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BONACCINI E SCHLEIN DIVISI DAL JOBS ACT: I DEM SONO OSSESSIONATI DALLA RIFORMA DI RENZI DIFESA DAI RIFORMISTI PRO BONACCINI (DELRIO E MADIA) E OSTEGGIATA DAI SINISTRATI SOSTENITORI DELLA SCHLEIN – LA STRATEGIA DEL GOVERNATORE COL RISVOLTINO CHE SI COPRE A SINISTRA CON L’EX ORLANDIANO BRANDO BENIFEI E FASSINO (CHE HA MOLLATO AREA DEM DI FRANCESCHINI) E L’INNER CIRCLE FORTEMENTE ANTI-RENZIANO DI LETTA (DAL COORDINATORE DELLA SEGRETERIA MARCO MELONI FINO ALLA PORTAVOCE DEL NAZARENO MONICA NARDI)

Estratto dell’articolo di Daniela Preziosi per Domani - https://www.editorialedomani.it/

 

meme sui candidati al congresso pd

 

È il favorito. Ma per lui i guai possono arrivare ai gazebo dall’affollamento dei notabili nelle liste, soprattutto nel Sud dove si sfidano i grandi amici-nemici di sempre. A colpi di voti.

 

Mentre lei «intreccia destini», offre «una casa al senso di sconcerto», «apre la possibilità alle sfide», invoca «un partito che sappia curare le ferite», che si «ricongiunge con chi non si è sentito rappresentato», «come un ricongiungimento familiare», lui semplifica al massimo le formule, «il Mezzogiorno è il motore da cui far ripartire il paese», «serve un partito robusto», l’ha detto ieri all’assemblea nazionale, «laburista che promuove il lavoro, combatte la precarietà e investe in formazione», e con benevola malizia verso le espressioni acrobatiche dell’altra, teorizza un partito «che abbia un linguaggio comprensibile a chi ha due lauree come a chi non ha potuto studiare», dirigenti «che in trenta secondi si capisca cosa dicono».

MEME SUL CONGRESSO DEL PD BY DEMARCO

 

(…)

È la «consistenza» la ragione per cui anche Marco Meloni, braccio destro di Enrico Letta, ha dichiarato di votare lui alle primarie: «Ha il giusto grado di solidità».

 

Qui dobbiamo aprire una parentesi: Bonaccini, dopo essere stato bersaniano (ma in quegli anni in quella regione era difficile non esserlo) è stato renziano (negli anni in cui in quel partito quasi tutti lo erano); è accusato dagli avversari interni di essere ancora un renziano. E Matteo Renzi, con i cronisti al senato, qualche giorno fa si è anche cavato il gusto di darlo per vincente: «Bonaccini stravince. La Schlein non esiste, è un’operazione della gauche caviar».

ELLY SCHLEIN E STEFANO BONACCINI

 

Ex renziani sono molti dei suoi consiglieri, tosco-emiliano-renziano è il gruppo stretto dei suoi collaboratori, fiorentina la società che gli cura l’immagine, la Jump fondata dall’ex portavoce di Renzi Marco Agnoletti. Epperò Meloni è il più antirenziano degli antirenziani: braccio destro da anni dell’attuale segretario, capo della sua scuola di formazione, nella legislatura in cui Renzi. Poi venne escluso dalle liste delle successive elezioni politiche, con tipico gesto elegante renziano. Alle ultime, quando è stato eletto senatore, è stato accusato dagli ex renziani di essere rancoroso e di essersi preso qualche vendetta nella composizione delle liste.

 

Con l’endorsement a Bonaccini, Meloni onora un’antica comunanza: intorno al 2010 i due facevano parte di un gruppetto scelto dentro maggioranza bersaniana, con loro c’era Maurizio Martina, Matteo Mauri e Roberto Rampi. Oggi al vecchio amico fa un regalone: con la sua persona gli fornisce uno scudo formidabile contro l’accusa di nostalgie renziane. E dire che in campagna elettorale Letta è stato il vero inventore della candidatura di Elly Schlein alla camera. La diversa scelta di campo, che ha conquistato molti lettiani, nasce anche da un lavorìo della portavoce di Letta, Monica Nardi, ed è fondata sull’affidabilità e lealtà dimostrata durante la navigazione difficile di Letta.

 

SULLA VIA EMILIA A SINISTRA

PRIMARIE PD MEME BY DEMARCO

Procedendo verso sinistra, per Bonaccini Piero Fassino ha mollato Dario Franceschini (con mezza Areadem): «A me pare la candidatura più solida per esperienza, capacità di governo, cultura riformista». «È la soluzione più solida» anche per Matteo Orfini, leader dei Giovani Turchi.

 

Ma il colpaccio il presidente dell’Emilia-Romagna lo ha fatto portando con sé Brando Benifei, che all’inizio si era sbilanciato pro Schlein quando aveva riunito intorno a sé un gruppone di under 35 cui aveva dato il nome di Coraggio Pd. Benifei è stato fino a poco fa esponente dell’area Orlando. «Ci ho riflettuto», spiega ora, «ho grande stima per tutte le candidature in campo, ma mi sono convinto che oggi la persona meglio attrezzata per portare avanti il cantiere del nuovo Pd sia Bonaccini, per l’esperienza acquisita nella gestione di processi politici complessi e per la capacità di confronto con forze politiche diverse, dalla sinistra ai centristi. Mi pare che tante e tanti come me faranno la mia scelta». Benifei, che è diventato il coordinatore del programma della mozione – facendo aggrottare le sopracciglia a Enrico Morando, capofila dell’ala liberalsocialista di Libertà eguale – vira sul favorito su contenuti esibitamente antirenziani. Dice, per esempio, che di lui gli piace la nettezza del no alla disintermediazione e la propensione «al rapporto coi sindacati».

 

elly schlein sul palco con bonaccini

TUTTI IN BARCA

Il candidato non lascia niente di intentato. E imbarca tutti. Con le sue telefonate cortesi, schiette, amichevoli. Anche verso quelli e quelle che di default dovrebbero essergli ostili. Un lavoro di fino, da vero professionista della politica, che non concede nulla al caso e non dà niente per perso. Non solo con la sinistra interna al Pd ma anche mostrando interesse fuori dal Pd, verso la sinistra civica ecologista sparsa per il paese che ha un riferimento nel deputato europeo indipendente Massimiliano Smeriglio; che nel Lazio sostiene la lista Sinistra-Verdi con candidato presidente Alessio D’Amato (schierato a sua volta con Bonaccini, come il sindaco di Roma Roberto Gualtieri). «Le attenzioni fanno sempre piacere», ammette Smeriglio. «Ora siamo impegnati con le regionali. Certo è che porto sempre con me quella massima riferita a Michelangelo “ei dice cose, voi dite parole”. Ecco, per mia formazione sono attratto dal mondo solido piuttosto che dall’insostenibile leggerezza dell’essere».

 

(…)

 

 

brando benifei

BONACCINI E SCHLEIN 

Estratto dell’articolo di Giovanna Vitale per “la Repubblica”

 

Otto anni dopo, il Partito democratico continua a dividersi sul Jobs act, la riforma del lavoro varata dal governo Renzi, bandiera di quella stagione. 

 

(..)

 

Graziano Delrio, che nel 2015 era segretario generale di Palazzo Chigi, invita innanzitutto «a smetterla di essere ossessionati da Renzi». Se proprio si vuol fare «una discussione tra di noi sul passato», spiega, «dovrebbe vertere non sull’attribuzione di colpe, bensì sui limiti che ci sono stati per migliorarci». Suggerimento utile a entrare nel merito, «quel che troppo spesso manca nel nostro dibattito interno», denuncia l’ex ministro. «Col Jobs act abbiamo abolito le dimissioni in bianco e i cocopro, aumentato i congedi di maternità, fatto la guerra alle false partite Iva, diminuito le tasse sul welfare aziendale e introdotto i contratti a tutele crescenti», prosegue Delrio.

MARCO MELONI

 

«Poi se uno mi dice: non mi piace l’abolizione dell’articolo 18, rispondo che anch’io non ero entusiasta, ma certo la legge, sebbene imperfetta, non fu animata dalla volontà di distruggere i lavoratori, come qualcuno sembra adesso far intendere. Sostenere che il Jobs act ci ha fatto perdere milioni di voti mi pare davvero semplicistico».

 

MONICA NARDI

E però Antonio Misiani, responsabile del programma di Schlein, che pure allora votò a favore «per disciplina di partito», non la pensa così: «Fu una legge divisiva, ex post andava fatta in modo diverso e oltretutto i risultati non hanno corrisposto alle aspettative», attacca l’ex viceministro all’Economia. «Se l’obiettivo era far diventare prevalente il contratto stabile, in realtà è successo il contrario, il mercato si è vieppiù precarizzato ». La stessa tesi di Andrea Orlando, che aggiunge: «La Corte costituzionale è intervenuta più volte per esortare il legislatore a correggere il Jobs Act. E il Pd in campagna elettorale ne ha chiesto il superamento.

 

(...)

 

Ma a Marianna Madia, ex ministra dell’esecutivo Renzi, questa furia demolitrice non piace: «Fare del Jobs act un feticcio o un capro espiatorio è facile, comodo, ma sbagliato », taglia corto. «Lì dentro c’erano dal divieto delle dimissioni in bianco alle decontribuzioni al lavoro stabile. Attenzione, perché si rischia di tornare indietro».

BONACCINI - PAOLA DE MICHELI - ELLY SCHLEIN ALLA MANIFESTAZIONE PD A PIAZZA SANTI APOSTOLISCHLEIN BONACCINI 5

 

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