mario draghi

DRAGHI NON E’ UN POLITICO E SI VEDE DALLA TIGNA CON CUI VUOLE DIMETTERSI - SARA’ COERENZA, FERMEZZA O OSTINAZIONE, FATTO STA CHE MARIOPIO SPINGE PER MANDARE TUTTI A FANCULO - MERCOLEDÌ SARÀ ALLA CAMERA DA PREMIER DIMISSIONARIO: NON VUOLE METTERE IN GIOCO “CREDIBILITÀ, AFFIDABILITÀ, REPUTAZIONE” - SI ASPETTAVA PAROLE DI MODERAZIONE DA CONTE, DURANTE L'ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI DI MERCOLEDÌ SERA: “NON ALTRI ULTIMATUM” - MA NON C’E’ SOLO IL M5S A ROMPERE LE PALLE - CI SI METTE PURE SALVINI, E PERSINO ENRICO LETTA: “HO NOTATO CHE TUTTI CHIEDONO LE ELEZIONI...”

Ilario Lombardo per “la Stampa”

 

sergio mattarella mario draghi

Mara Carfagna è rimasta colpita dal tono. Il tono perentorio con cui Mario Draghi annuncia le proprie dimissioni ai ministri e che lascia davvero poco spazio ai dubbi. «La maggioranza di unità nazionale non c'è più», «è venuto meno il patto di fiducia», «non ci sono più le condizioni per andare avanti». È netto. Risoluto.

 

Non se l'aspettava Carfagna, né se l'aspettavano gli altri seduti attorno a quel tavolo. Il premier concede appena uno sguardo ad Andrea Orlando, che gli chiede un ripensamento prima di essere travolto dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, voluto da Beppe Grillo e mai amato dai grillini: «È anche colpa vostra che avete dato sponda al M5S». Sono le lacerazioni finali di un governo a pezzi. Quando Federico D'Incà esce dal retro di Palazzo Chigi ha sul volto tutto lo sconforto di chi ha corso con il secchiello per salvare la casa dallo tsunami: «Io sono un ottimista di natura, ma questa volta sono molto preoccupato per il Paese»

MARIO DRAGHI IN VERSIONE QUELO

 

I politici sono abituati ai politici, alle parole che sfumano, perché ogni possibilità e anche il suo contrario possa essere riacciuffata. «Draghi non è un politico» ripetevano dalla sua cerchia di collaboratori più stretti: «Farà quello che dice». E c'è da credergli a questo punto. Perché la giornata di ieri racconta di una fermezza che per alcuni è ostinazione, per altri coerenza, termine da pronunciare lontano da questi palazzi se non si vuole essere considerati degli sprovveduti e che fino alle sei di ieri pomeriggio strappava una risata a chi nei partiti è abituato a collezionare crisi di governo.

MARIO DRAGHI

 

Certo è che, come si diceva nei giorni scorsi, Sergio Mattarella ci ha provato a placarlo e continuerà a farlo, convinto che non esista una fine finché non è finita. Draghi non ha aggiunto l'aggettivo «irrevocabile» alle sue dimissioni. Ha acconsentito al Capo dello Stato quando gliel'ha respinte con la motivazione che sarebbe stato opportuno onorare il Parlamento con un discorso in Aula. E così mercoledì Draghi sarà alla Camera da premier dimissionario, due giorni dopo la visita in Algeria, come da agenda. Per i partiti è uno spiraglio: cinque giorni sono un'enormità per tentare di capovolgere l'inevitabile, e scongiurare il voto.

 

Draghi è salito al Quirinale due volte. Ha rinviato il Cdm e poi è tornato perché da prassi le dimissioni si annunciano ai ministri prima di rassegnarle formalmente al presidente della Repubblica. Il premier sconfina un po' dal suo ruolo e con una certa irritualità, avvertita anche al Colle, anticipa in Consiglio la decisione che mercoledì farà le sue comunicazioni in Parlamento. Mattarella ha ragionato a rigore di Costituzione.

 

GIANCARLO GIORGETTI MARIO DRAGHI

Il governo non ha perso la fiducia dell'Aula. Anzi, il voto di ieri l'ha confermata. Si tratta di una crisi politica extraparlamentare e parlamentarizzarla serve anche a esplorare la strada della ricomposizione attraverso una verifica. Da qui a mercoledì tutto sarà capire se le resistenze di Draghi verranno scalfite e accetterà di passare da un voto che gli riconfermi la fiducia.

 

Anche perché lo spread, le borse, le pressioni europee e atlantiche avranno un peso.

CONTE SALVINI

Al momento, assicurano a Palazzo Chigi, non sarà così. I suoi collaboratori già lavorano al discorso. Che condenserà tutto quanto è successo, cosa ha portato alla scelta del gran rifiuto e perché non ha voluto ripensarci. Molto di quello che dirà lo ha già comunicato al suo staff e durante il confronto con Mattarella. Il primo motivo: «Non avrei più l'agibilità politica». Draghi si è guardato intorno.

 

Non c'è solo Giuseppe Conte e il M5S che non hanno votato la fiducia collegata a un testo contente l'inceneritore di Roma, per i 5 Stelle invotabile. Ma c'è tutto quello che questo strappo comporta. Il fatto che spalanca le porte a un senso di anarchia nella maggioranza. Lo prova l'atteggiamento di Matteo Salvini. Negli ultimi due giorni il presidente del Consiglio ha osservato il leader della Lega e vive come una «provocazione» che abbia chiesto uno scostamento di bilancio di 50 miliardi di euro, quando sa benissimo che l'ex numero uno della Banca centrale europea è contrario all'extradeficit.

 

giuseppe conte enrico letta 2

Draghi non vuole mettere in gioco, dice, «una credibilità, una affidabilità, una reputazione» che si è costruito in tutti questi anni a livello globale. E fa nulla che gli abbiano riportato che dai vertici del Movimento sono già pronti a sventolare «il Papeete di Draghi» se non rimetterà in discussione le sue dimissioni. «Dovevano pensarci prima», sostiene amareggiato il capo del governo, disgustato da «ripensamenti tardivi» figli di «bizantinismi, ambiguità e alchimie» a cui non ha mai voluto cedere.

 

I fatti che vede Draghi sono semplici. Ieri il secondo partito della maggioranza, il primo fino a un mese fa, non ha votato la fiducia. Non ha nemmeno accettato il compromesso di far votare una parte dei senatori, come si lasciò fare alla Lega sul Green Pass lo scorso settembre. Anche un ministro, Stefano Patuanelli, senatore, ha disertato l'Aula.

E questo, per il capo del governo, è stato molto grave. E poi ci sono i discorsi, i comunicati, le affermazioni dei leader.

 

MATTEO SALVINI MARIO DRAGHI

Draghi si aspettava altre parole da Conte, durante l'assemblea dei parlamentari in streaming di mercoledì sera, parole di moderazione e di buona volontà di ricucire. «Non altri ultimatum» come quelli che il M5S ha ribadito anche in Aula. Draghi le ha messe in fila, le dichiarazioni ufficiali: di Conte, ma anche di Salvini, e persino di Enrico Letta: «Ho notato che tutti chiedono le elezioni...». La conclusione della frase è conseguente: perché non sta al premier deciderlo ma, a questo punto, le forze politiche potrebbero essere accontentati. Per la prima volta anche al Quirinale non lo escludono. Il 10 ottobre, si dice già nella pancia dei partiti, tra la rassegnazione e la speranza di convincere all'ultimo secondo Draghi a restare.

letta conte di maio

Ultimi Dagoreport

isola di kharg trump netanyahu hegseth rubio vance

DAGOREPORT – IL MONDO È SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO: QUEI DUE GENI DEL MALE NETANYAHU E PETE HEGSETH VOGLIONO SPINGERE TRUMP A BOMBARDARE L'ISOLOTTO DI KHARG, NELLO STRETTO DI HORMUZ, DOVE PASSA IL 90% DEL PETROLIO IRANIANO – SAREBBE UN COLPO FATALE PER L'ECONOMIA DELLA CINA, PRINCIPALE ACQUIRENTE DEL GREGGIO DEGLI AYATOLLAH: IN CASO DI ATTACCO, PECHINO NON POTREBBE NON REAGIRE, SCHIERANDO IL SUO ENORME ARSENALE A FIANCO DI TEHERAN (FINORA XI JINPING HA FORNITO COMPONENTI PER MISSILI, SOLDI E INTELLIGENCE) – SPACCATURA TOTALE ALLA CASA BIANCA SULL'ATTACCO: TRUMP È IN STATO CONFUSIONALE SULLA POSSIBILE OFFENSIVA SULLO STRETTO DI HORMUZ, IL SEGRETARIO DI STATO, MARCO RUBIO, FA LA SOLITA COLOMBA, MENTRE JD VANCE E' AFFETTO DA MUTISMO, IN QUANTO VOLTO DELL’ISOLAZIONISMO “MAGA”, IL VICEPRESIDENTE È CONTRARIO ALLE GUERRE TRUMPIANE - NUOVO ATTACCO DEI PASDARAN IN IRAQ: COLPITA UNA BASE BRITANNICA CON UNO SCIAME DI DRONI...

leonardo maria del vecchio milleri marisa del vecchio

DAGOREPORT - MENTRE LEONARDINO VA OLTRE LUXOTTICA E LANCIA IL GIN SHIRABI (IN MEMORIA DELLA ''GINTONERIA'' DI LACERENZA?), SI ACCAVALLANO LE VOCI SU FRANCESCO MILLERI – IL SISTEMA NERVOSO DEL CEO DI DELFIN PARE CHE NON ABBIA PER NULLA GRADITO DI ESSERE ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI IN COMPAGNIA DI CALTAGIRONE E LOVAGLIO PER “CONCERTO OCCULTO” PER LA SCALATA DI MPS A MEDIOBANCA - E SI RACCONTA CHE CON GLI AMICI FIDATI SI SFOGHI DICENDO CHE ASPETTERÀ ANCORA UN ANNO: O LEONARDINO PORTERÀ A CASA LE QUOTE DEI FRATELLI LUCA E PAOLA E ARRIVARE A QUEL 37,5% CHE GLI PERMETTERÀ DI GESTIRE L’HOLDING (E FINALMENTE INTASCARE LA SUA QUOTA DI TESTAMENTO), OPPURE MOLLERÀ GLI OTTO LITIGIOSI EREDI AL LORO DESTINO E IMBOCCHERÀ LA PORTA DI USCITA…

iran donald trump benjamin netanyahu petrolio

DAGOREPORT – LA NOTIZIA PIÙ IMPORTANTE DELLE ULTIME ORE È QUELLA PUBBLICATA DA “CNBC”: L’IRAN, ALLA FACCIA DI TRUMP E NETANYAHU, STA CONTINUANDO A ESPORTARE PETROLIO TRAMITE LO STRETTO DI HORMUZ, CHE HA MINATO E BLOCCATO ALLE NAVI STRANIERE. TEHERAN HA VENDUTO 11,7 MILIONI DI BARILI DI GREGGIO ALLA CINA DALL’INIZIO DEL CONFLITTO – L’EUROPA VALUTA DI ALLEGGERIRE LE REGOLE CONTRO IL GAS RUSSO: PER GARANTIRE SCORTE SUFFICIENTI E SICUREZZA ENERGETICA PER L’INVERNO, L’UNIONE EUROPEA NON VERIFICHERÀ SE IL GAS NATURALE LIQUIDO VENDUTO DA TERZI PROVENGA DA MOSCA….

matteo salvini giorgia meloni antonio tajani

DAGOREPORT – ALL'ARMI, SIAM GIUSTIZIALISTI! - OGGI ALLE 18, ANNUNCIATA DAI GORGHEGGI DI SAL DA VINCI, GIORGIA MELONI SALIRA' SUL PALCO MILANESE DEL TEATRO PARENTI PER METTERE LA FACCIA A UN REFERENDUM CHE E' SEMPRE STATO MALDIGERITO (EUFEMISMO) DA GRAN PARTE DEI FRATELLI D’ITALIA, FEDELI ALLA VECCHIA LINEA MISSINA PRO-MAGISTRATI E PRO-BORSELLINO – LO SCARSO IMPEGNO DEI MELONIANI STA FACENDO GIRARE I COJONI A FORZA ITALIA, PER CUI LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE (E DEL CSM) È LA “MADRE DI TUTTE LE RIFORME” – SALVINI FA LO STRUZZO: LA LEGA, CHE HA VISTO SFUMARE L’AUTONOMIA, HA CHIESTO UN “MAGGIOR COINVOLGIMENTO DELLA MELONI”, MA SENZA TROPPA CONVINZIONE - LA GOCCIA CHE HA FATTO TRABOCCARE L'IRA FUNESTA DELLA MELONA CONTRO LE TOGHE E' STATO IL FALLIMENTO DEI CENTRO MIGRANTI IN ALBANIA, BOCCIATI DAI TRIBUNALI ITALIANI ED EUROPEI - VIDEO: QUANDO AD ATREJU L'UNDERDOG SI STROZZO' URLANDO: "FUNZIONERANNO! FUNZIONERANNO! DOVESSI PASSARCI OGNI NOTTE DA QUI ALLA FINE DEL GOVERNO" (SONO ANCORA VUOTI...)

pietrangelo buttafuoco giorgia meloni alessandro giuli padiglione russia

DAGOREPORT - FINIRÀ COSÌ: IL MUSULMANO SCIITA GIAFAR AL-SIQILLI, ALIAS PIETRANGELO BUTTAFUOCO, PUÒ RIVENDICARE QUANTO VUOLE L'INDIPENDENZA E L'AUTONOMIA DELLA BIENNALE CHE LASCIA "CHIUSURA E CENSURA FUORI DALL'INGRESSO", MA IL PADIGLIONE RUSSO RESTERÀ SBARRATO - PUR COSTRETTO A RINCULARE, BUTTAFUOCO NON SI DIMETTERÀ. DEL RESTO, DELLA DECISIONE DI RIAPRIRE I BATTENTI AL PADIGLIONE RUSSO, NE AVEVA INFORMATO NON SOLO AMICI E CAMERATI VICINI MA ANCHE, DICONO, GIORGIA MELONI, DA SEMPRE SUA GRANDE SUPPORTER - AMMESSO CHE SIA AVVENUTO IL COLLOQUIO E ABBIA OTTENUTO IL SEMAFORO VERDE ALLA PRESENZA DEL PADIGLIONE RUSSO, VA ANCHE IMMAGINATO LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONA PER STAR LÌ A SBROGLIARE I PERIODI E LE SUBORDINATE DELL’ELOQUIO BAROCCO-SICULO DI BUTTAFUOCO - COMUNQUE VADA, A DIECI GIORNI DAL TERRIBILE VOTO SUL REFERENDUM DELLA GIUSTIZIA, CON UNA GUERRA CHE TIRA L’ALTRA E L’ECONOMIA CHE VA A PUTTANE, DI DIMISSIONI NON SE NE PARLA ASSOLUTAMENTE. BASTA UN NIENTE PER FAR CROLLARE IL CASTELLO DI CARTE…

marco bucci silvia salis il secolo xix gianluigi aponte

DAGOREPORT – LA ‘’SCOMPARSA DELLE NOTIZIE’’ NON BASTA PIÙ AL MINCULPOP DELL’ERA MELONONIANA - ECCO LE ASSURDE PRETESE E LE SFACCIATE PROPOSTE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA, MARCO BUCCI, ALL’EDITORE DEL ‘’SECOLO XIX’’, IL GRUPPO APONTE, PER OSTACOLARE LA CORSA DEL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA A SINDACO DI GENOVA, SILVIA SALIS, CONTRO LO SFIDANTE DEL CENTRODESTRA, PIETRO PICIOCCHI – DAGOSPIA SVELA LA “NOTA” DEL GOVERNATORE BUCCI DA SOTTOPORRE AL DIRETTORE, MICHELE BRAMBILLA: “IL CONTESTO È LA CAMPAGNA ELETTORALE ED IL BILANCINO POLITICO DEL SECOLO, COME È FACILE DA CAPIRE ANCHE PER IL LETTORE, PENDE CON STRATEGICA EVIDENZA DALLA PARTE DELLA SALIS - POCHI GIORNI PRIMA, VISITA DEL MINISTRO E VICEPREMIER SALVINI A GENOVA, MENZIONATO ALLA PARI DELLA SALIS. OPPURE NELL’INTERVISTA PERSONALE AL GOVERNATORE BUCCI, SI TROVA IL MODO DI INFILARE LA SALIS NEL TITOLO DELLA STESSA INTERVISTA…”