elettorale

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI ERA CONVINTA DI AVER TROVATO UN ACCORDO CON SALVINI E TAJANI: PER AMMANSIRE I SUOI DUE ALLEATI, CONTRARISSIMI ALLE PREFERENZE, LI AVEVA ACCONTENTATI CON LE NOMINE DI STRISCIUGLIO A FERROVIE E STAZI ALLA CONSOB. OTTENUTO TUTTO QUESTO, NON SI METTERANNO MICA A ROMPERE I COJONI, PENSAVA LA DUCETTA. E INVECE… - IL GUAIO È CHE IL “FU TRUCE DEL PAPEETE” E L’EX MONARCHICO DI FERENTINO NON GOVERNANO PIÙ I LORO PARTITI, ORMAI SFARINATI – DENTRO FRATELLI D’ITALIA, MICA VA TANTO MEGLIO: QUANDO FRANCESCO LOLLOBRIGIDA PARLA DI “VIGLIACCHINI” CHE HANNO VOTATO NO, CE L’HA ANCHE CON I SUOI CAMERATI DI VIA DELLA SCROFA (IL PARTITO GRANITICO E COMPATTO DIETRO “IO SO’ GIORGIA’ NON ESISTE PIÙ

giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT- MENTRE LA RIFORMA ELETTORALE APPRODA IN PARLAMENTO, GIORGIA MELONI È TORMENTATA DA DUBBI E PERPLESSITÀ - ALL’EPOCA DELLA STESURA DEL NUOVO SISTEMA DI VOTO, NESSUNO DELLA FIAMMA MAGICA AVEVA PRESO IN SERIA CONSIDERAZIONE IL GENERALISSIMO VANNACCI E L'INARRESTABILE ASCESA DEL SUO PARTITO FUTURO NAZIONALE - E ADESSO SI CORRE IL FORTE RISCHIO CHE NESSUNA DELLE DUE CONTRAPPOSTE ALLEANZE RIESCA A INCAMERARE QUEL 42% CHE PORTEREBBE A UN PREMIO DI MAGGIORANZA DI 70 DEPUTATI E 35 SENATORI - UN BONUS TALMENTE ESAGERATO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE NON AVREBBE IL MINIMO DUBBIO NEL BOCCIARLO - NON SOLO: A FINIRE SOTTO GLI ARTIGLI DELLA CORTE SPICCA ANCHE L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER NEL PROGRAMMA, UNA SORTA DI PREMIERATO IN VERSIONE DIETOR CHE VA A CONFLIGGERE CON LA COSTITUZIONE CHE VUOLE CHE SIA IL CAPO DELLO STATO A INDICARE IL PREMIER…

baroni universitari

DAGOREPORT - TRUFFE, FAVORI, ABUSI DI POTERE: MA COME SI FA A DIRE AI RAGAZZI DI STUDIARE E A CREDERE NELL’UNIVERSITÀ ITALIANA? - IL PRIMO ATENEO IN CLASSIFICA, IL POLITECNICO DI MILANO, TIENE PER TRENT’ANNI UN PROFESSORE PRECARIO A MILLE EURO CIRCA ALL’ANNO, MENO DI UN PAKISTANO CHE RACCOGLIE POMODORI! - CONTRO GLI ESITI, PILOTATI, DEI CONCORSI UNIVERSITARI, GIACCIONO CENTINAIA DI CAUSE DI RICORSO, POICHÉ L’ITALIA È L’UNICO PAESE DOVE PRIMA SI SCEGLIE IL CANDIDATO, POI SI RITAGLIA IL CONCORSO - IL CELEBRATO ERASMUS E' TANTO DIVERTENTE PER GLI STUDENTI (ANCHE PER ACCOPPIARSI) QUANTO INUTILISSIMO PER LO STUDIO: LO SANNO TUTTI CHE LO STUDENTE ERASMUS LO SI FA PASSARE PERCHÉ TANTO POI SE NE TORNA NELLA SUA UNIVERSITÀ - IN PARLAMENTO HANNO FATTO SALTARE L’ABILITAZIONE NAZIONALE (CHE FU INTRODOTTA DALLA GELMINI): I CONCORSI PER NUOVI DOCENTI SARANNO LOCALI, CIOE’ CONSEGNATI, COMPLETAMENTE, NELLE MANI DEI ‘’BARONI’’: TANTO LA MAGISTRATURA DORME (OPPURE LI ASSOLVE) - E PER FORTUNA CHE È IL GOVERNO DELLA MERITOCRAZIA, PRESIEDUTO DA UN “UNDERDOG”…

tommaso cerno lirio abbate sigfrido ranucci giuliano ferrara valter lavitola

DAGOREPORT - SE C'È UN FILO DI CONTINUITÀ NELLA STORIA DELL’ITALIETTA, UN ELEMENTO CHE RIMBALZA DA UN SECOLO ALL'ALTRO, È IL TRASFORMISMO - SE ALL’EPOCA SULLA VOLATILITÀ DI GIULIANO FERRARA SCESE UNA SORTA DI CONDANNA MORALE, OGGI SI VEDONO COSE CHE DIECI ANNI FA SI POTEVANO IMMAGINARE SOLO IN UN FANTAFUMETTO - L'"AMICIZIA FRATERNA" CHE LEGA L’EX GALEOTTO LAVITOLA CON IL GIORNALISTA DI PUNTA DELL’ANTI-POTERE, SIGFRIDO RANUCCI - L’EX DIRETTORE DELL’''ESPRESSO” LIRIO ABBATE CHE È IN ATTESA DI ASSUMERE LA VICE-DIREZIONE DEL ‘’GIORNALE’’, DOVE L’ATTENDE IL ‘’CERNO-BYL’’ DEL TRASFORMISMO: IL GAIO TOMMASINO, NEL BREVE GIRO DI UN LUSTRO, È STATO DIRETTORE DELL’’’ESPRESSO’’, VICEDIRETTORE DI ‘’REPUBBLICA’’, SENATORE PD SOTTO L’ALA DI RENZI, FINO A QUANDO, TRAFITTO DAL RAGGIO DI GIORGIA MELONI, E' PLANATO NELLA STAMPA DI DESTRA - TI BUTTI NELLA VITA DI MARIO ORFEO E SALTA FUORI DI TUTTO: DA CALTAGIRONE ALLA RAI, DA “REPUBBLICA” A LEONARDINO DEL VECCHIO…