vincenzo armanna fabio de pasquale sergio spadaro

QUANTO MARCIO NEL PROCESSO ENI-NIGERIA - VI RICORDATE DELL’AGENTE SEGRETO NIGERIANO VICTOR NWAFOR, SUPER-TESTE NEL PROCESSO ENI-NIGERIA? IN REALTÀ ERA UN DIPENDENTE DI UNA SOCIETÀ DI UN AMICO DI VINCENZO ARMANNA! LA SCOPERTA È ARRIVATA  DA UN ORDINE DI ACQUISTO SUL SERVIZIO CLIENTI DI APPLE - SPUNTA ANCHE UN PLICO ANONIMO CHE IL CAPO AFFARI LEGALI DI ENI,  STEFANO SPERONI, HA RICEVUTO NEL 2020 SULLO ZERBINO DI CASA, CONTENENTE CARTE COMPROMETTENTI (MA FALSE) PER IL SUO PREDECESSORE, MASSIMO MANTOVANI

Luigi Ferrarella per www.corriere.it

 

FABIO DE PASQUALE

Galeotto fu il servizio clienti della Apple nel 2018. Perché solo per «colpa» di questo piccolo imprevisto commerciale emerge ora che l’ex manager Eni Vincenzo Armanna - quando nel 2016, nel procedimento per le contestate tangenti Eni in Nigeria, aveva dato come riscontro al pm milanese Fabio De Pasquale il numero di telefono dell’asserito agente segreto nigeriano Victor Nwafor in grado di confermare la narrata scena-madre della consegna in Nigeria nel 2011 al manager Eni Roberto Casula di due trolley onusti di banconote in contanti per 50 milioni di dollari poi imbarcato su un jet privato -, al magistrato aveva in realtà rifilato il numero di telefono di un dipendente di una società di un suo amico imprenditore nigeriano, Matthew Tonlagha.

 

vincenzo armanna

Lo stesso imprenditore, peraltro, al quale poi nel 2019 Armanna avrebbe raccomandato cosa rispondere alle domande su altri temi del procuratore aggiunto Laura Pedio in rogatoria internazionale.

 

Uno, nessuno, centomila Victor

La gustosa scoperta è l’ultima (per adesso) puntata dell’avvincente telenovela del teste Victor Nawfor, sulla quale il processo Eni-Nigeria presieduto dal giudice Marco Tremolada aveva dovuto consumare molte udienze: prima per aspettare che questo supposto capo della sicurezza dell’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan si facesse interrogare a Milano o in videoconferenza, nell’interesse sia della difesa di Armanna sia della prospettazione della Procura; poi per assistere con sconcerto alla scena di un primo Victor che (benché garantito come tale dai pm sulla base delle assicurazioni dei colleghi nigeriani) aveva spiegato di non essere mai stato il capo della sicurezza presidenziale e di neanche aver mai visto in vita sua Armanna, il quale allora lo aveva additato al Tribunale come il Victor sbagliato;

 

GOODLUCK JONATHAN

poi, nel frattempo, per dibattere lungamente tra periti sulla possibilità tecnica o meno di quel tipo di jet di imbarcare nella stiva quel carico di banconote; e in ultimo per interrogare finalmente un secondo Victor, quello in teoria giusto, che in una lettera al Tribunale era sembrato pronto a rafforzare la versione di Armanna, ma che dal vivo invece davanti ai giudici aveva risposto di aver solo firmato quello che un amico di Armanna gli aveva fatto scrivere sotto dettatura.

 

i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro -U43070110205349sDC-593x443@Corriere-Web-Sezioni

Con il risultato che, finita l’udienza, questo secondo teste Victor (al secolo Isaac Eke) era stato indagato e perquisito dai pm De Pasquale e Sergio Spadaro per falsa testimonianza nell’ipotesi che qualcuno ne avesse comprato in extremis il silenzio, fascicolo di cui a distanza di 1 anno e 9 mesi non si ha notizia di una definizione, né di rinvio a giudizio né di archiviazione.

 

L’intercettazione casuale sullo scontrino

In compenso adesso - dagli atti che la Procura di Brescia ha raccolto nell’inchiesta sulle accuse incrociate tra pm milanesi nella gestione delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno Eni Piero Amara, tanto sulla associazione segreta «Ungheria» quanto sul depistaggio giudiziario che i vertici Eni Claudio Descalzi e Claudio Granata sono accusati di aver orchestrato per far ritrattare le iniziali dichiarazioni accusatorie di Armanna – viene a galla che il pm milanese Paolo Storari quantomeno dal 20 febbraio 2021 aveva segnalato a De Pasquale, a Pedio e al procuratore Francesco Greco l’urgenza di depositare al Tribunale del processo Eni-Nigeria, fra una serie di possibili prove della calunniosità di Armanna, proprio anche questa scoperta.

FABIO DE PASQUALE

 

E cioè che Armanna, mentre era intercettato il 18 maggio 2019, aveva commissionato un ordine d’acquisto del valore di 60.000 euro alla Apple, il cui servizio clienti, vista l’entità della somma, gli aveva chiesto se a pagare fosse lui: Armanna aveva allora risposto che a pagare sarebbe stata un’altra persona destinataria, di cui dunque il servizio clienti Apple aveva chiesto un riferimento telefonico.

 

STEFANO SPERONI

Ed era stato qui che Armanna aveva fornito un certo numero di telefono, corrispondente a un impiegato nigeriano (tale Victor Okoli) della società Fenog di un imprenditore nigeriano amico di Armanna, Matthew Tonlagha: incredibilmente lo stesso numero che il 4 maggio 2016 Armanna aveva invece spacciato al pm De Pasquale come telefono a riscontro dell’esistenza e della reperibilità del famoso Victor testimone oculare della consegna dei due trolley con i 50 milioni in contanti al top manager Eni Casula.

 

Massimo Mantovani

Uno spaccato che a un romanziere cinico farebbe quasi rimpiangere che situazione si sarebbe potuta creare se per caso il Tribunale, invece di assolvere nel merito il 17 marzo 2021 tutti gli imputati di corruzione internazionale Eni in Nigeria, avesse condannato Eni, Descalzi e Casula valorizzando magari proprio la consegna dei 50 milioni in contanti che per Armanna poteva essere confermata dallo 007 Victor.

 

Il plico anonimo lasciato sullo zerbino dell’Eni

Di certo va riconosciuto ai magistrati della Procura di Milano, comunque la si pensi sulle loro scelte di lavoro, la difficoltà e a tratti quasi l’angoscia di doversi districare tra «mine» (spesso oltretutto di matrice anonima) una più insidiosa dell’altra sotto le inchieste sull’Eni. Basti pensare a un’altra inedita storia che pure affiora adesso dagli atti raccolti dalla Procura di Brescia.

 

Non si era infatti mai saputa la ragione di una visita in Procura nel 2020 del nuovo capo dell’ufficio legale del colosso energetico (Stefano Speroni) subentrato a Massimo Mantovani, cioè all’alto dirigente Eni indagato da anni con Amara e Armanna per il primo tentato «depistaggio» che nel 2015-2016, fingendo di voler accreditare un complotto anti-Descalzi, aveva sfruttato la sponda di pm compiacenti (e poi arrestati) a Potenza e a Siracusa per provare a interferire sul processo milanese Eni-Nigeria.

claudio descalzi 3

 

Quel giorno Speroni consegna ai pm milanesi un plico anonimo che spiega di aver trovato sullo zerbino di casa, contenente alcune contabili bancarie. Sono carte che accreditano la riferibilità a Mantovani di una società di Dubai, Taha Limited, la quale su un conto bancario in un paradiso fiscale avrebbe 30 milioni.

 

PAOLO STORARI

Sembra il perfetto materializzarsi di ciò che può fare ingolosire l’Eni post-Mantovani, teorizzatrice proprio dell’essere stata oggetto dell’infedeltà di una cordata interna Mantovani-Amara-Armanna; e anche di ciò che può molto interessare anche alla Procura, pure al lavoro sull’ipotesi che una serie di manager e avvocati interni al gruppo abbiano potuto allinearsi in una costellazione che dai maneggi giudiziari pro-Eni avrebbe ricavato corposi profitti personali.

massimo mantovani 1

 

Una polpetta avvelenata (e una coincidenza)

Peccato – ecco il colpo di scena – che, quando il procuratore Greco e i suoi pm iniziano a verificare i documenti sfruttando anche i canali dell’Uif-Ufficio informazioni finanziarie, scoprono che quelle contabili bancarie sono false, «fabbricate» ad arte per fare sembrare che Mantovani abbia in quella società di Dubai quel bottino.

 

PAOLO STORARI

Qui si apre un altro mondo di specchi e controspecchi, giacché tra i magistrati – che all’epoca avevano aperto un fascicolo a carico di ignoti per l’ipotesi di riciclaggio - si riflette se lo scopo della costruzione di quel falso puntasse a colpire Mantovani, cercando di incastrarlo o quantomeno di suggerire ai pm una pista investigativa per inchiodarlo, oppure volesse più sottilmente (e paradossalmente) aiutarlo, facendolo figurare vittima appunto di un killeraggio.

 

PIERO AMARA

Qualunque dovesse risultare la risposta allorché saranno finite le indagini, una curiosa coincidenza già adesso resta, e riguarda il nome della società, Taha. Perché il pm Storari segnala ai suoi capi che nelle intercettazioni di Armanna era capitato di ascoltarlo mentre, parlando con un amico di una somma da ricevere, gli diceva «dobbiamo incassare questi soldi... li incassiamo sul conto Taha». Chiosa Storari nell’interrogatorio ai pm bresciani: «Allora, io non arrivo a dire che è stato lui a mandare questi estratti conto tarocchi… Però questo elemento proprio nulla non è…».

fabio de Pasquale PIERO AMARA piero amara 8

Ultimi Dagoreport

mark rutte giorgia meloni donald trump giuseppe conte

DAGOREPORT - L’ITALIA È ENTRATA (A SUA INSAPUTA) NEL CONFLITTO USA-IRAN? - AL SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO, MARK RUTTE, CHE HA SPIFFERATO A TRUMP CHE “CINQUECENTO AEREI AMERICANI SONO DECOLLATI DALLA BASE DI SIGONELLA” (DI CUI L'ITALIA HA LA PIENA SOVRANITÀ TERRITORIALE), MELONI HA RISPOSTO NEGANDO SECCAMENTE LA PARTECIPAZIONE DEL BELPAESE AL CONFLITTO - OVVIAMENTE, UNO DEI DUE MENTE: RUTTE O MELONI? - IN SOCCORSO DI "GIGIORGIA", ARRIVA IL RETROSCENISTA DEL ‘’CORRIERE’’, FRANCESCO VERDERAMI: “LA PROVA CHE RUTTE HA DICHIARATO IL FALSO È IL ROTTAME DI UN DRONE DELL’AERONAUTICA CHE GIACE IN KUWAIT” - FORSE IGNARO CHE UNO STATO PARTECIPA A UNA GUERRA ANCHE SENZA FAR ALZARE IN VOLO DRONI MA SUPPORTANDO ATTIVITÀ MILITARI, DOPO IL "FALSARIO" RUTTE, VERDERAMI PASSA A GIUSEPPE CONTE, REO DI ACCUSARE MELONI DI AVER VIOLATO L'ART. 78 DELLA COSTITUZIONE: “ERA IL 2020, LE BASI ITALIANE NON FURONO UTILIZZATE SOLO PER LA LOGISTICA, MA ANCHE PER MISSIONI NON AUTORIZZATE NÉ DALL’ONU NÉ DALLA NATO: IN SIRIA E IN LIBIA”. E CHIUDE: “ALLORA A WASHINGTON C’ERA SEMPRE TRUMP E A GERUSALEMME C’ERA SEMPRE NETANYAHU. A ROMA INVECE C’ERA CONTE” - IL SERVIZIEVOLE RUTTE HA SPUTTANATO COSÌ PESANTEMENTE MELONI PER SALVARSI LA SUA POLTRONA NATO DAL TRUMP IRACONDO…

giorgia meloni marina berlusconi matteo salvini antonio tajani roberto vannacci sergio mattarella

DAGOREPORT- SONDAGGIO DOPO SONDAGGIO, SONO MOLTI GLI ANALISTI CHE LO DANNO PER CERTO: L’IRRUZIONE SULLA SCENA POLITICA DI ROBERTO VANNACCI E DELLA SUA ‘’SPORCA DOZZINA”, ALTRIMENTI DETTA FUTURO NAZIONALE, NON È UN FUOCO DI PAGLIA, NON È UNA CARICATURA, NON È UN MERO FENOMENO DI PASSAGGIO DESTINATO A BALLARE UNA SOLA ESTATE - SE VA AVANTI COSÌ, GUADAGNANDO 1 PUNTO OGNI 15 GIORNI, A SETTEMBRE VANNACCI SOTTERRERÀ NON SOLO LA LEGA, SPROFONDATA AL 5/6%, MA ANCHE FORZA ITALIA, GALLEGGIANTE AL 7/8% - A QUEL PUNTO, CON I DUE ALLEATI IN STATO COMATOSO, RIUSCIRÀ GIORGIA MELONI, COL SUO 28%, AD OTTENERE IL 42% DEI CONSENSI, COME VUOLE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE TARGATA CENTRODESTRA, SENZA IMBARCARE ANCHE L’ULTRA-DESTRA DI FUTURO NAZIONALE? - MA IN TAL CASO, L'USCITA DI FORZA ITALIA BY MARINA DALLA COALIZIONE, PER TOTALE INCOMPATIBILITÀ COL “MONDO AL CONTRARIO”, OMOFOBO E RAZZISTA, DI VANNACCI, VIENE DATA PIÙ CHE PROBABILE...

giorgia meloni roberto vannacci pedro sanchez paolo mieli donald trump

DAGOREPORT - ALLA SCAZZO COATTO, SEGUIRA' VENDETTA, TREMENDA VENDETTA DEL TRUMPONE? QUANTO RISCHIA "GIGIORGIA" PER AVER PRESO IN GIRO, CON SORRISI E PROMESSE, IL DISTURBATO MENTALE DELLA CASA BIANCA? – PAOLINO MIELI NE E' CERTO: “A MELONI VERRÀ PRESENTATO IL CONTO. FARANNO L’IMPOSSIBILE PER FARLE PERDERE LE ELEZIONI, PER SPUTTANARLA” – “USERANNO ANCHE VANNACCI. LO POSSONO ALIMENTARE, DA UNA PARTE GLI AMERICANI, DA UNA PARTE PUTIN. LO POSSONO GONFIARE, DANDOGLI AUTOREVOLEZZA” –  PER CAPIRE QUANTO È “VENDI-CATTIVO” TRUMP, BASTA GUARDARE COSA È SUCCESSO A PEDRO SANCHEZ: PRIMA È SBUCATO UN DOSSIER PER CORRUZIONE SUL SUO “PADRINO” ZAPATERO. POI È ARRIVATO IL RINVIO A GIUDIZIO PER LA MOGLIE DEL PREMIER SPAGNOLO… - VIDEO

domenico centrone leonarda alberizia giovanni caravelli meloni nordio bartolozzi almasri mantovano

DAGOREPORT – CHE CURIOSA COINCIDENZA: IERI LE AUTORITÀ LIBICHE HANNO LIBERATO IMPROVVISAMENTE I DUE ATTIVISTI DELLA FLOTILLA, LEONARDA ALBERIZIA E DOMENICO CENTRONE, INGABBIATI DA UN MESE - E CHI ERA ATTERRATO IN LIBIA NEI GIORNI SCORSI, UFFICIALMENTE PER UN INCONTRO “ISTITUZIONALE” CON IL PREMIER DI TRIPOLI, ABDULHAMID DABAIBA? GIOVANNI CARAVELLI, DIRETTORE DELL’AISE, I SERVIZI SEGRETI ESTERI ITALIANI, UNO DEI PROTAGONISTI DEL CASO ALMASRI, IL TORTURATORE LIBICO ARRESTATO IN ITALIA CHE, MALGRADO FOSSE INSEGUITO DA UN MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE, FU COMODAMENTE RIACCOMPAGNATO A TRIPOLI A BORDO DI UN JET DELL'INTELLIGENCE – QUESTA VOLTA, LA MATASSA CHE CARAVELLI AVEVA DA SBROGLIARE IN LIBIA ERA LA SCARCERAZIONE DEI DUE FLOTILLEROS? - CONOSCENDO GLI USI E GLI ABUSI DELLE TRIBU' LIBICHE ("PAGARE MONETA, VEDERE CAMMELLO"), CHISSA' QUANTO SARA' COSTATO AL GOVERNO MELONI RIPORTARE A CASA I DUE ATTIVISTI... - VIDEO

nicole minetti giuseppe cipriani sigfrido ranucci carlo nordio giampaolo rossi francesco spadafora

DAGOREPORT – A TELE-MELONI HANNO TROVATO IL PRETESTO CHE CERCAVANO DA TEMPO PER METTERE IN GINOCCHIO SIGFRIDO RANUCCI E RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO FINALE: ACCOMPAGNARLO ALL’USCITA DI VIALE MAZZINI – LA RAI GUIDATA DA GIAMPAOLO ROSSI HA INFATTI NEGATO LA TUTELA LEGALE AL CONDUTTORE DI "REPORT" PER LA QUERELA DA 2 MILIONI DI EURO DI GIUSEPPE CIPRIANI SUL CASO DELLA "GRAZIA" A NICOLE MINETTI - DURANTE UNA PUNTATA DI “È SEMPRE CARTABIANCA”, SU MEDIASET, SIGFRIDO SE N'E' USCITO CON L’IMPROVVIDA FRASE: “UNA FONTE CI HA DETTO DI AVER VISTO CARLO NORDIO IN URUGUAY NEL RANCH DI GIUSEPPE CIPRIANI. UNA PISTA CHE STIAMO VERIFICANDO” (FRASE DI CUI HA CHIESTO SCUSA A NORDIO) – LA MAIL DI FUOCO INVIATA DA RANUCCI A ROSSI: COME LA MELONI CON TRUMP, SCRIVE DI NON ESSERE “ABITUATO A IMPLORARE”, E CHE SI DIFENDERÀ DA SOLO, PRECISANDO CHE “I FATTI CHE MI VENGONO CONTESTATI, PUR DETTI IN ALTRA EMITTENTE, SONO STATI RIPORTATI NELLA MIA FUNZIONE DI CONDUTTORE DI ''REPORT''. E IN TALE FUNZIONE AVREI DIRITTO ALLA TUTELA LEGALE…” - VIDEO