cat calling

MA UN BEL VAFFANCULO, NO? – DI FRONTE AL "CAT CALLING", AL POSTO DI FRIGNARE SUI SOCIAL, BISOGNA PRENDERE IL CORAGGIO A DUE MANI E SAPERSI DIFENDERE - "COSMOPOLITAN": "PER FARLO CI SONO DUE STRADE: O IGNORARE IL DEFICIENTE OPPURE AFFRONTARLO A VISO APERTO SFANCULANDOLO - MA CHE FINE HANNO FATTO LE CATTO-FEMMINISTE CHE SI LAGNANO SUL WEB SENZA AFFRONTARE LE SITUAZIONI NELLA VITA REALE? LE NOSTRE NONNE RABBRIVIDIREBBERO PENSANDO DI…"

Maria Elena Barnabi per "www.cosmopolitan.com"

 

Care lettrici di Cosmopolitan, mi presento

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Sono nata negli Anni Settanta, sono stata adolescente negli Anni Ottanta, ho iniziato l’Università nel 1991 (sì, mettevo i jeans a vita alta) quando probabilmente nessuna di voi manco era nata. Negli anni Duemila iniziavo la mia sfolgorante carriera nel mondo dell’editoria dei femminili. Insomma quando qualcuna di voi andava all’asilo nido, io avevo già smesso di bere non solo le varie vodka aromatizzate, ma anche alcune marche di champagne perché mi davano bruciori di stomaco.

 

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Tutto questo per dire che sì, sono più vecchia di voi. Non proprio vecchia tipo nonna, neanche tipo mamma (mio figlio ha 10 anni). Più vecchia tipo zia, ecco. E con la voglia amorevole della zia di passare antiche saggezze nate da esperienze dolorose ancorché necessarie (supportate da anni sul lettino a fare analisi) a diventare la donna che sono, mi accingo a dire la mia sul cat calling. Che in sostanza si può risolvere così: quando la piantiamo di lamentarci solo sui social e cominciamo a metterci la faccia anche nella vita vera?

 

Colpirne uno per educarne cento

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Un bel vaffanculo detto al momento giusto, al tipo giusto e con il tono giusto fa più di mille storie instagram, credete alla zia. Del resto il “colpirne uno per educarne cento”, come diceva Mao Tse Tung, sta alla base della più grande rivoluzione culturale mai attuata nel mondo occidentale. Dico questo perché nei commenti che ho letto a corollario dei vari articoli, pezzi e storie instagram comparsi sull’argomento di recente, conseguenza della denuncia fatta da Aurora Ramazzotti (ha detto su ig “mi fate schifo” a quelli che le fischiavano per strada mentre lei correva, e si è scatenata la polemica), ho letto moltissime testimonianze di ragazze che si dicevano mortificate e umiliate dalle molestie di strada, in seguito alle quali erano state costrette a “cambiare strada”, “far finta di niente” eccetera.

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Ieri è anche uscito un articolo di Selvaggia Lucarelli che racconta della sua sofferenza di adolescente formosa, presa di mira dai commenti volgari delle reclute della caserma vicino casa sua ogni volta che doveva prendere la corriera. Del resto cosa può fare se non cambiare strada una quindicenne quando ci sono 30 ragazzi che additano le sue tette?

 

Non siamo tutte quindicenni

Il punto è che, a leggere i commenti sui social e nella blogosfera, sembra che siamo tutte quindicenni impacciate. Addirittura ho letto di una collega che dice di aver insegnato alle sue figlie femmine a “non mantenere lo sguardo”, perché, immagino, sarebbe atto di superbia o provocazione verso il maschio che fa cat calling. Questi commenti mi fanno andare il sangue al cervello. Ci professiamo femministe, poi insegniamo alle ragazze ad abbassare lo sguardo? Le mie nonne (che come tutte le donne della società agricola lombarda di 100 anni fa erano le vere capofamiglia, figurarsi se abbassavano lo sguardo davanti a un maschio) si sarebbero scandalizzate a sentire queste parole.

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Ci lamentiamo sui social del maschio arrogante e predatore, e quando ce lo troviamo davanti arretriamo o cambiamo strada? Ma che fine hanno fatto gli insegnamenti delle femministe che ci hanno cresciute, noi nate quarant’anni fa? Dove sta l’autoaffermazione delle donne? Ho una notizia: i maschi vanno affrontati e rimessi al loro posto. A muso duro. Sui social e nella vita vera, ogni giorno, senza farne passare una.

 

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Ovviamente non sto parlando di quelle forme di cat calling che sono molestie fisiche (inseguimenti, palpeggianti e altro: l’unica cosa da fare in questi casi è scappare e denunciare appena possibile), ma di quel cat calling più comune e diffuso, quello che a quanto pare il maschio italico fatica a catalogare come molestia: il commento volgare, lo sguardo insistente, l’approccio indesiderato.

 

Come rispondere al cat calling

Se uno ti urla una frase volgare per strada hai due alternative: far finta di niente e tirare dritta (che ti frega poi di un deficiente) oppure fermarti, girarti e ribattere (perché alla fine, poi, delle parole di quel deficiente un po' ti frega). Novanta su cento se ne andrà con la coda tra le gambe. I bulli non si aspettano la rivolta degli schiavi. Se c’è un gruppo di ragazzi su un marciapiede, è bellissimo passare in mezzo a loro e piantargli gli occhi nelle pupille.

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In genere non hanno mai il coraggio di fiatare. Se fiatano, basta controbattere con una battuta ugualmente volgare. Certo costa un po’ di fatica e di coraggio: di fronte ai bulli è normale avere paura. E se poi questi si arrabbiano? E se ti tirano un ceffone? E se poi ti violentano? In genere l’effetto sorpresa è paralizzante per tutti. E poi ci sono tanti piccoli accorgimenti per trovare il coraggio di controbattere la prima volta: farlo davanti a un sacco di gente, di giorno, con un’amica, mentre si porta in giro il cane. L’importante è farlo. Il misto di eccitazione, paura e onnipotenza che si prova è un friccico bellissimo di cui poi fatichi a fare a meno.

 

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Ricordo la mia prima volta, ero in seconda media e un bullo mi prese in giro per le tette, o qualcosa del genere. Gli risposi che aveva il cazzo piccolo e quello mi disse la classica frase da bullo: «Barnabi, ti aspetto fuori». In cima alle scale, cercai di rimandare il più possibile la mia condanna, ma insomma quando il bidello stava ormai spegnendo le luci della scuola, mi feci forza e uscii. Me ne diede un sacco, ma inspiegabilmente riuscii a dargli tanti calci negli stinchi. Ero piccola e veloce. Finimmo pari. Da quel giorno ebbi la certezza che sapevo difendermi. Crescendo mi resi conto che non potevo più fare a botte con i maschi: loro erano diventati più forti di me.

 

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Ma rimasi convinta di potermi sempre far valere. Come giustamente ha ricordato l'influencer e sex columnist Carlotta Vagnoli in un video su instagram visto quasi 1 milione e 500mila volte, il cat calling è una dimostrazione di potere del maschio sulla donna, che con i complimenti e il desiderio sessuale non c’entra nulla. In questi casi i bulli sono un po’ come i cani: hanno solo bisogno di capire chi è il padrone. E il padrone possiamo essere noi.

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