giorgia meloni gianfranco fini

COME DIVENTO' RE GIORGIA – “COME MAI QUESTO FINI, POLITICAMENTE RIDOTTO A NULLA, FA COSÌ TANTA PAURA A MELONI CHE PER IL RESTO PARE NON TEMERE QUASI NIENTE? SE FINI HA ARCHIVIATO IL FASCISMO COME ‘MALE ASSOLUTO’, MELONI HA FINITO PER ARCHIVIARE COME MALE ASSOLUTO PROPRIO LUI: IL CAPO CHE L’HA APPREZZATA COME GIOVANE PROMESSA, CHE L’HA SCELTA COME VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA, COME MINISTRA DELLA GIOVENTÙ...” - IL LIBRO DI SUSANNA TURCO

Estratto da “Re Giorgia”, di Susanna Turco (ed. Piemme), pubblicato da https://espresso.repubblica.it/

 

giorgia meloni gianfranco fini 2007

Uno strano testacoda avviene dentro Fratelli d’Italia, forse proprio dentro la testa della sua leader. È una specie di triangolazione senza uscita tra Giorgia Meloni, Gianfranco Fini e la complessa questione che va sotto il titolo: i conti col fascismo.

 

Moltissime volte, in questi anni, alla leader di FdI è stato rimproverato di non recidere abbastanza di netto quel legame, di non prendere sufficienti distanze da quella catena che si stende tra regime mussoliniano e personaggi come il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, tra il Ventennio e il saluto romano di Augusta Montaruli a Predappio, passando per la Repubblica di Salò, Giorgio Almirante, l’Msi, An, il nostalgismo, eccetera. Equilibrismi, dribbling, bilancini, un continuo e impercettibile scartare di lato. (...)

 

giorgia meloni nel 2011

Perché Meloni, che pure è passata in pochi anni dall’1,90 al 26 per cento, non riesce a fare il passo decisivo per archiviare la storia da quale viene? Perché se Giuliano Castellino assalta la sede del principale sindacato italiano lei fatica a prendere le distanze, pronuncia equilibrismi come «non so quale sia la matrice», e in privato aggiunge che le scoccia fare così con una persona che conosce sin da ragazzina? La risposta, andando al sodo, può apparire bizzarra: perché ha paura di fare la fine di Gianfranco Fini. Perché ha paura di somigliargli.

 

Non è una deduzione, o una provocazione: anzi è la spiegazione che, in maniera abbastanza sorprendente, viene offerta più spesso quando si affronta la questione parlando con gli stessi mondi ex aennini, tra la gente di Fratelli d’Italia. Il rischio di essere anche solo vagamente accostabile all’ultimo segretario di An a Meloni stronca i passi. Eppure c’è qualcosa di incongruo.

 

silvio berlusconi gianfranco fini giorgia meloni

Gianfranco Fini si è ritirato dalla vita politica da anni. Dopo il 2013 non si è più candidato, non ha un partito né un movimento. Sparito dai radar dal 2017, a processo dal 2018 per riciclaggio nella vicenda della casa di Montecarlo comprata a prezzo di saldo dal cognato Giancarlo Tulliani, non fa l’opinionista, né per iscritto né in tv.

 

E come mai questo Fini, politicamente ridotto a nulla e quasi del tutto silente da anni, fa così tanta paura a Meloni che per il resto pare non temere quasi niente – a parte forse gli scarafaggi?

 

gianfranco fini e giorgia meloni nel 2011

Risposta: se Gianfranco Fini ha archiviato il fascismo come «male assoluto», lei, che pure nel 2003 non si dissociò da quella presa di posizione, ha finito per archiviare come male assoluto proprio lui: il capo che l’ha apprezzata come giovane promessa, che l’ha scelta come vicepresidente della Camera, come ministra della Gioventù.

 

Il segretario che prima ha chiuso l’Msi poi An, che l’ha trascinata nel Pdl, che poi si è ribellato a Berlusconi ed è voluto venire via, per fare qualcosa che non era tornare ad An. Colui che sostanzialmente ha messo le basi perché lei, la destra, potesse muoversi libera dall’ombra del suo passato così ingombrante.

 

giorgia meloni nel 2008

Eppure Meloni non può in alcun modo permettersi di essergli paragonata, pena la morte politica. La fine di tutto. Ed è paradossale che sia proprio questo elemento a indebolirla, laddove in effetti Meloni è riuscita, negli anni, in autentici miracoli, come quello di pacificare anime dell’ex An-Msi che non trovavano pace si può dire da sempre, o come la ricucitura di un orizzonte che pareva destinato a non risorgere più.

 

Perché mai? C’è uno snodo nei rapporti tra Fini e Meloni che risulta in qualche modo illuminante. Arriva dopo gli anni dello strappo e della fine del Pdl, quando lei prima è critica, poi non segue il suo ex segretario, nel 2010, fuori dal Pdl. Arriva dopo una stagione di armistizio bilaterale, nel quale lei si rifiuta di dargli del traditore e lui tace le sue critiche sulla costruzione del nuovo partito.

 

Quando però Meloni, con Crosetto e La Russa, decide di celebrare il primo congresso di FdI proprio a Fiuggi, nel luogo simbolo della storia della destra italiana, dove nel 1995 Gianfranco Fini aveva officiato la svolta dell’Msi in An, l’uscita dalla “casa del padre”, accade qualcosa di irreversibile.

SUSANNA TURCO - RE GIORGIA

 

In quell’occasione Fini rivolge, con una nota, a Meloni e Fratelli d’Italia parole terribili. «Fa riflettere il modo con cui i dirigenti di Fratelli d’Italia tentano di far risorgere Alleanza Nazionale. Dopo aver furbescamente inserito il simbolo, seppur in formato bonsai, nel loro logo elettorale, celebrano questo fine settimana il congresso nazionale a Fiuggi […].

 

Mi sembrano bambini cresciuti, e viziati che vogliono imitare i fratelli maggiori senza capire che le condizioni in cui si trovano sono completamente diverse. Rischiano di far piangere, di rabbia e non certo di commozione, chi venti anni fa era consapevole di quel che stava accadendo a destra», scrive Fini.

 

Ripercorrendo i passaggi principali della svolta di Fiuggi, quando «la destra italiana trasformò radicalmente se stessa perché uscì dalla casa del padre con la certezza di non farvi mai più ritorno», «non cambiò nome, mutò identità e prospettive». E ammonisce: «Non tutto è andato come avevamo sognato», «mi sono preso la mia parte di responsabilità» «anche per questo dico ai Fratelli d’Italia di smetterla di scimmiottare la storia.

 

GIANFRANCO FINI GIORGIA MELONI

Per sopravvivere e superare il 4 per cento alle Europee serve loro qualcosa di assai più convincente che una scampagnata semiclandestina a Fiuggi. La storia di An, di cui anch’essi fanno parte, non merita di ripetersi in farsa. I simboli da soli non bastano.

 

giorgia meloni in senato.

Alla destra servono idee nuove e prospettive credibili […]. Senza una risposta era meglio convocare l’assise altrove. Perché il confronto con il passato sarà inevitabilmente impietoso». Toni da maledizione biblica, in un momento nel quale in effetti Fratelli d’Italia si era presa il simbolo di Alleanza Nazionale ma non aveva ancora rinsaldato un partito che fluttuava tra i tanti partiti possibili spuntati e poi rapidamente scomparsi a destra. Una maledizione finiana alla quale comunque Meloni risponde con altrettanta veemenza. Anzi la raddoppia.

fini almirante

 

 

La leader di Fratelli d’Italia aspetta infatti di arrivare proprio sul palco di Fiuggi. E alla fine del discorso di apertura del primo congresso affronta la questione Fini. La prende da lontano. Da Giorgio Almirante, il mentore di Fini che Meloni solleva in alto, per scaraventarlo addosso proprio a Fini, che è il suo di mentore. Dice infatti: «Abbiamo raccolto l’insegnamento di Giorgio Almirante quando diceva: “In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla”. Raccoglieremo quel testimone, con uno sguardo al futuro».

 

GIORGIA MELONI ALLA CAMERA

Qui Meloni fa una lunga pausa. E precisa: «Voglio anche dire che di recente, a qualcuno, quel testimone è caduto». Altra pausa. «Non ho mai risposto ai diversi attacchi, alle ironie, che ci e mi sono state rivolte da Gianfranco Fini. Perché non è nel mio stile rispondere e perché penso che i panni sporchi debbano essere lavati in casa. Quello che ho letto ieri, però, merita almeno una risposta. Io non comprendo le ragioni di tanto astio per chi prova a ricostruire qualcosa che evidentemente a Gianfranco Fini non interessava più.

 

ANDREA GIAMBRUNO IN TRIBUNA ALLA CAMERA DURANTE IL DISCORSO DI GIORGIA MELONI ALLA CAMERA

Non accetto l’accusa di essere dei bambini viziati. Noi non siamo bambini viziati. Siamo uomini e donne che sono dovuti crescere troppo in fretta e cavarsela da soli, come sempre accade a quei ragazzi che vengono abbandonati dal loro padre, che a un certo punto scappa di casa e se ne va in giro per il mondo a sperperare un patrimonio. Questo noi siamo». Sono parole terribili già lì per lì. E segnano, per anni, la fine di qualsiasi armistizio con Fini, il quale dirà in più occasioni che Meloni è una «fotocopia della Lega», o una «mascotte», una «ragazzina che si è montata la testa», «ridicola».

 

GIORGIA MELONI

Ma nel 2014, al congresso di Fiuggi, Meloni non aveva messo a fuoco e dettagliato, nel racconto pubblico che ha poi fatto di sé, il ruolo di suo padre, Franco Meloni. Un padre che, come avrebbe scritto nel 2021 in “Io sono Giorgia”, se ne era «andato di casa», aveva «girato il mondo in barca a vela», così sperperando – stando al racconto di Meloni – il patrimonio affettivo-familiare delle sue figlie, ma anche – stando alle ricostruzioni dei vari media spagnoli spuntate dopo la vittoria di FdI alle elezioni 2022 – anche un patrimonio in senso letterale e non metaforico.

 

Denari insomma. Non può sfuggire, pur con tutte le cautele del caso, il parallelo che proprio Meloni stabilì durante il primo congresso di Fratelli d’Italia, tra la sua vicenda di figlia e quella di politica: «Siamo uomini e donne che sono dovuti crescere troppo in fretta e cavarsela da soli, come sempre accade a quei ragazzi che vengono abbandonati dal loro padre». Il parallelo tra Gianfranco Fini e Franco Meloni. Sperperatori di patrimoni, in senso letterale e metaforico. Mentre «noi stiamo tentando di ricostruire quello che lui ha deliberatamente distrutto», come ebbe a dire Meloni, di nuovo, nel 2015.

 

MATTEO SALVINI E GIORGIA MELONI NEL 2015 - FRONTE ANTI RENZI

Con queste premesse, è forse un pochino più evidente quanto possa essere complesso per Meloni fare i conti con l’eredità rappresentata da Gianfranco Fini, come sia difficile maneggiare la libertà di manovra di cui ha potuto usufruire grazie a lui, portare ancora un pezzo più avanti le svolte che sempre da quel percorso originano. Senza sentirsi dare della traditrice. E senza sentircisi, lei stessa. Gianfranco Fini, del resto, nella vulgata è diventato il traditore per eccellenza. Un capro espiatorio, persino oltre le sue oggettive responsabilità. (...)

 

 

giorgia meloni giancarlo giorgetti guido crosetto

Resistenze spiegate come un’eco da tanti suoi interlocutori abituali: «Non può mica fare questi passaggi perché glieli chiedono», «li farà quando non sembrerà che stia sulla difensiva», eccetera. Non lo fa perché sta più comoda. Perché per quanti pochi siano i voti dei nostalgici e dei neofascisti, comunque ci sono.

 

Perché una volta che dovesse affrontare di petto la questione, dovrebbe affrontare anche Fini. È un passaggio incomprimibile. Se Meloni non dovesse farlo, come ha scritto Marco Follini a fine agosto sulla «Stampa», in uno dei pochi articoli che hanno chiamato in causa l’ex leader di An, «vorrà dire che esiste un problema politico più complicato delle soluzioni che gli erano state date».

GIORGIA MELONI MATTEO PIANTEDOSI

 

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A

matteo salvini giorgia meloni antonio tajani giorgia meloni antonio tajani 2 GIORGIA MELONI INTERVISTATA DA STEFANO CAPPELLINI NEL 2006giorgia meloni alla camera 2giorgia meloni alla camera 3FINI ASSUNTA ALMIRANTEGIORGIA MELONI ANTONIO TAJANI

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

xi jinping donald trump iran cina

DAGOREPORT – LA CINA ENTRA IN GUERRA? L’ORDINE DI TRUMP DI BLOCCARE "QUALSIASI NAVE CHE TENTI DI ENTRARE O USCIRE DALLO STRETTO DI HORMUZ E DAI PORTI IRANIANI" NON POTEVA NON FAR INCAZZARE IL DRAGONE, PRINCIPALE ACQUIRENTE DI GREGGIO IRANIANO – SE NON VIENE REVOCATO IL BLOCCO, PECHINO MINACCIA DI FAR SALTARE L’ATTESO INCONTRO AL VERTICE CON XI JINPING, IN AGENDA A MAGGIO A PECHINO - DI PIU': IL DRAGONE SI SENTIRÀ AUTORIZZATO A RIBATTERE CON RAPPRESAGLIE POLITICHE CHE POTREBBERO TRASFORMARSI IN RITORSIONI MILITARI - L'ARABIA SAUDITA IMPLORA TRUMP DI FINIRLA DI FARE IL VASSALLO DI ISRAELE E DI TORNARE AL TAVOLO DEI NEGOZIATI CON L'IRAN. RIAD TEME CHE TEHERAN POSSA SCHIERARE I SUOI ALLEATI HOUTHI IN YEMEN PER BLOCCARE LO STRETTO DI BAB AL-MANDEB, UN'ARTERIA VITALE CHE TRASPORTA IL 10% DEL COMMERCIO GLOBALE TRA L'ASIA E I MERCATI EUROPEI ATTRAVERSO IL CANALE DI SUEZ, DETTA "PORTA DELLE LACRIME"…

meloni orban trump netanyahu papa leone

DAGOREPORT - REFERENDUM, GUERRA DEL GOLFO, ORBAN, PAPA LEONE: UNA BATOSTA DOPO L'ALTRA. IL BLUFF DEL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA È GIUNTO AL CAPOLINEA: MEJO PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E NETANYAHU, DUE TIPINI CON GROSSI PROBLEMI DI SALUTE MENTALE, PRIMA DI ANDARE A FAR COMPAGNIA AI GIARDINETTI AL SUO AMICO ORBAN - SOLO L'EROSIONE DEI CONSENSI LE HA FATTO TROVARE IL CORAGGIO DI CONDANNARE,  DOPO UN TRAVAGLIO DI SETTE ORE, IL BLASFEMO ATTACCO DEL SUO "AMICO" DI WASHINGTON AL PONTIFICATO DI PAPA PREVOST (SUBITO BASTONATA DA TRUMP: "SU DI LEI MI SBAGLIAVO") - OGGI E' STATA COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE DAL "BOMBARDIERE" NETANYAHU, ANNUNCIANDO LA SOSPENSIONE DEL RINNOVO DEL PATTO DI DIFESA CON ISRAELE (ARMI, TECNOLOGIA, INTELLIGENCE) – CHISSÀ SE IL RINCULO INTERNAZIONALE DELLA DUCETTA AZZOPPATA RIUSCIRA' ANCORA AD ABBINDOLARE GLI ITALIANI….

donald trump papa leone xiv marco rubio jd vance andrea riccardi

DAGOREPORT - È FINITA LA PRESIDENZA TRUMP, È INIZIATO IL PONTIFICATO DI LEONE! SI MUOVE LA “RETE” VATICANA LEGATA ALL’AMERICA LATINA PER “NEUTRALIZZARE” IL BIS-UNTO DEL SIGNORE - IL RUOLO DI MARCO RUBIO, CATTOLICO E FIGLIO DI ESULI CUBANI CHE, A DIFFERENZA DEL NEO-CONVERTITO JD VANCE CHE HA AGGIUNTO BENZINA AL DELIRIO BLASFEMO DI TRUMP ("IL PAPA SI ATTENGA AI VALORI MORALI"), È RIMASTO IN SILENZIO, IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME DI VEDERE GALLEGGIARE A NOVEMBRE, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM, IL CIUFFO DEL TRUMPONE - IN CAMPO LA COMUNITA' DI SANT’EGIDIO CON LA SUA POTENTE RETE DI WELFARE E DIPLOMAZIA - IL PROSSIMO SCHIAFFO DI LEONE AL TRUMPISMO CRIMINALE: DOPO AVER DECLINATO L'INVITO A CELEBRARE IL 250° ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA AMERICANA ALLA CASA BIANCA, IL 4 LUGLIO DEL 2026 PREVOST VISITERÀ LAMPEDUSA. UN POSTO E UNA DATA DI SICURO NON SCELTI PER CASO...

meloni berlusconi tajani marina pier silvio barelli

DAGOREPORT – MELONI IN TILT CON IL SUO PRIMO "AIUTO-CAMERIERE" TAJANI RIDOTTO DAI BERLUSCONES A UNO ZOMBIE: LA DUCETTA HA BISOGNO PIU' CHE MAI DI AVERE A SUA DISPOSIZIONE FORZA ITALIA NELLA MAGGIORANZA MA "LA FAMIGLIA" NE HA PIENE LE SCATOLE DELL'AUTORITARISMO DEI "CAMERATI D'ITALIA", VUOLE UN PARTITO DAL VOLTO NUOVO, LIBERALE E MODERATO, CON BUONI RAPPORTI CON L'UE, AVVERSO SIA AL TRUMPISMO SIA AL PUTINISMO - GIA' AVVISATA LA "FIAMMA MAGICA" CHE MEDIASET NON SARA' PIU' DISPONIBILE A FARE IL MEGAFONO DEL MELONISMO AVARIATO - ORA TAJANI SARÀ MESSO ALLA PROVA SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE CHE FAVORISCE SOLO FDI – LA “NUOVA” FORZA ITALIA NON ANDRA' A SINISTRA, RIMARRÀ NEL GOVERNO FINO AL 2027 MA, PRIMA DELLE ELEZIONI, SI DOVRÀ RIDISCUTERE IL PROGRAMMA DELLA COALIZIONE - SE NON SI TROVERA' LA QUADRA, FORZA ITALIA AVRA' LE MANI LIBERE: DEL RESTO, IL PPE (DI CUI GLI AZZURRI FANNO PARTE) IN EUROPA E IN GERMANIA, GOVERNA CON I SOCIALISTI....