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LA LOTTA DI CLASSE È IN ALTO MARE – NATALIA ASPESI IN LODE DI "TRIANGLE OF SADNESS" DI RUBEN ÖSTLUND: “IL REGISTA SVEDESE È UNO CHE CI FA RIDERE DELLE NOSTRE MISERIE E VERGOGNARE PERCHÉ NE RIDIAMO: CERTO NON IMMAGINAVA CHE QUEL SUO RACCONTO, DI CONFUSIONE E DISUGUAGLIANZE, FORSE POTREMMO RIMPIANGERLO NELLA IMPROVVISA TEMPESTA SOCIOPOLITICA CHE CI STA RIDUCENDO A NAUFRAGHI. O INVECE È PROPRIO QUESTO FILM A FARCI CAPIRE PERCHÉ LA STORIA SI È RIBALTATA E…” - VIDEO

 

Natalia Aspesi per “la Repubblica”

 

triangle of sadness 2

Una donna diventa premier in Italia, pochi giorni prima una donna si è dimessa da premier in Svezia: da noi, su la destra, là, giù la sinistra.

Adesso i due Paesi (Nazioni?) hanno un governo di centrodestra, in più in Svezia, dove alle elezioni la socialdemocrazia aveva avuto il massimo dei voti come partito, ma meno della coalizione dei tre partiti di destra, il nuovo premier, uomo, ha l'appoggio esterno dei neonazisti che però, al contrario di FdI, hanno tolto la fiamma dal loro simbolo.

Disastro anche lassù? Chissà, ma non è che prima la Svezia, o l'Italia o il resto del mondo, fossero un modello di massima democrazia, che ci fosse armonia e non un abisso tra le classi sociali, che oltre alle chiacchiere non fossimo già divisi tra schiavi e padroni.

 

Natalia Aspesi

Ce lo spiega il regista svedese Ruben Östlund, uno che ci fa ridere delle nostre miserie e vergognare perché ne ridiamo, con Triangle of sadness, Palma d'oro a Cannes 2022 (la prima l'ha vinta nel 2017 con The square, sugli inganni dell'arte): certo non immaginava che quel suo racconto di pochi mesi fa, di confusione e disuguaglianze, forse potremmo rimpiangerlo nella improvvisa tempesta sociopolitica che ci sta riducendo a naufraghi. O invece è proprio questo film a farci capire perché la Storia si è ribaltata (al contrario in Brasile che è diventato il faro della nostra sinistra lacrimante) e, in cerca di giustizia, si è scelto una diversa ingiustizia?

 

triangle of sadness 3

Dunque c'era una volta, con Östlund L'impero della moda e il mestiere della giovinezza. Se non sei in prima fila alle sfilate sei un paria, solo se sei un maschio di bell'aspetto, muscoloso ma non troppo, bianco o nero non importa, una giuria di casting, severa, tipo Nobel, ti aprirà le porte dei tanti lavori che si servono del tuo corpo. È al modello Carl (l'attore inglese Harris Dickinson) di bionda, commovente bellezza che consigliano un paio di punturine di Botox, perché tra le sopracciglia si è già formata quella piccola ruga del tempo che passa e che immalinconisce il viso. Ma lui ha 26 anni e non è solo un corpo, quell'ombra sulla fronte è il segno della sua insicurezza, del suo desiderio di capire il mondo e se stesso.

 

Parità di genere. Carl ha una compagna, amica, fidanzata, Yaya, chi sa più cosa vogliono essere le donne, bella e influencer di successo (la modella sudafricana Charlbi Dean, morta misteriosamente alcuni mesi fa). Al tavolo di un ristorante di lusso discutono su chi deve pagare il conto: toccherebbe a lei, ma è distratta. Carl non capisce, non è una questione di soldi ma di quella parità che le donne rivendicano: lei guadagna molto di più, è femminista, allora perché al ristorante si torna al passato? Ma, conclude lei, «il denaro non è sexy ».

 

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Superricchi e chef. L'influencer Yaya è invitata con Carl a una crociera per miliardari che Östlund descrive come simpatici mostri: la coppia di gentili vecchietti inglesi industriali di mine antiuomo e bombe a mano, il grosso e ridente oligarca russo che si è arricchito, come dice lui, «vendendo merda», cioè concime. La differenza di classe è efferata, i dipendenti non esistono se non per dire sempre sì. Alla usuale Cena del Capitano gli chef di bordo si scatenano con le loro creazioni (quelle che infestano anche da noi i ristoranti più costosi) di cui si elencano i folli componenti, tipo ostriche con caviale nero, riccio di mare con tartufo, polpo affumicato con limone caramellato: e giù champagne.

 

Natalia Aspesi

Ma non è per le tremolanti gelatine che è tutto un improvviso vomitare, ormai la nave è in balia della tempesta, tutto scivola, tutto cade, i cessi esondano, e mentre i passeggeri cercano scampo nelle scialuppe le filippine di servizio si inginocchiano a pulire i pavimenti. Comunismo o dispotismo? Marxsismo o putinismo? Nel pieno della tempesta, il capitano, un formidabile Woody Harrelson e l'oligarca, l'altrettanto geniale Zlatko Buric, iugoslavo danesizzato, si affrontano ubriachi citando le frasi celebri di Marx, Kennedy, Lenin: l'americano perché è marxista, il russo perché non lo è ma gliele hanno imposte a scuola. Lotta di classe.

 

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Sette naufraghi riescono a raggiungere un'isola deserta e lì Paula (la danese Vicki Berlin), la responsabile del personale di bordo, non ha più autorità e la ricchezza non ha più potere. Solo Abigail (Dolly De Leon, filippina) una delle addette alla pulizia dei gabinetti di bordo sa come si afferra un pesce in mare, come si accende un fuoco, ed è lei a promuoversi comandante dei sopravvissuti, è lei a gestire la distribuzione delle bottiglie d'acqua e dei salatini della scialuppa di salvataggio. Il riccone le offre il suo Rolex da 150 mila dollari per un boccone di polpo in più, lei sceglie un altro scambio con un altro scampato: «Io ti do pesce, tu mi dai amore».

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La conclusione potete sceglierla. Critica. Pensosa e dubbiosa, qualche sorriso, ma ridere non è più di moda. Il New York Times poi attacca il film con una ferocia esagerata come se fosse il cine Mein Kampf. Forse per ciò che il capitano americano grida al microfono di bordo mentre la nave affonda, «è sempre stato il mio governo a premere il grilletto per eliminare i leader democratici capaci e onesti di Cile, Venezuela, Argentina, Perù, El Salvador, Nicaragua».

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