MA DOVE VAI, AFGANA IN BICICLETTA - HANNO TRA I 15 E I 30 ANNI, SCHEDATE DAI TALEBANI COME “CICLISTE”, MARCHIO DI DEPRAVAZIONE, 200 SONO STATE GIÀ PORTATE FUORI DAL PAESE: È LA STORIA DI DONNE CHE RISCHIANO DI ESSERE ARRESTATE E VIOLENTATE, PERCHÉ FARE SPORT È PROIBITO E NON SONO PIÙ CONSIDERATE “VERGINI” DAI MILIZIANI (MA CHE SELLINO USANO?) - MOLTE SONO ARRIVATE IN EUROPA O IN NORD AMERICA, MA TANTE SONO ANCORA FERME, COMPRESE LE 12 CHE ASPETTANO DI ARRIVARE IN ITALIA...

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Giulia Zonca per “La Stampa

DONNE AFGANE IN BICI DONNE AFGANE IN BICI

 

La lista è lunga, fatta di nomi che si muovono rapidi da un Paese all'altro. Duecento cicliste da portare fuori dall'Afghanistan il prima possibile perché non solo sono atlete e fare sport è proibito, sono soprattutto considerate «non più vergini» dal regime taleban e quindi guaste, avariate, da buttare.

 

Rischiano di tutto: di essere arrestate, di essere violentane, di dover sopravvivere chiuse in una stanza protette dalle stesse famiglie che le hanno aiutate a pedalare e ora smontano le bici per buttarne i pezzi.

 

AFGANE IN BICICLETTA AFGANE IN BICICLETTA

Corpi del reato, corpi da nascondere, da mimetizzare tra la folla e caricare su mezzi che si inventano percorsi per seminare l'orrore. Una rete di speranza che vibra di paura.

 

Sessanta ragazze hanno già lasciato l'Afghanistan, molte sono arrivate in Europa o in Nord America, altre in Qatar fino alla partenza dei voli umanitari, ma tante sono ancora ferme, comprese le dodici che aspettano di arrivare in Italia.

 

I loro visti, le storie e il futuro sono cuciti insieme con cura e cautela dal dipartimento dello Sport e dalla Federazione Ciclistica italiana. Poi c'è qualcuno che muove questi fili fragili, sono due donne che non mollano la presa: una è Shannon Galpin, attivista americana, che sta sul posto e l'altra è Francesca Monzone, giornalista di «Tuttobiciweb», che compila i dossier e massaggia i sogni per tenerli vivi: «Sono il loro unico contatto con l'esterno, mandano messaggi tutti i giorni e parlano di quello che vorrebbero fare quando arriveranno qui, mi inviano foto e passioni, certe sono bambine e hanno visto cose indicibili».

 

AFGANE IN BICI AFGANE IN BICI

Hanno tra i 15 e i 30 anni, ce ne sarebbero di più piccole, già schedate come «cicliste», marchio della depravazione, però è impossibile riuscire a ad avere i documenti necessari per le dodicenni e sarebbe anche dura farle resistere ai giorni tetri dell’attesa.

 

Le cicliste lasciano casa quando il visto per uno dei paesi vicini è pronto, Tagikistan, Emirati, non conoscono la destinazione, sanno solo che prima devono passare da Kabul, unico punto di raccolta.

 

ragazze afgane studiano tra le rovine a jalalabad in afghanistan ragazze afgane studiano tra le rovine a jalalabad in afghanistan

Sanno pure che quando i taleban si accorgeranno della loro assenza picchieranno le madri. È già successo, una tra le più giovani ha mandato via Internet le immagini di una signora pestata brutalmente: «Quando potrò rivedere i miei genitori?». Non c'è risposta.

 

La più nota del gruppo non voleva scappare: «Sono troppo riconoscibile, metterò in pericolo le altre e poi non ho più la mia bicicletta». Come se avesse perso i super poteri. Ha 18 anni, teneva sempre con sé la foto con la medaglia, l'ha buttata insieme con tutto il resto.

 

elezioni afgane elezioni afgane

Ognuna può portarsi dietro solo uno zaino e poi affidarsi alla propria guida, sperare che a ogni passaggio non ci sia un'imboscata, come in «Handmaid's Tale», quando le ancelle seguono di notte gli uomini della resistenza, solo che questo non è un libro o un telefilm, è angoscia vera. Sono sistemate in degli alberghi, a 10 euro a notte o in delle case affittate da altri per 105 dollari al mese. Devono pregare che nessuno le denunci, hanno intorno persone che si spacciano per i guardiani e ricevono i soldi per cavarsela via Western Union.

 

donne afgane in prigione donne afgane in prigione

A ogni ritiro una staffetta, a ogni passo un tuffo al cuore: «Presto torneremo qui a cambiare questo posto, dopo essere diventate medici e avvocati». Sarebbero dovute partire prima, le strade studiate non sono mai sicure, va rifatto il tragitto, ricambiata la destinazione. Di continuo.

 

Francesca le avvisa, sempre più triste: «Sono così coraggiose che consolano me. Alle mie cicliste è proibito pure immaginare». Una ha mandato un selfie con il burqa e a seguire la sua faccia che ci rideva sotto. Un'altra si appunta ricette da imparare a cucinare e una ha l'avvenire pronto: «L'Italia è il Paese della moda, la studierò per disegnare i vestiti con cui andare in bici in Afghanistan e i costumi per fare il bagno. Io non ho mai messo i piedi nell'acqua, non li posso scoprire».

 

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