maurizio cocciolone

“SONO STATO PESTATO E TORTURATO MA PER SADDAM HO PROVATO PIETÀ” - L’EX PILOTA MAURIZIO COCCIOLONE ABBATTUTO NEL 1991 IN IRAQ CON IL SUO TORNADO: “IL MIO INTERROGATORIO IN TV FU UNA FARSA. L’ESECUZIONE DEL RAIS? VEDENDOLO DINOCCOLARSI VERSO LA FORCA COME UN INNOCUO FANTOCCIO, LA PIETÀ SI ALTERNAVA ALLA VOGLIA DI GIUSTIZIA - LA GUERRA RUSSO-UCRAINA? IL CONFLITTO È IL MODO SBAGLIATO PER RISOLVERE UN PROBLEMA POLITICO. IL LIMITE DELLA DIPLOMAZIA È...” - VIDEO

Roberto Faben per “La Verità”

 

tornado in volo

Di Maurizio Cocciolone, aquilano, classe 1960, oggi generale in congedo dell'Aeronautica italiana, gli italiani conservano un lucido, caloroso ricordo. Nel gennaio 1991, nella guerra del Golfo, il Tornado su cui era in missione, addetto ai sistemi di navigazione e armamento accanto al pilota Gianmarco Bellini, fu colpito dalla contraerea irachena a Kuwait City. Dopo la cattura, seguì un lungo, terribile periodo di prigionia.

 

Dove vive ora?

«Da qualche anno mi divido tra l'Italia e il Brasile, L'Aquila, Roma e Maceió, capitale dello stato di Alagoas, per stare vicino ai miei figli Andrea, Silvia e Alessandro, alla mia cara mamma Gemma, e alla mia famiglia brasiliana con la mia dolce piccolina, Asia Gemma Nicole, e la sua mamma Willy Rose».

 

Da quando si è trasferito in Brasile e perché questa decisione?

«Da quando mi hanno posto in congedo, nel 2012, per le infermità riportate in servizio.

maurizio cocciolone

Ho deciso di riunirmi, in Brasile, con mio fratello Paolo, per dargli una mano nelle sue attività. Il mio congedo, purtroppo, è coinciso con la fine del mio matrimonio con la mia cara Adi, la mamma di Andrea, Silvia e Alessandro.

 

È stato un momento molto difficile per me, con un distacco precoce dall'Aeronautica, subito dopo una dolorosa separazione quando ero già profondamente avvilito per la quasi totale distruzione della mia amata città (sisma dell'Aquila, 2009, ndr.)».

 

Ha in progetto di tornare in Italia in futuro?

«Amo la mia patria e, tra qualche anno, con certezza, tornerò a passare la quasi totalità del mio tempo in Italia, a L'Aquila, con Asia e Willy».

 

Come si trova in Brasile?

«Vivo nella regione Nord Est, in area tropicale, una parte povera ma in forte sviluppo.

Una vita semplice, tra le faccende di famiglia e la cura di Asia, dopo qualche anno trascorso nel costruire la nostra casa, letteralmente con le mie mani».

 

La decisione di arruolarsi in Aeronautica come nacque?

«Non sono un "figlio d'arte", provengo da una famiglia di operai tutta lavoro, casa e chiesa.

cocciolone

Sin dall'infanzia ho avuto due grandi passioni, l'architettura e il cielo. Mi perdevo tra le facciate di chiese a L'Aquila e le scie degli Starfighters, gli F104 della Lockheed.

 

Un giorno vidi su un manifesto l'annuncio di un concorso per entrare in Accademia aeronautica. Era il mio sogno. Senza dire nulla ai miei, feci domanda. Salii sul trenino semivuoto L'Aquila-Napoli, feci visite mediche, test, il concorso. Lo vinsi, uno dei momenti più belli della mia vita. Avevo 19 anni. Nel 1986-87 credo, mi ritrovai anch' io in quel manifesto, perché qualcuno ebbe l'idea di mettere una mia foto, mentre salivo su un Tornado nella base di Ghedi».

 

Immaginava che un giorno sarebbe stato coinvolto in un'azione bellica a elevatissimo rischio?

«Guardi, ho sempre preso molto seriamente il mio ruolo di soldato. Ho vissuto i miei primi anni al 6° Stormo di Ghedi in un ambiente da Guerra fredda: allarmi, esercitazioni, attività di volo negli orari più impensati. Finita la Guerra fredda, incredibilmente le cose sono peggiorate e ci siamo ritrovati ad Abu Dhabi. Eravamo motivati, ma pensavamo sarebbe stata solo un'operazione di dissuasione».

 

Quanto tempo prima, lei e Bellini, foste avvertiti della vostra missione?

«L'operazione "Locusta", parte aeronautica della "Desert Storm", impegnava tutti e tre gli Stormi caccia bombardieri nazionali, il 6°, il 36° e il 50°. Gli equipaggi avevano lo stesso livello addestrativo.

bellini cocciolone

 

Pertanto, all'arrivo, dal comando operativo di Riad, del task order, poche ore prima dell'orario di decollo da Abu Dhabi, furono comunicati velivoli, equipaggi e obiettivi della missione. Tutti eravamo pronti».

 

Da quanti aerei era composta la squadriglia che doveva colpire il deposito di mezzi militari e vettovagliamenti a nord-ovest di Kuwait City controllato dagli iracheni?

«Quella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991, da poco scaduto l'ultimatum imposto a Saddam Hussein, partimmo in otto velivoli, ma solo sette terminarono le operazioni di decollo in condizioni di procedere e ci ritrovammo subito orfani del capo formazione. Poco dopo anche un altro velivolo ebbe problemi tecnici».

 

Nonostante le proibitive condizioni meteo, il vostro Tornado si rifornì in volo di carburante. Come riusciste? Fortuna o abilità?

«Dopo il decollo e il ricongiungimento in formazione, calò un silenzio affogato nel buio pesto, nessuna comunicazione radio. Mi concentrai, certo di essere dalla parte giusta. Le barbarie e atrocità viste ai tg non ammettevano dubbi.

bellini andreotti cocciolone

 

La missione prevedeva due rifornimenti. Le cisterne volanti erano la nostra sola possibilità. Ma si avvicinavano fulmini e la turbolenza cresceva.

 

Eravamo rimasti in due. Il capo coppia si agganciò, ma per poco. La situazione per noi era critica. Dopo alcuni tentativi, Gianmarco riuscì a prendere carburante minimo per toglierci dall'emergenza, pur insufficiente per proseguire la missione. Il capo coppia dovette rientrare alla base. Servirono abilità e fortuna, ma poi seguì la sventura».

 

Che successe dopo lo sganciamento delle bombe sull'obiettivo?

«Dopo circa due ore, scesi a bassissima quota, circa 30 metri dalle onde, e poi a pochi metri dalle dune per sfuggire ai radar, colpimmo l'obbiettivo che esplose dietro di noi illuminando a giorno la notte.

maurizio cocciolone

 

Si scatenò l'inferno e, seppure quasi alla velocità del suono e rasenti la sabbia, le difese antiaeree, guidate dalle fiamme dell'esplosione e dei post-bruciatori dei nostri motori, mitragliarono il cielo dappertutto. A nulla valsero le manovre evasive e i fiotti di chaff eiettati a tutta forza. Un urto violento scosse il velivolo. A quella velocità e a quella quota, 2 o 3 secondi significavano la differenza tra la vita e la morte».

 

E a quel punto?

«Non potemmo far altro che azionare i seggiolini eiettabili e sperare nella buona sorte, non ci fu tempo di pregare né di pensare, una forza sette volte la gravità terrestre ci schiacciò le vertebre e il collo e un muro d'aria gelida squassò il viso infiltrandosi sotto la visiera del casco e la maschera d'ossigeno. Per un miracolo non incrociammo ostacoli o proiettili prima dall'apertura dei paracadute».

 

Quando foste a terra, che accadde?

«Fummo subito catturati dalle forze irachene, ancora spavalde nel secondo giorno di guerra. Fu l'ultima volta che vidi Gianmarco, da lì in poi sempre in celle separate. Ma lo sentivo urlare, e così mi tranquillizzai. Era vivo».

 

Cosa ricorda delle violenze subite?

bellini cocciolone gruber

«Dopo pestaggi e torture, con la punta della lingua e il braccio sinistro penzoloni e inerti, fummo trasferiti prima in una prigione da campo maleodorante, dove mi fu ricucita la lingua e sostituita la tuta da volo con i pigiami gialli marcati Pow. Poi, nel locale delle interviste. Poi, in una fortezza di cemento armato che, seppi dopo, era nel cuore di Bagdad.

 

Fummo sempre in isolamento, in una cella senza finestre due metri per tre, al buio e al gelo, con una ciotola di brodaglia e un mestolo d'acqua sporca a giorni alterni. Una notte, allo stremo e ridotto quasi a uno scheletro, quattro bombardieri Stealth centrarono le fondazioni dell'edificio ma la fortezza non collassò e la grata d'acciaio della cella esplose, sfiorandomi la testa.

 

Immaginai che stessero evacuando l'edificio, ma non trovarono le chiavi della mia cella. Tentai di salire sul water per fuggire dalla finestra senza grata, ma il water si sbriciolò. Non chiusi occhio, pregai».

 

Tutti ricordiamo quell'interrogatorio visto in tv

IL PROCESSO A SADDAM HUSSEIN

«Fu una farsa. Le domande erano preannunciate e le risposte provate, prima delle riprese. Speravo solo che i nostri genitori le vedessero, sapendo così che eravamo vivi. Ebbi la sensazione di aver a che fare con personaggi incompetenti, che non sapessero cosa chiedere. In realtà mi apparvero subito come povera gente, vittime di una situazione cui non erano preparati».

 

Come avvenne la sua liberazione da quella prigione pericolante?

«Il pomeriggio successivo, un manipolo di soldati scardinò la porta e mi portò via. Ero in stato semicomatoso. Dopo un'ora mi tolsero il cappuccio nero e mi ritrovai in una piccola stanza scura con altri prigionieri americani e un colonnello della forza aerea del Kuwait. Ebbi solo la forza di abbandonarmi sul pavimento.

 

Fui nutrito e dissetato e due giorni dopo ci portarono in uno spazio all'aperto dove fummo consegnati alla Croce Rossa e trasferiti in Giordania via pullman, dopo aver attraversato le macerie di Bagdad».

 

IMPICCAGIONE DI SADDAM HUSSEIN

Dopo la guerra del Golfo ha partecipato ad altre operazioni militari?

«Dopo una lunga convalescenza, nonostante i rilevanti danni fisici riportati, superai le visite mediche e ripresi l'attività di volo. Fui trasferito in Germania, per tre anni, sull'Awacs, a supporto delle operazioni nei Balcani. Nel 2005, fui incaricato di pianificare l'attivazione dell'aeroporto e della base Nato di Herat (Afghanistan, ndr.).

 

Poi comandante della Task force Aquila, sempre a Herat. Mai come allora, responsabile di centinaia di soldati, sotto i colpi di mortaio, dopo attentati e attacchi suicidi, con il popolo afghano alla fame che ci chiedeva cibo, cure e protezione, ho provato orgoglio per il mio lavoro».

 

Come giudica la seconda guerra del Golfo? Che ha pensato quando Saddam Hussein fu giustiziato mediante impiccagione?

saddam hussein

«Ancor oggi non sono certo di quale sarebbe stata la cosa giusta da fare, lasciare al popolo iracheno il fardello di liberarsi da una feroce tirannia oppure intervenire. Probabilmente non ci sono risposte giuste. Neppure l'esecuzione di Saddam mi ha aiutato a capire.

 

Vedendolo dinoccolarsi verso la forca come un innocuo fantoccio, la pietà per un essere vivente si alternava alla voglia di giustizia per le migliaia di vittime torturate e trucidate senza alcun rimorso».

 

In quell'interrogatorio disse che «la guerra è il modo sbagliato per risolvere un problema politico». Cosa pensa della guerra russo-ucraina e della decisione italiana di dare supporto militare e armi all'Ucraina?

«Quella dichiarazione, pur forzata, non mi trovava in disaccordo. La diplomazia è lo strumento da utilizzare nelle varie circostanze, ma purtroppo essa trova un limite nell'aggressività umana. Ritengo sia un dovere assicurare ai popoli oppressi il supporto necessario contro dittatori e aggressori, con Onu, Nato e Ue punti di riferimento per l'Italia».

maurizio cocciolone e la compagna

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